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sabato 7 dicembre 2013

Un po' di cose sulla morte di Hassan Lakkis

Nelle primo ore di mercoledì, è morto in ospedale il comandante di Hezbollah Hassan Lakkis, vittima di un un colpo di fucile (con silenziatore) nel  garage della sua abitazione di Hadath - 7 chilometri sud est del centro di Beirut. Lakkis era uno dei comandanti più vicini al leader Nasrallah.

Hezbollah ha subito accusato Israele per l'omicidio, che ha risposto sulla propria innocenza per bocca del portavoce del Ministero degli Esteri israeliano Yigal Palmor: «Loro non hanno bisogno di prove, non hanno bisogno dei fatti. Danno solo la colpa di tutto ad Israele».

Ma chi avrebbe voluto la morte di Lakkis? E perché?

La salma di Hassan al-Laqis (Lekkis) avvolta
dalla bandiera di Hezbollah tra le strade di Baalbek
Il ruolo di Lakkis all'interno di Hezbollah era piuttosto importante. Esperto di armi ed esplosivi, un figlio morto nell'appartamento di casa (a Beirut) per un missile lanciato da un F-16 isreliano, era a capo del programma droni dell'ala militare dell'organizzazione - Aman (IDF),  il servizio centrale di intelligence militare di Israele, lo definiva "il Q di Hezbollah", riprendendo il personaggio di James Bond. I suoi UAV violarono lo spazio aereo israeliano in più di un'occasione, l'ultima nell'aprile di quest'anno. Oltretutto fu in grado di rintracciare i feed video dei droni israeliani - Hezbollah vedeva quello che i velivoli israeliani trasmettevano - e sembrerebbe essere stato grazie a questo, che Hezbollah riuscì ad anticipare lo sbarco di una squadra di Shayetet 13 - gruppo d'incursori d'élite della marina israeliana - inviata per un blitz segreto sulla zona a sud di Sidone (Libano), vicino alle coste di Loubieh e Ansariya: era il 5 settembre del 1997, morirono 12 commandos e diversi altri rimasero feriti a causa dell'esplosione di mine antiuomo che Hezbollah rivelò - 14 anni dopo - piazzate proprio sulle indicazioni spiate dall'intercettazione delle riprese dei droni israeliani.

Ma ci sono anche questioni recenti che legano gli interessi di Israele con quelli di Lakkis: alcuni osservatori infatti collegherebbero la figura del comandante, come coordinatore - o membro del gruppo di coordinamento - dei militanti palestinesi in Cisgiordania e Gaza.

Non solo gli israeliani, però, potrebbero aver voluto la sua testa. Ci sarebbero infatti anche i ribelli siriani, che più o meno ufficialmente in questo periodo si sarebbero resi protagonisti di numerosi attacchi ad Hezbollah - sempre nella periferia meridionale di Beirut. Attacchi che sono visti come controffensiva al coinvolgimento dell'organizzazione all'interno del conflitto in Siria. Hezbollah - non è un segreto il suo legame con la Siria, che ne ha sempre appoggiato le azioni - sta attivamente sostenendo le forze governative di Damasco. Hezbollah ha fondamenti sciiti, così come gli Alawiti del presidente Assad - sciiti duodecimani - e lottano contro i ribelli prevalentemente sunniti. L'uccisione di Lakkis, in questo senso, potrebbe essere vista come un intimidazione da parte delle forze dei ribelli, che sarebbero arrivate a colpire quasi alla testa dell'organizzazione - per giunta in terra libanese, proprio sotto casa della vittima, poco fuori il centro di Beirut.

Ma sullo sfondo si intrecciano altre questioni, che coinvolgono indirettamente anche gli Stati Uniti. Secondo quanto pubblicato dal Jerusalem Post qualche giorno fa, una fonte della diplomazia britannica avrebbe rivelato al giornale kuwaitiano Al- Rai che sarebbero in corso colloqui indiretti tra gli americani e Hezbollah, attraverso l'azione catalizzante del suo governo. Gli Stati Uniti, infatti, non riconoscono né l'ala politica, il partito, né l'organizzazione - considerata "organizzazione terroristica" -, circostanza che non permetterebbe a Washington di intraprendere, legalmente, nessun genere di confronto. In questo contesto, il ruolo di Londra sarebbe quello di interlocutore terzo e referente verso gli americani. A tal proposito, fa notare Al-Rai che l'apertura del dialogo con Hezbollah è stata inserita da Rohani tra le volontà accessorie all'accordo sul nucleare - l'Iran è, come la Siria, una nazione che sostiene le azioni di Hezbollah, situazione sempre legata alla comune radice sciita.

E le radici sciite rientrano anche in un altro scenario, aperto dal leader Nasrallah in persona: notti fa, in un intervista alla TV libanese OTV, ha apertamente dichiarato guerra all'Arabia Saudita. Nasrallah ha infatti accusato i sauditi dell'attentato all'ambasciata iraniana a Beirut, che il mese scorso ha ucciso 23 persone. Attentato che è già stato rivendicato da una cellula libanese di al-Qaeda, ma che secondo Nasrallah avrebbe ricevuto un pagamento dall'intelligence saudita. I contrasti tra Hezbollah e Arabia Saudita sono molto forti da molto tempo - i sauditi fanno parte, con il vecchio Egitto di Mubarack e la Giordania, dei paesi musulmani che condannano le azioni dell'organizzazione come "terrorismo". Ma così apertamente il contrasto non si era mai evidenziato: finora tutto si era più o meno svolto nell'ombra, con i contrasti interni - anche fortissimi - con il partito dell'ex primo ministro Saad Hariri, e in Siria: dove le truppe di Hezbollah combattono contro i ribelli "saudi-backed". Ed è proprio in terra di Damasco che Nasrallah ha promesso "sangue".

I futuri sviluppi della forte presa di posizione di Nasrallah, sono legati anche a due delle grosse questioni aperte a livello mondiale: i colloqui di pace di "Ginevra 2", fissati per il 22 gennaio, dove l'Arabia Saudita spinge per la non partecipazione dell'Iran e la questione nucleare iraniana, esprimendo da subito enormi perplessità (anche in contrasto con gli altri Paesi del Golfo).


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