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sabato 21 dicembre 2013

Il fine anno, piacione, di Obama

«Deludente». Non ci ha girato troppo intorno l'editorial board del New York Times nello scegliere l'aggettivo per definire la conferenza stampa di fine anno di Barack Obama. La mano è stata calcata soprattutto su un punto: la politica di sorveglianza emersa con il caso "Datagate", sulla quale Obama è passato solo in modo blando, trascurando il monito di incostituzionalità lanciato dal giudice federale del District of Columbia Richard j. Leon e le raccomandazioni (46!) della commissione dei cinque esperti esterni al governo - convocata dallo stesso Obama - a "rivedere" i programmi dell'Agenzia, imponendo limiti più severi ai controlli.

Nell'editoriale si contesta principalmente la decisione di tornare sulla questione il mese prossimo, dopo un'ulteriore riflessione sul da farsi, quando invece l'Amministrazione avrebbe già avuto tutto il tempo per intervenire. La paura del quotidiano americano, è che gli eventuali interventi serviranno solo per «rassicurare l'opinione pubblica» (populismo, chiamalo se vuoi?): interventi che invece non sarebbero mai arrivati, se le politiche di sorveglianza non fossero state rivelate in modo così dirompente da Edward Snowden.

Anche Politico (che raccoglie il discorso in cinque "takeaways") registra che c'era carenza di piani effettivi per il prossimo anno; le colpe al Gop, la questione Obamacare ancora non risolta, i cambiamenti nello staff, il ritiro dall'Afghanistan, le politiche per il lavoro: tutte questioni che sono sul tavolo, ma in effetti mancano di alcuni - in casi molti - aspetti concreti per il definitiva risoluzione.

Obama ha incentrato il discorso su alcune cose buone successe nel 2013, e per tutta la conferenza stampa è sembrato evidente che il presidente non avesse nessuna intenzione di rovinarsi le vacanze di Natale alle Hawaii - ha proprio detto di essere sicuro che di avere «le idee più chiare dopo un po' di giorni di sonno e di sole». Sebbene siano arrivate domande secche e complesse - Julie Pace di Associated Press gli ha chiesto se questo che si sta chiudendo può essere definito come l'anno peggiore della sua presidenza, "medaglia" assegnata pochi giorni fa dal Washington Post in un editoriale - come quelle su Obamacare e sulle sanzioni all'Iran, o sulla svolta sinistra, Obama ha risposto sempre in modo accondiscendente, un po' evasivo, come a dire "sì va bene, ma chiudiamola qui". La scelto è stata di far passare un'ottimismo - non incosciente, certo.

Il messaggio, spolpato, di tutta la chiacchierata con i giornalisti, si racchiude in una frase: «Let me repeat, I think 2014 needs to be a year of action».

E i numeri che proprio ieri sono usciti, danno in parte ragione a Obama: il Pil statunitense nel terzo trimestre cresce al ritmo di un paese in via di sviluppo, facendo segnare un +4,1%. Non sarà una rivoluzione epocale, ma in confronto all'Europa - con il rating declassato da S&P ad "AA+" - sembra il "Bengodi".



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