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domenica 23 marzo 2014

Tra Ucraina e Russia c'è (ancora) una guerra di cioccolata

Mercoledì secondo quanto riportato dalla BBC, poliziotti russi in assetto anti-sommossa hanno fatto irruzione all'interno della fabbrica Roshen di Lipetsk, nella Russia meridionale, intimando ai dipendenti di uscire dalla fstabilimento e imponendone la chiusura dello stesso. Ad oggi, secondo quanto confermato da un portavoce aziendale - e anche dal ministro dell'Economia e Finanza ucraino - le attività sarebbero ancora bloccate senza motivi apparenti.

La Roshen è una delle principali aziende alimentari ucraine: produzione dolciaria, nota soprattutto per il cioccolato. È controllata da Petro Poroshenko - di cui si era parlato brevemente in un elenco di oligarchi ucraini in questo articolo - ed è stata al centro di controversie e guerre commerciali fin dal luglio scorso.

Andiamo con ordine: innanzitutto, chi è Poroshenko.

Nato a Bohlard (Odessa) 48 anni fa, è sposato e ha quattro figli, ha una laurea in economia all'Università di Kiev, ed è secondo Forbes titolare di un patrimonio da 1,8 miliardi di dollari, ottenuti partendo dal commercio di semi di cacao fino a diventare il "Re del cioccolato" con la Roshen - tra le varie cose, adesso possiede anche ditte di autoveicoli, il cantiere navale di Leninska Kuznya, e la rete Kanal 5. Consolidata la sua carriere imprenditoriale (iniziata negli anni Novanta e sbocciata definitivamente con Roshen nel '95), spostò le sue attenzioni sull'attività politica. Fu eletto per la prima volta al Verkhovna Rada (il parlamento ucraino) nel 1998 come membro del partito socialdemocratico (Sdpu): da lì è partita una lunga trafila che lo ha visto passare attraverso diversi partiti, tra cui una forza di sinistra creata da lui stesso (Solidarity, 2001-2006), la componente politica dell'ex presidente Yushenko Nostra Ucraina (2006-2011), fino al Partito delle regioni (2011-2012) che vede l'ex premier Azarov tra i leader. Durante gli anni ha anche ricoperto ruoli di governo: con Yushenko è stato Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale nel 2004, presidente del consiglio della Banca Nazionale ucraina (2007) e successivamente ministro degli Esteri (2009); nel 2012 invece è stato nominato come ministro per lo Sviluppo economico e il Commercio nel governo Azarov di Yanucovich. Il suo ruolo di sponsor, anche economico, è stato centrale sia nel periodo della Rivoluzione arancione, sia nei giorni di Maidan.

La sua posizione sull'apertura all'Europa e all'Occidente è da sempre stata chiara: nel 2009 sostenne fortemente anche l'adesione alla Nato, insistendo che sarebbe stato un ulteriore passaggio verso le riforme e il miglioramento degli standard di vita ucraini.

La storia politica di Poroshenko è per certi versi il paradigma delle intricate vicende politiche che hanno interessato l'Ucraina in questi ultimi vent'anni (qui una breve sintesi): ma soprattutto le sue visioni europeiste, messe all'interno del governo emanazione di Yanucovich (che lo aveva fortemente voluto come ministro), spiegano anche come l'ex presidente abbia vissuto passaggi diversi da quelli che lo hanno visto rinunciare agli accordi di Vilnius e cedere alla lusinghe di Putin.

Torniamo alla questione della chiusura della fabbrica: secondo molti analisti, l'azione rientrerebbe in un piano di Mosca per boicottare la Roshen. Piano già in atto da mesi, si diceva, e che sarebbe conseguenza del sostegno di Poroshenko alle proteste di Maidan, alle posizioni pro-Europa e alla contrarietà all'unione doganale con la Russia.

Il mercato di Roshen è fortemente legato alle esportazioni russe - così come la gran parte del mercato alimentare ucraino. Nel luglio scorso il servizio federale di tutela del consumatori, il Rospotrebnadzor, rivelò alcune - sospette - irregolarità sanitarie tra i prodotti Roshen: gli standard di qualità delle fabbriche ucraine non sarebbero stati ad un livello adeguato per la commercializzazione in Russia. Il governo ucraino smentì, sostenendo che i livelli erano gli stessi che ne avevano permesso la vendita fin lì, ma il Cremlino varò il decreto per il blocco delle importazioni. Non era il primo dei comportamenti del genere: nel corso degli anni erano finiti nel mirino le aringhe e il latte baltico, il vino moldavo, l’acqua minerale georgiana, le cosce di pollo made in Usa. Azioni diplomatiche che sono passate dagli scaffali dei supermercati, contro Paesi che per qualche ragione hanno scontentato Putin e la Russia.

L'operazione contro Roshen rientrava nelle azioni di propaganda contro la firma degli accordi con l'UE: in quei giorni le trasmissioni televisive russe, molto seguite in Ucraina, non facevano altro che ripetere che dietro alla mano amica dell'Europa, si nascondevano al buio, infimi piani americani. Tra i più attivi ai tempi, c'era il consigliere presidenziale Sergei Glazyev (tra i sanzionati al secondo giro), che in diverse interviste sosteneva che entrare nell'Unione europea avrebbe significato perdere lavoro: poi però alla fine, gli unici che persero sul serio il lavoro, come ricordava ai tempi Anna Zafesova sulla Stampa, furono diversi dipendenti di Roshen, che a causa dell'embargo vide diminuire sensibilmente la propria mole di lavoro e fu costretta a un ridimensionamento (fino alla riapertura di fine novembre, quando i trattati di Vilnius erano saltati e il presidente Yanucovich era tornato all'ovile russo) - a dire il vero Poroshenko ai tempi provò anche a posizionarsi su altri mercati, aprendo per esempio il suo primo monomarca a Budapest, ma non ottenne grande successo.

Ora ci risiamo, e si ricomincia: si tratta di una delle nuove azioni propagandistiche, atte a spostare l'asse degli interessi di Putin verso altri territori? D'altronde Lipetsk non è poi così distante da quei confini.



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