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venerdì 24 gennaio 2014

Che ne sai tu se non hai fatto l'Interrail

Ieri sera ho condiviso un post di un blog del Fatto Quotidiano - post scritto da Matteo Cavezzali, giornalista classe 1983 che lavora per diverse testate cartacee e web, nonché esperto di comunicazione multimediale e di teatro, e pure regista e drammaturgo della compagnia TeatrOnnivoro, così dice lui sulla sua bio.

Si raccontava di come vivono gli italiani all'estero, in modo caricaturale per certi versi, di sicuro sovrabbondante; il pezzo aveva probabilmente un primo grosso problema, il titolo. Odio tutto ciò che titola con un "Ecco", "Vi dico", "Vi spiego", è un odio recente, che non ci sarebbe nemmeno stato se non si fosse fatto talmente tanto uso di certi modi di scrivere - ma questa è una questione mia, ampiamente superabile.

Il post  mi era sembrato divertente, a tratti anche condivisibile nella sua dimensione iperbolica, e perciò l'ho condiviso (non sono stato il solo, anzi sono stato uno degli oltre 40 mila; circostanza che mi porta a pensare che Cavezzali alla fine il punto l'ha beccato in pieno: creare discussione e dibattito, che dovrebbe essere più o meno l'obiettivo da tenere in primo piano quando uno scrive, soprattutto quando scrive opinioni).

A questo punto serve un excursus prima di andare avanti, e che riguarda me, nella fattispecie "quel che condivido": come molti, come tutti probabilmente, leggo molte cose ogni giorno - impegno così la gran parte dei tempi morti, in fila alle poste, mentre sono in bagno, il dopo pasti sul divano, mentre sono continuativamente in fila in qualche ufficio pubblico. Non so se sono un phubber, non so fino a che punto sono maleducato, non so fino a che punto arrivo (nel senso che non capisco fin quando o fin quanto mi spingo al bordo del ridicolo iperconnesso - le menate sui problemi della rete e via dicendo, qua le lasciamo per un'altra volta), ma so che ormai questa è diventata una mia (mia e di altri milioni di persone, immagino) abitudine (pessima?), alla quale sono sufficientemente affezionato, e non intendo cambiarla - almeno finché non ne arrivi un'altra altrettanto pessima per sostituirla. Detto ciò: tra le cose che leggo, non tutte le condivido, per diverse ragioni; a) alcune cose non mi va di farvi sapere che mi  interessano; b) alcune cose credo che non potrebbero interessarvi; c) alcune cose capisco dopo averle lette che non valeva la pena spenderci del tempo e dunque vi risparmio, da buon amico, la menata. Altresì, ce ne sono altre che invece condivido con chi mi segue, allo stesso modo in cui ne avrei parlato con chi si sarebbe trovato di fianco a me prima dell'internet 2.0: si tratta di cose che a) ritengo interessanti, anche nella loro inutilità; b) su cui mi piacerebbe che voi esprimeste le vostre considerazioni; c) credo che possano contribuire ad un arricchimento personale, perché magari in me l'hanno fatto; d) cose che non appoggio, not endorsement come dicono quelli sgamati, ma che sono nell'ordine della realtà, del dibattito e della discussione pubblica. Chiuso qua, tanto per capirci.

Quella scritta da Cavezzali, non so bene in quale delle categorie rientrasse, fatto sta che ha generato un'interessante discussione tra e con qualcuno dei miei contatti, italiani, che vivono all'estero. Va fatto ancora un'altra digressione, che servirà a capire come la penso su un paio di cose contingenti al pezzo e a quello che sto per scrivere. Non ho stima per il Fatto Quotidiano, non ho stima per la linea editoriale del giornale e nemmeno per chi quella linea editoriale la incarna. Questo ovviamente non vuol dire che il Fatto scriva, solo, porcherie: anzi. Ho invece molta stima, a cui si unisce l'affetto e l'amicizia, per quelle persone che sono intervenute nella discussione (su Facebook) che ne è generata. Dunque questo post sarà completamente condizionato da questo, lo rivendico, con chiarezza.

Il pezzo di Cavezzali più o meno girava intorno alla stereotipizzazione di alcuni comportamenti dei giovani italiani che sono andati a vivere all'estero, calcando la mano su un certo genere di atteggiamento, quello del «“Ma come fai a stare ancora in Italia?” e i “Che paese incivile”, e i “Ma qua da voi non cambia mai niente”» mixato al «“Se uno come te, con le tue idee, venisse a London (!?) sai quante cose faresti?”». Questioni di generalizzazioni, questioni di luoghi comuni, questioni di cliché che il totale Beppe Severgnini non ha tardato a sottolineare, con una considerazione altrettanto iperbolica e esagerata - anche perché il pezzo non è che era granché di offensivo, ma fa niente, d'altronde la necessità di tenere unito il fruttuoso "comparto Italians" era superiore all'affrontare con oggettività e giusto peso le cose.
 Andando oltre, allora, proverò a dare un'opinione personale, su quello che in realtà si scriveva.

Scrive Cavezzali «E allora ho deciso di andarli a trovare tutti. Andare a vedere dove stanno, cosa combinano e se stavano bluffando. Ma non era possibile, ci voleva troppo tempo. Allora ho chiesto in giro. Ho fatto “un’indagine trasversale” diciamo. Ed ecco cosa fanno i cervelli all’estero». Cavezzali andava per punti, e li riprendo di seguito.

1. «Girano solo con altri italiani. Sì, avete capito bene, se ne sono andati perché “basta degli italiani non ne posso più” e girano solo con italiani (i sardi poi girano solo coi sardi)». Non conosco sardi, dunque su quello passo oltre: la considerazione è vero solo a metà, è chiaro che inizialmente l'integrazione è facilitata dal rapporto con gli italiani che vivono già lì, ma è altrettanto logico che le dinamiche di vita si sviluppino in modo indipendente dalla nazionalità, soprattutto in certe realtà multiculturali. Epperò è vero che tra quelli che conosco, ci sono una coppia italiana, uno che convive con un'altra coppia di italiani, e un altro che conviveva con un collega e amico italiano. Tanto per dircelo.

2. «Sanno tutto dell’Italia, in particolare di Berlusconi e della sua vita sessuale. Se ne sono andati per non sentirne più parlare e poi evidentemente gli è venuta nostalgia». Questo è un problema non dell'estero: è un problema dell'Italia - problema che il Fatto conosce bene, di cui è artefice, vittima e carnefice. Che non si riesca a creare una discussione pubblica affrancandosi da Berlusconi, è un dato reale: i media che ne parlano continuamente hanno prestato spalla all'infestazione berlusconista, circostanza che porta chiunque voglia informarsi su quel che succede in Italy, a sbattere contro il faccione ritoccato dell'ex premier. La stessa stampa internazionale ne parla spesso. Cominciamo noi a non pubblicare le intercettazioni su come e quanto ce l'ha lungo il ministro, che poi magari gli altri ci seguono.

3. «Hanno freddo. Vivono in paesi in cui spesso non sorge nemmeno il sole. Stanno morendo di freddo, ma non lo ammetteranno mai. Mai». Questa probabilmente è la cazzata più grossa scritta in tutto il pezzo, e non vale nemmeno la pena commentarla.

4. «Mangiano da schifo. Pesce affumicato, wurstel, orsetti gommosi, patate fritte. I più fortunati trovano un asporto cinese o un kebabbaro. Cercano disperatamente una pizza decente, alcuni giurano anche di averla trovata. Ma stanno mentendo». La pizza è buona, si mangia bene ovunque, Cavezzali lo sa ma ci fa il furbo. Il fatto poi che la cucina di casa sia migliore delle altre è il più grosso degli stereotipi, che abbassa il valore di un pezzo che poteva anche essere brillante e per certi versi buono.

5. «Fanno lavori del cavolo che in Italia non avrebbero mai fatto. Se ne sono andati al grido di “Non posso stare in Italia a pulire dei cessi, ho una laurea io!” e ora puliscono cessi a Nantes. Che vuoi mettere un cesso di Nantes contro un cesso di San Lazzaro di Savena!?». Qui è vero, come è vero che crearsi una posizione non è facile da nessuna parte e un conto è partire perché ti ha chiamato il CERN - come a uno che studiava insieme a me - e un conto è partire perché vuoi provare a vedere se lontano dal tuo Paese, dalle tue cose, dalla tua vecchia quotidianità, possa esserci qualcosa di migliore, o altrettanto vedere se in giro c'è un posto dove vivere meglio che in Italia - questione su cui non trovo niente di assurdo, sia perché l'Italia non è un posto ineccepibile, sia perché molti se ne vanno per ragioni che vanno oltre il bene e il male dello Stato, roba personale per dire, per la quale vale (molto) la pena di pulire i cessi.

6. «Fregano. Sì, proprio come gli italiani qua, non pagano il biglietto del tram, passano con il rosso, cercano in ogni modo di evadere le tasse. E si credono ancora più furbi perché anche se sono in un paese “serio” e “europeo” riescono a farla franca». Mi correggo, questa è la più grossa cazzata scritta nel pezzo: farcita anche di quel sano "cercano ogni modo di evadere le tasse" tanto per far capire il contesto editoriale a contorno.

7. «La nota più dolente. Non possono più tornare in Italia senza un senso di fastidio. Non tanto per il fatto di essere in un paese allo sbando, ma perché non potrebbero mai ammettere di aver scoperto di essere anche loro solo degli italiani». E dunque?

Giusto per dire, di come la pensavo del pezzo. Sulla questione invece degli italiani che vivono fuori sinceramente non credo di aver niente da pensare: è un po' come esprimere un'opinione sugli omosessuali. Uno che opinione può avere? Personalmente nessuna - l'avevo già detto questo. Un po' come le nuvole, le file alla posta, la pasta alla norcina, la passeggiate in campagna, il tè caldo dopo cena, i tasti del computer, le finestre o le porte. Ci sono, bene! Che siano liberamente. 

Detto con molto affetto, sia per gli abitanti della Padania spagnola, per i Buddy Kane di Londra e per gli chef in esilio (in Italia). Vi voglio bene, liberamente.





















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