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sabato 21 dicembre 2013

Non fidarsi degli ayatollah

In America l'opinione pubblica e quella di importanti centri di studio e ricerca, si sta spostando verso la "non fiducia" sulla lealtà dell'Iran nel rispetto degli accordi sul nucleare - i colloqui sono ripresi giovedì, dopo uno stop della scorsa settimana, causato dall'inserimento di altre 19 società iraniane nella black list delle attuali sanzioni.

L'opinione pubblica ha colore bipartisan - anche se, spinta molto dai repubblicani e dall'influente mondo ebraico: il premio nobel Elie Wiesel ha comprato, giorni fa, una pagina del New York Times per scrivere contro l'accordo. Così come sono bipartisan le firme dei 26 senatori - su cento in totale - che hanno presentato una proposta di legge per imporre nuove sanzioni economiche a Teheran (ne ho scritto su Formiche: "Obama sconfessato da alcuni senatori sulle sanzioni all'Iran"). In mezzo ci sono nomi di spicco: partendo dal primo firmatario, il democratico a capo della commissione Affari Esteri del Senato, Bob Menendez a cui si aggiunge un altro (molto) amato democratico, Cory Booker neo eletto dal New Jersey e rising star del mondo dem. A questi "falchetti" - anche se Menendez ultimamente non scherza, col suo «spezzare le reni all'Iran» -, si aggiungo i veri falchi repubblicani: Marco Rubio, Ted Cruz, Mark Kirk (co-sponsor) e John McCain su tutti.

Alla proposta, oltre alla risposta secca di Carney - il portavoce della Casa Bianca - che ha parlato di "rischio di far saltare la diplomazia", a cui si è aggiunta la voce di Obama in persona (ne ha parlato con parole analoghe, ma senza calcare troppo la mano nel discorso di fine anno), hanno risposto in modo formale altri dieci senatori democratici, attraverso un'altra lettera inviata al leader della maggioranza Harry Reid. Anche tra questi ci sono nomi di primo piano: la californiana Dianne Feinstein, Carl Levin del Michigan, e Jay Rockefeller della West Virginia. La richiesta nella lettera, è di spostare il voto al disegno di legge «sine die» (cit. @lorbiondi su Europa)

La questione è complicata: anche perché Obama ha già fatto sapere che nel caso di voto favorevole del Senato porrà il veto. I firmatari rappresentano un quarto (più uno) del totale, ancora quindi c'è da fare per raggiungere la maggioranza necessaria. Il problema, che aggrava - per Obama - la situazione, sta nel fatto che diversi dei senatori firmatari (una decina) tra un anno si troveranno a competere per le elezioni di mid term. E le future rielezioni, si giocheranno nell'acchiappare i consensi -  con il rischio della bassa affluenza molto concreto - là dove si nascondono: quindi, spesso, in mezzo al populismo.

Nota: il titolo di questo post è "rubato" ad uno di Christian Rocca, su argomento analogo. Lo riprendo come citazione, diciamo così, e per usarlo come proxy per linkare la migliore infografica sull'accordo per il nucleare iraniano, che è proprio su IL del Sole 24 Ore, che Rocca dirige.


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