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martedì 3 dicembre 2013

Quello che succede in Ucraina, partendo da un po' di anni fa

Ho scritto un pezzo per Agorà Vox che racconta di quello che succede in Ucraina, partendo dai passaggi storici che ne hanno prodotto i presupposti. La questione tra filo-occidentali e filo-russi dura da più di vent'anni, fin dai tempi dell'indipendenza del Paese dall'Urss, e rappresenta la principale problematica identitaria del popolo ucraino.

Il pezzo è molto lungo (15K), dunque siccome in questi giorni se n'è già parlato parecchio di certe cose, vi capisco se decidete di mollare qui.



Migliaia di persone si sono ritrovate per continuare le proteste contro il governo ucraino, e sono continuati anche gli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza: i cortei hanno bloccato gli ingressi ai principali edifici governativi di Kiev, tra cui il Palazzo del Governo dove i manifestanti che hanno provato a forzare le porte, sono stati respinti dai Berkut, le teste di cuoio.

Già da domenica le proteste, iniziate il 21 novembre, avevano fatto segnare un rapido incremento, con la partecipazione di diverse centina di migliaia di persone - si dice 500 mila - che si erano radunate in Piazza Indipendenza nella notte di sabato, per manifestare. Durante la giornata di domenica, erano state erette barricate, c'erano stati scontri, con feriti anche gravi (feriti anche una quarantina di giornalisti) ed erano state occupate prima la sede dei sindacati, poi il municipio della città, dove è stato poi dislocato il momentaneo quartier generale dei manifestanti - l'idea, secondo il leader di Svoboda ("Libertà", partito di estrema destra che negli ultimi anni ha moderato sensibilmente la sua comunicazione politica) Oleg Tiagnibok, era quella di andare poi a far base nella sede dell'amministrazione presidenziale in via Bankovskay, dove è avvenuto l'intervento dei Berkut).
Foto di @Keteryna_Kruk

Le proteste sono legate alla decisione del governo di sospendere il processo di preparazione alla firma di un accordo importantissimo, che avrebbe permesso al Paese di avviare politiche di libero scambio con l'Unione Europea. L'accordo si sarebbe dovuto siglare a Vilnius, Lituania, nei giorni del 28 e 29 novembre, in occasione del tavolo di confronto che i paesi dell'Unione avevano organizzato, ma tutto è saltato anche - e soprattutto - per le forti pressioni russe.

La divisione tra filo occidentali - che vorrebbero un avvicinamento del Paese all'Europa - e filo sovietici, ha accompagnato tutta la storia contemporanea dell'Ucraina ed è una delle questioni aperte più importanti e delicate per il Paese. L'indipendenza Ucraina dall'URSS si votò per via referendaria proprio il 1 dicembre del 1991: sul testo della scheda una semplice e diretta domanda: "Approvi l'Atto di Dichiarazione di Indipendenza dell'Ucraina?", preceduta dal testo dell'atto. Vinse la risposta "Sì", per il 90,32 per cento.

Nell'agosto del 1991 si votarono le prime elezioni democratiche, che decretarono la vittoria di Leonid Kravčuk, eletto presidente. L'instaurarsi della democrazia - e dell'economia di mercato - non fu affatto immediata: la radicalizzazione culturale dei rapporti sovietici, l'ampiezza e la dispersione del territorio (il doppio di quello italiano per superficie), favorivano la permanenza di gruppi etnici e linguistici, e le divisioni socio culturali. A Kravčuk seguì nel 1994 Leonid Kučma, filo-russo, rieletto anche nel 1999, «la cui amministrazione fu giudicata da molti autoritaria e oligarchica» (IlPost) e corrotta. Proprio la conduzione politica di Kučma, comportò l'avvio di un processo di proteste mosso dall'interno del suo governo: due importanti elementi,  Yulia Tymoshenko e Victor Yushenko, passarono all'opposizione. Yushenko - da sempre filo-occidentale - era stato precedentemente primo ministro dal 1999 e fu sostituito nel 2002 dal filo-russo Viktor Yanukovych.

I due si ritrovarono avversari in campagna elettorale un paio di anni dopo, alle elezioni presidenziali del 2004. La vittoria di Yanukovych sollevò una serie di polemiche, con denunce di brogli e irregolarità, che sfociarono in quella che viene conosciuta come la "Rivoluzione arancione" - migliaia di manifestanti sfilarono pacificamente per le strade delle città ucraine indossando vestiti arancioni, colore che avrebbe accompagnato la protesta, avvenuta durante il periodo autunnale, quando le foglie degli ippocastani di Kiev si tingono appunto di arancione.

La protesta durò a lungo, fino a che - spinta anche dalla certificazione delle irregolarità da parte dell'Ocse - la Corte Suprema ucraina accolse il ricorso di Yushenko e successivamente sentenziò degli avvenuti brogli. Il Parlamento sfiduciò Yanukovych e si tornò al voto. Vinse (dicembre 2004) Yushenko, che affidò l'incarico di primo ministro a Yulia Tymoshenko, che si mise alla guida di un governo di aperto orientamento europeista. Ma il nuovo governo entrò in crisi presto e diede avvio a un nuovo periodo di instabilità politica, con l’avvicendarsi di diversi primi ministri e «la rottura definitiva tra Yushenko e Tymoshenko» (IlPost) - che comunque fu nuovamente primo ministro dal 2007 al 2010, ma lasciò la guida del governo all’ex ministro delle Finanze Azarov, dopo aver perso le presidenziali ancora contro Yanukovych, nel 2010 (tuttora in carica).

Nel 2011 Tymoshenko fu arrestata - l'accusa di abuso di potere, era legata alla firma un accordo, a quel che si dice di sua  unica sponte, con la Russia, quando era primo ministro e senza l'assenso del governo; l'accordo fissava il prezzo dovuto dall’Ucraina per gli approvvigionamenti di gas naturale e sarebbe stato giudicato svantaggioso per gli interessi ucraini. Fu condannata a sette anni di carcere alla fine di un processo controverso su cui anche la Corte europea dei diritti dell’uomo si era espressa, giudicando la detenzione preventiva cui era stata sottoposta nel 2011 (prima della fine del processo), illegale e arbitraria. Ora la sentenza è definitiva, ma i problemi di salute di Tymoshenko - gravi disturbi alla colonna vertebrale - imporrebbero che la detenuta venisse rilasciata per permettere le cure. L'Europa voleva che nell'accordo di libero scambio, fosse inserita la liberazione di Tymoshenko come un sorta di contropartita.

Sullo sfondo della mancata ratifica dell'intesa commerciale di questi giorni, c'è dunque tutta la storia dell'esistenza di un popolo da sempre schierato "con o contro la Russia". Sentimento radicato - l'occidentalizzazione o l'amore verso la grande Madre Patria - anche territorialmente, con le regioni più a est rimaste fortemente connesse con Mosca, mentre quelle più a ovest sempre più lanciate verso il sogno europeo.

Le opposizioni hanno chiesto le dimissioni del presidente. Svoboda e il partito di Tymoshenko - Unione Pan-Ucraina "Patria" - stanno spingendo la protesta anche sul campo. Tymoshenko, in carcere, è entrata in sciopero della fame. Anche il pugile Vitali Klitschko - leader di un altro partito di opposizione - ha chiesto ai suoi sostenitori di non cedere alle forze di sicurezza il controllo di Kiev. Intanto il più importante operatore internet nazionale ha aperto i wi-fi: conferma che anche in queste manifestazioni Internet sta giocando un ruolo fondamentale.

La Russia si diceva: il New York Times ha sottolineato come le posizioni di Mosca siano diventate sempre più aggressive nel corso delle ultime settimane, con una specie di embargo alimentare - i russi sono i principali consumatori di prodotti ucraini e fece notizia qualche tempo fa la decisione sovietica di mettere al bando gli amatissimi cioccolatini Roshen perché contenti opinabili "impurità tossiche" - che poi è passato alla mano pronta a chiudere i rubinetti del gas. Interesse dei russi, sarebbe l'inserimento dell'Ucraina in una propria unione doganale (cui finora si sono detti favorevoli Bielorussia e Kazakistan) - sebbene i vantaggi economici sarebbero sensibilmente inferiori a quelli della collaborazione con l’Europa.

Mosca ha declinato ogni responsabilità sul black out delle trattative, sebbene i rapporti con l'UE sono abbastanza tesi: Herman van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, ha commentato «Le azioni intraprese dalla Russia [a favore] del partenariato orientale sono incompatibili con il modo in cui le relazioni internazionali dovrebbero funzionare nel nostro continente nel 21° secolo».


Nelle ultime ore il presidente Yanukovych è sembrato sul punto di compiere un clamoroso passo indietro e, anche spinto dall'onda della protesta, ha chiesto a Barroso di ricevere una delegazione ucraina - Barroso ha risposto con un "vedremo", chiedendo intanto alle autorità di Kiev di dare «prova di moderazione e rispetto dei diritti umani e civili» durante le manifestazioni. Di tutt'altro avviso il primo ministro Azarov  che ha condannato le proteste, che a suo dire avrebbero «tutte le caratteristiche di un colpo di Stato» e utilizzerebbero metodi «assolutamente illegali».

Ian Taylor, Europ editor del Guardian, ha scritto nel suo articolo di analisi che le «proteste in Ucraina sono la testimonianza che l'Europa è ancora un luogo di speranza» - anacronistico, per certi versi, visto il successo che stanno riscuotendo in giro per il continente le posizioni anti-europeiste.

Ma quello che sta succedendo in Ucraina, secondo il Financial Times, potrebbe essere anche una lezione per l'Europa stessa. Scrive nella sua analisi per il quotidiano londinese Mary Dejevsky: «Le proteste non significano che l'Ucraina è unita dietro i Kievans pro-Europa, o che Yanukovich e il suo governo saranno pressati alla rassegnazione o di un'inversione. Il Paese è diviso nelle sue lealtà tra un orientamento occidentale e orientale, come è stato da sempre dopo l'indipendenza. Kiev vive a cavallo tra est e ovest, ora vira più verso ovest, grazie alla sua nuova classe media». E questa instabilità, secondo Dejevsky, richiede un approccio più calmo, in futuro, su altri eventuali negoziati, nonché la possibilità per l'Ucraina di tenere il piede in entrambe le staffe: «La guerra fredda, quando l'Ucraina poteva essere vista come un trofeo da vincere o perdere, è finita».



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