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sabato 8 febbraio 2014

I G.I. Joe compiono 50 anni

Ok, full disclosure:  per me è abbastanza commovente il racconto di Associated Press sulla storia dei G.I. Joe, perché con quei giocattoli ho condiviso eccezionali pomeriggi. Le action figure distribuite in Italia da Polistil sono arrivate da noi (almeno credo) intorno agli '80/'90, cioè quando io ero nel pieno delle lunghe giocate pomeridiane che si fanno intorno all'età <10 anni (quando per giunta non c'era tutto questo giro di console e videogame, e ancora si andava molto di analogico, un po' in tutto).


Ma i G.I. Joe - che per quelli che non se la sentono di cercare oltre, significa "Galvanized Iron" (letteralmente "ferro galvanizzato"), scritta riportata in diversi parti dell'equipaggiamento dell'esercito americano, dove "Joe" era uno dei nomi più diffusi, e che con il passare degli anni dopo la Prima Guerra Mondiale prese il significato di "Government Issue" o "General Infantry", da cui la definizione "G.I. Joe" andò ad indicare (Seconda Guerra Mondiale) i soldati semplici di fanteria - erano nati molto prima.

«La maggior parte dei ragazzi negli anni '60 avevano un padre o un parente che era o era stato in campo militare», ha detto Patricia Hogan, curatrice presso lo Strong National Museum of Play, a Rochester, sede della National Toy Hall of Fame. La prima serie risale al 1964 e aveva le stesse dimensioni della Barbie, più o meno 30 cm. «Una volta che hai comprato Joe - continua Hogan - è necessario acquistare tutti gli accessori e gli add-on, cosa che era fantastica per il business», come per la Barbie, appunto.

Poco dopo la fondazione, negli anni '70, diventarono oggetto di diverse critiche, legate al contesto socio-culturale in cui si andavano a porre: piena Guerra del Vietnam, le morti dei soldati e le atrocità dei combattimenti si sommavano l'uno sull'altra, il pacifismo dilagava, far giocare un bambino con dei personaggi militari, che avevano tra le mani mezzi e armamenti, non sembrava la scelta migliore. A quel punto, l'azienda produttrice Hasbro tolse i riferimenti militari più palesi creando la nuova serie "Le avventure di G.I.Joe".

Le dimensioni che abbiamo conosciuto noi, risalgono ai primi anni '80: c'era stata la crisi petrolifera, il prezzo delle materie plastiche era aumentato al punto da rendere poco redditizia la produzione - che infatti in realtà fu interrotta. Ma rimpiccolire i personaggi non fu solo una scelta economica; l'esperienza della Kenner, la ditta che inventò i giocattoli di Guerre Stellari - copiati poi da quelli di Star Trek e dagli Eagle Force (con quelli, però, non ci ho mai giocato) - aveva indicato la strada. Fu così che la Hasbro decise di ridimensionare i G.I. Joe alla scala 1/18, quella che conosciamo.

Sul resto della storia, ci sarebbe molto da scrivere, per parlare dei Cobra, dei fumetti e dei cartoni, fino ad arrivare ai film - niente di eccezionale- di questi tempi; roba per cui c'è il forum italiano degli appassionati, qui.

Personalmente il ricordo legato ai G.I. Joe, gira essenzialmente intorno a due cose: la prima, pragmatica e non troppo romantica capisco, era legata a quello che a mio avviso sembrava un difetto di fabbricazione. Il tronco era legato al bacino e alle gambe, da due gancetti tenuti insieme da un elastico: ecco, l'elastico, si rompeva sempre; e siccome a casa c'erano sempre elastici vecchi e stanchi, ogni volta che provavo a sostituirlo ottenevo un allentamento dell'articolazione centrale del personaggio, "effetto invertebrato", dinoccolato che avrebbe fatto morire d'invidia Celentano "il molleggiato". Aspetto tecnico, ma che tuttavia conserva la sua componente sentimentale, il ricordo di un paio dei personaggi preferiti, che logorati dal tempo, erano costretti a ricoprire ruoli marginali.

Il secondo ricordo, invece, riguarda l'uso, il ruolo appunto: perché io con i G.I. Joe non giocavo a fare la guerra, ma le partite di calcio. Avevo un pallone preso da un altro gioco perfettamente a misura, e li schieravo in una sorta di Subbuteo molto meno ingessato, creando azioni infinite - evidentemente plagiato da "Holly e Benji" - sopra al tavolo del salotto (che all'epoca, per altro, aveva un vetro verdino anni '50 che si adattava perfettamente al prato di un campo da calcio).

A quelli che avevano avuto il cambio d'elastico, di solito facevo fare il portiere, perché a quei tempi era così: in porta ci si andava quando si era un po' stanchi.


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