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giovedì 9 gennaio 2014

I dubbi di Robert Gates sull'antiterrorismo ai tempi di Obama

Reduce del Vietnam, ha coronato 26 anni all'interno della Cia diventandone direttore dal novembre 1991 al gennaio 1993. Poi, succedendo a Donald Rumsfeld, nel dicembre 2006 è diventato Segretario della Difesa degli Stati Uniti d'America, mantenendo il suo incarico sotto l'amministrazione Obama fino al 2011 (il primo nella storia a mantenere il ruolo con presidenti di due diversi partiti). Il testimone passato a Leon Panetta, il primo luglio 2011, ritirandosi dall'attività di governo.

Robert Gates è uno di quelli che di questioni di politica estera - military orientend - un'idea ce l'ha: uno che di lotta al terrorismo ne ha mangiata in tutte le salse. È per questo che le sue critiche alla politica militare antiterrorismo di Obama, pesano e vanno prese sul serio.

Gates le ha raccolte in un libro, "Duty Memories of a Secretary at War" (Knopf, 640 pagine, in uscita il 14 gennaio). E non risparmia nessuno, da Biden a Hillary Clinton, partendo dal Commander in chief.

«Mentre ero seduto lì pensavo: il presidente non ha fiducia nel suo generale, non sopporta Karzai, non crede nella sua strategia e non considera la guerra sua. Per lui l'unica cosa è andare via», racconta così un vertice di altissimo livello alla Casa Bianca sull'Afghanistan, svoltosi nel marzo del 2011, durante il quale Obama avrebbe espresso dubbi su David Petraeus - generale a capo della operazioni afghane dal 2010 al 2011 - e avrebbe detto di "non sopportare" l'alleato sul posto, il presidente Hamid Karzai. (Karzai che aveva già espresso più o meno lo stesso scetticismo di Gates qualche tempo fa, impaludando le fondamenta dell'accordo sul "patto per la sicurezza"). Nessuno scetticismo sull'autenticità del sostegno di Obama alle truppe, ma solo su quello - più importante e ampio - alla loro missione: è questo che esce dalle parole di Gates.

Ce n'è anche per il vice presidente Joe Biden: «uomo di grande integrità che però ha sbagliato su quasi tutti i temi di politica estera e nazionale negli ultimi 40 anni». E un po' per Hillary Clinton, accusata di aver lottato per opporsi all'aumento di truppe in Iraq nel 2007, solo per questioni di interesse politico - c'erano le primarie in Iowa (alla fine vinte da Obama) nei giorni della decisione, e il consenso di una buona fetta di elettorato dem passava anche per l'essere "anti-guerre".

Obama aveva perso in quegli anni, la fiducia in tutte le strategie di guerra - che lui stesso aveva avallato, ereditandole da Bush - e per di più si era circondato di consiglieri impreparati, incompetenti, inadeguati.

Ma andando oltre, evitando di farsi affascinare dal luccichio di certe argomentazioni - nel libro per altro la figura di Obama è spesso "salvata", facendo leva sulla sua «integrità personale»; l'ex segretario definisce la scelta dell'operazione Geronimo (la cattura e uccisione di Osama Bin Laden), la decisione più coraggioso a cui lui abbia mai assistito - si intravede sullo sfondo, la critica più grossa, quella ampia, che coinvolge tutto il sistema. 

Gates attacca la gestione del Pentagono: racconta che i più grossi problemi da affrontare, non sono stati quelli delle guerre in Afghanistan e in Iraq (contro al Qaeda), quelli contro l'inerzia burocratica del Pentagono, i conflitti interni all'amministrazione, l'abisso del Congresso e gli interessi limitati dei suoi membri.

Parte male il 2014 di Obama, con le critiche senza esclusioni di Gates, personalità rispettata, che ha ricoperto uno dei massimo ruoli all'interno della sua Amministrazione, considerato un indipendente - anche se vicino ai repubblicani -, che con i suoi attacchi avvalora le tesi, da molti sostenute, sulla poca consistenza e scarsa convinzione nella gestione delle politiche di antiterrorismo dell'attuale presidente.

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