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venerdì 14 febbraio 2014

StaffLetta: tornandoci su

Quello che penso sul cambio a Palazzo Chigi tra Letta, uscente, e Renzi, entrante, l'ho già scritto. Qua ci si torna su - con una cosa un po' lunga, vi avviso - su alcuni aspetti prima tralasciati e su ulteriori approfondimenti, di questa che a tutti gli effetti può trasformarsi (e forse lo è già diventata) una riflessione infinita su quel che è successo. Se vi va di leggere, continuate pure: per gli altri, quelli stanchi, quelli esausti, quelli che ne hanno avuta abbastanza di tutte le cose dette, scritte, e ridette, il mio consiglio personale è di mollarla qui. (Senza rancore, alla prossima).

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Non c'è stato stupore, né malessere o giubilo, nel trovarmi praticamente quasi isolato: poco importa, perché continuo a pensarla nel modo in cui l'ho sempre pensata - e non per cocciutaggine, tanto più che se mi trovo qui a riscriverne, è perché ci sono cose che in effetti avevo un po' tralasciato e su cui è giusto pensare di più. 

Per me comunque resta che il cambio (la staffetta, chiamatela come volete), non ha niente di scandaloso, niente di eccezionalmente non democratico, niente di terribile in senso politico: credo anzi, e lo ridico al volo, che sia un passaggio di democrazia interna a un partito, e che trovi legittimazione - democratica - nell'appoggio degli altri partiti, dando per scontato che alla fine qualcuno ci starà. (E colgo l'occasione anche per ricordare, sempre al volo, che tutto ciò è legale, al di là di certi alcuni che urlano e strepitano e poi chiedono di difendere la Costituzione, ché è la "più bella del mondo" e poi non ne sanno niente di come è fatta e di quel che dice; ma ci torno dopo). 

Riprendendo su quel che è successo, non posso nascondermi che ci sono delle limitazioni: ma tutte, o quasi, legate al futuro, al quel che sarà. Roba la cui previsione più logica, è da etichettare con un bel "non lo so". Infatti il mio è, ed è sempre stato, un discorso di metodo - anche, qui, vederemo poi che potrebbero esserci dei dubbi, sul come quel metodo è stato applicato. Dunque io non sto parlando, e non ho parlato mai, del se Renzi abbia fatto bene o no in termini di operazione di governo (anche se la mia opinione è che in effetti il governo Letta era un po' spompato, e una spinta serviva): quello su cui ho fissato la mia attenzione finora, è stato il meccanismo politico - il caucus di partito, la sfiducia sulla futura operatività dell'esecutivo, la sostituzione del premier con il leader del partito, maggioritario (remember omologia leader/premier) - che si è innescato. 

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Uscendo, però, dal discorso del metodo (ci si tornerà), si può certamente dire che una tra le principali di quelle limitazioni, è rappresentata proprio dall'appoggio degli altri, da cercare necessariamente visto i risicati numeri parlamentari. Ma anche questo - al di là delle costruzioni preventive di incastri tra chi esce da qua e entra di là e via dicendo, di cui staremo a vedere e di cui sono piene le righe dei più informati e sgamati conoscitori del Palazzo - non lo trovo completamente assurdo. Renzi ha un compito: fare quelle benedette riforme - strada per altro già intrapresa, solo per un breve tratto, dal ruolo di guida della segreteria. Farle da soli, magari avendo stravinto le elezioni - cosa che dubito potesse accadere - a mio avviso non era il percorso giusto. Certe riforme, vedi la legge elettorale per esempio, si concordano con tutte le altre parti: perché poi a votare vanno gli elettori di tutti i partiti, non solo quelli del Pd. Altrettanto dicasi per le riforme istituzionali: sconvolgere - nel modo che avrei preferito da tempo, che credo sia completamente giusto, che credo sia assolutamente necessario, sia chiaro - il Senato o modificare la Costituzione, non può altrettanto essere un atto unilaterale. Per questo, comunque, alcuni accordi andavano trovati - per non rischiare di passare, in quel caso forse sì, da quelli che fanno colpi di stato e decidono le regole del gioco senza sentire gli altri concorrenti (anche qui ci sarebbe da dire, e da tirare in ballo il vecchio detto del mio primo allenatore, quando ai pulcini mi ricordava che "chi perde non cojona", per dire il maggioritario, no? Ma questo è un altro discorso). 

Direte voi, ma dal concordare alcuni passaggi, al legare le sorti di un governo insieme agli altri, però ne passa! Forse sì, ma se quel governo si prefissa il compito di guidare il Paese verso quella "svolta" - il termine è stanco e pigro, lo so, ma mi è venuto e l'ho lasciato lì - che stiamo aspettando, il tutto non rasenta la follia come potrebbe sembrare. E lo dice uno, che ha la vocazione maggioritaria da quando gioca con i pulcini.

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A questo punto, il gesto potrebbe sembrare folle, ancor di più, se - come mi si faceva notare ieri sera, in un incontro renzianissimo - il segretario del Pd, avesse fatto tutto soltanto per soddisfare il suo ego ipertrofico (che non manca, sia chiaro!), saltando al buio senza una progettualità di lungo respiro, come il soldato impazzito che esce di trincea e spara alla cieca contro i nemici appostati, ne uccide diversi, ma alla fine capitola, cade, crivellato di colpi. Non credo sia così - ma anche qui, "non lo so" può tornare comodo, comunque. Credo invece che Renzi, che non è un cretino completo, abbia valutato diverse circostanze che noi da qua fuori - anche se pensiamo di saperla sempre lunghissima - non abbiamo perfettamente colto. 

Il compito di Renzi, sarà un compito armato. Tenere la pistola puntata alla tempia del Parlamento, evitare rallentamenti, bizantini appesantimenti ai processi in corso, fare le cose insomma, è l'unica strada realmente percorribile a questo punto. Quella pistola ha in canna un solo colpo: le elezioni. Certo non sono così ingenuo dal non capire che a quel punto, se si dovesse andare alle elezioni perché Renzi "non riesce a fare quello che avrebbe voluto fare", ne uscirebbe a pezzi - sia personalmente, sia politicamente, sia elettoralmente. Ma anche qui, il "non lo so" torna buono, perché poi alla fine i venti anni appena passati ci hanno insegnato a non fare certi tipi di previsioni.

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Da qui parte un altro pezzo di ragionamento - che non riguarda lo scenario negativo, quel "se le cose dovessero andare male", aspetto che, quanto meno per scaramanzia, a questo punto sarebbe bene tralasciare. Ma riguarda proprio le previsioni. Ho notato che molti dei retroscenisti più arguti e informati hanno toppato. Hanno toppato perché si sono trovati davanti uno scenario completamente nuovo, costituito dal metodo - pensatela come volete, bene o male, ma è così - ma soprattutto perché si sono trovati a trattare un argomento, Matteo Renzi, che ancora non conoscono perfettamente e che esce da molte di quelle logiche precostituite di cui si sono cibate fin qui le penne più fini della politologia italiana. Bastava guardare i giornali di oggi, per capire che parlavano di qualcosa di assolutamente estraneo: che non solo non conoscono, ma che nemmeno riconoscono, appunto. (Per certi versi, è successo quello che è successo dopo le dimissioni di Papa Benedetto XVI, di cui parlavo qui).

Questo comportamento spiazzante, ha portato molti a cercare di screditare quelle mosse quasi per autodifesa: tutti con motivazioni valide, letture interessanti - molte le ho rilanciate anch'io su Twitter -, argomentazioni convincenti. Ma mancanti, tutte, di un aspetto che Cosimo Pacciani ha descritto perfettamente in un post sul suo blog per Linkiesta: "Matteo, follia biblica di un criceto in fuga". Credo che tra tutte le cose, sia quella veramente da leggere su quello che è successo: e per i contenuti, e perché Pacciani è uno di quelli che con Renzi ha un rapporto strettissimo da tempo. Per capirci, senza scomodare gli Elogi alla follia dei grandi pensatori, un buon riferimento è questo spot della Coca Cola. 

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Tra le varie argomentazioni contrarie, di questi e di quelli che hanno non solo criticato, ma attaccato con l'alabarda la scelta di Renzi - senza pensare troppo e fermandosi solo alla porzione epidermica - ci sono quelli che hanno parlato di illegittimità e di illegalità. S'è detto all'inizio, ma val la pena ritornarci: niente di illegittimo, è tutto stato notificato - e democraticamente votato - dalla direzione del Partito democratico: e il risultato - per quanto potrebbe non esserci da fidarsi fino in fondo dei numeri - è stato abbastanza chiaro, 136 a pochi. Tra l'altro, la riunione di ieri è stata un passaggio in cui il Pd è stato ineccepibile (al di là della mia facile ironia su Twitter), e dire che si rischiava uno spettacolo tremendo. 

Sul punto dell'illegalità, l'unica costatazione, visto che a sollevare la questione è stato il Movimento 5 Stelle e chi per loro, va fatta proprio attraverso una domanda a quegli elettori e a quei rappresentanti. E la domanda, passa attraverso la risposta sul "se la cosa fosse legale o meno". Chi hanno votato come premier gli elettori M5S alle ultime elezioni? Risposta: nessuno. Perché il parlamentarismo che tanto si difende, anche a colpi di volontà proporzionali, non prevede che la "il pubblico sovrano" decida sul chi guidi il governo - così come, tanto per ricordarcelo, visto che è lo stesso argomento di questi giorni, non si decide su chi fa il Presidente della Repubblica. Per farlo, e beccare con una fava due piccioni, ci vorrebbe il presidenzialismo, ma quello nemmeno a nominarlo, che a voi - a me no, anzi! - fa paura.

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Un'ultima questione, invece va detta, tornando proprio al punto di partenza: il metodo. Perché sebbene io abbia da subito appoggiato la scelta di Renzi, sarebbe ipocrita negare che c'è stato, quanto meno, un deficit comunicativo. Il sistema di marketing renziano, stavolta - forse la prima da quando è mainstream - non ha funzionato affatto. Perché la velocità con cui quell''hashtag #enricostaisereno, è diventato il motto di chi ha in mano il tubo della colonscopia, è stata imbarazzante. Cambiarsi con Letta sarebbe stato più giusto, se Renzi avesse almeno fatto capire di avere quest'intenzione, e invece no: tutto l'opposto fino a pochi giorni prima. Dunque chi tra noi - tra questi mi schiero in prima fila - non ha chiaro cosa sia cambiato da una settimana in cui "Letta non va, ma può restare tranquillo al suo posto", alla successiva in cui invece "Letta non va, e se ne deve andare", è pienamente dalla parte della ragione - e su questo, Renzi, purtroppo, non ha dato le risposte necessarie nemmeno alla riunione di direzione.

Poi, chiudiamola qui.


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