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lunedì 25 novembre 2013

Una storia di donne, dalle tre schiave di Londra

Dell'orribile vicenda delle tre donne segregate in regime di schiavitù a Londra - ne avevo parlato qui, per The Post Internazionale - la cosa sicuramente più scioccante è la normalità. La normalità attorno a quella tremenda violenza, la privazione della libertà. Come ha raccontato la BBC, i vicini non s'erano accorti di nulla: tutto è avvenuto in una «normalissima strada, di un normalissimo quartiere».

Eppure si consumava dentro quelle mura un crimine dimenticato da anni: la schiavitù. Ricordo dei libri di storia, di realtà lontane, di cui ci vantiamo essere più evoluti, noi della parte "bella" del mondo. E ci confortavano i dati del rapporto Global Slavery Index del 2013: trenta milioni di schiavi nel mondo, ma la geografia del fenomeno parlava chiaro. Quasi quattordici milioni sono in India, 2.9 in Cina, e poi Pakistan (2,1 milioni), Nigeria (701.000), Etiopia (651.000), Russia (516.000), Thailandia (473.000), Repubblica democratica del Congo (462.000), Myanmar (384.000) e Bangladesh (343.000). Molte lettere dell'acronimo "BRICS" compaiono in cima a questa classifica, testimonianza che più che sulla spinta economica, sono altri i temi su cui lavorare nei paesi in forte via di sviluppo.

E invece tre enormi infinitesimi di quei trenta milioni, stavano a Londra. Nel cuore dell'Europa, di quell'Europa in cui il leaderismo è incarnato da una figura femminile, "Angie" la chiamano con affetto i tedeschi e con quella confidenza che ancora è molto femmina, a dispetto del potere della Cancelliera - chissà se hanno mai chiamato Adenauer "Konry" o Khol "Helmy", ma questi sono vezzi di polemica.

E stavano nel luogo che rappresenta il cuore pulsante del sistema finanziario occidentale, del nostro motore quotidiano: i soldi. Soldi che quello stesso Occidente deciso di affidare, nei massimi vertici di due sue grosse potenze, a figure femminili: Yellen alla Fed e Flug a Bank of Israel.  

In quest'assurda storia, c'è un unico lato positivo - se si tralascia il fatto in sé della liberazione. E sta in quel video che una delle tre ha visto in televisione e da cui è partito tutto. Un video che raccontava delle giovani ragazze inglesi di origini prevalentemente asiatica, che partivano per le vacanze scolastiche estive senza mai più ritornare in classe. Dietro c'è l'enorme piaga dei matrimoni forzati, delle giovani spose (e delle giovani mamme): e di quel numero che continua a salire, nonostante anche questa sembri una pratica lontana nei tempi. E invece, ancora.

Ma il bello della storia, è che la disperazione di qualcuno ha esploso la forza di qualcun altro. La ragazza che ha contattato chi quel documentario l'aveva girato e prodotto - l'associazione Freedom Charity - e da lì si è avviato il percorso verso la libertà. Il coraggio, la paura, l'incontro con condizioni e dolori simili. La condivisione, inconscia dall'altra parte dello schermo, che porta all'emancipazione.

Argomento per contrastare la retorica di chi continua a dire che le "giornate mondiali" non servano a niente: parlare, informare, conoscere, diffondere, permette alle persone di crescere e di liberarsi. E la storia delle donne di Londra, di questo ci parla.




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