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lunedì 13 gennaio 2014

L'Italia e le armi chimiche siriane

Il ministro degli Esteri Emma Bonino ha annunciato ieri che sarà comunicato giovedì 16 gennaio, il nome del porto italiano in cui le armi chimiche siriane saranno trasferite dal cargo danese "Ark Futura" alla nave del governo americano "MV Cape Ray" - dove con le procedure di idrolisi Fdhs verranno distrutte. Ne ho scritto per The Post Internazionale: "Armi chimiche in Italia".

Le operazione hanno subito dei ritardi - di cui si era già fatta previsione in quella lettera trapelata del segretario generale della Nazioni Unite Ban Ki Moon. La guerra è in corso e i feroci combattimenti tra Damasco e Lathakia - il porto da cui è salpata la "Ark Futura" - hanno impedito a lungo i trasferimenti.

Ma a preoccupare la comunità internazionale, ci sono altre battaglie locali: quelle italiane. I porti proposti come destinazioni per le operazioni di trasbordo sono Augusta, Taranto, Gioa Tauro, Brindisi e Cagliari. I pugliesi hanno già fatto sapere che non se ne parla - è a rischio la reputazione e l'introito turistico, a dir loro - il governatore sardo Cappellacci s'è messo sul piede di guerra, infuocando le folle al sabotaggio delle operazioni.

Della situazione s'è preso briga anche il Wall Street Journal, che ha espresso preoccupazioni sulle "guerriglie" interne ai nostri campanili, in un articolo dal titolo eloquente: "Local Opposition in Italy Risks Delaying Syrian Arsenal Destruction". La paura è che certe posizioni possano produrre ulteriori problematiche a quella che è una faccenda già di per sé complicatissima - e per altro, risolta attraverso metodi sperimentali, al primo impiego effettivo come il Fdhs.

Non è problema di inquinamento, nemmeno si può parlare di atteggiamento Nimby: qua è solo l'ignoranza che la fa da padrone, la chiusura mentale, il provincialismo, di cui noi continuiamo a macchiarci. Il populismo "made in Italy" da questo trae linfa. (E Cappellacci ha avuto buona scuola, in certe questioni).

Le operazioni di passaggio da una nave all'altra, sono sicure, almeno tanto quanto sono sicuri i vari passaggi di container - spesso contenenti sostanze altrettanto nocive per l'ambiente - che interessano i giornalmente porti della penisola. Ma purtroppo è qualcosa simile alla paura dell'ignoto, alla superstizione - mista a un po' di sano complottismo anti-america - a regolare il gioco.

Ora, questa è un'opinione personale: i fatti sono nell'articolo linkato. Ma siccome utilizzo spesso questo spazio per esprimere i miei pensieri, vado oltre, prendendomi l'onore - non concesso e non richiesto - di trovare una soluzione.

E perché "le case di vetro" servono a poco: serve che si facciano le cose giuste, è vero, ma non per forza tutti devono essere a conoscenza di tutto. Ragion per cui, catalogare le operazioni - militari - come "top sceret", avrebbe permesso di sbrigare la pratica più velocemente, senza isterismi e corse al consenso e senza correre il rischio che il mondo metta in discussione - come al solito - la nostra affidabilità.

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