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lunedì 4 novembre 2013

Spunta la "Google Tax"

Forse seguendo la linea dettata da Ed Miliband al Google Big Tent di Hertfordshire - di cui avevo scritto per qdR magazine in maggio - il Pd ha proposto un emendamento alla "Legge di stabilità" che punta a costringere le grandi multinazionali della rete (Google, Facebook, Amazon) a pagare più tasse in Italia.

La questione è super discussa, e prende ragioni dall'attività con cui questi colossi della rete gestiscono gli introiti nel nostro e in altri paesi, registrati come ricavi di servizi prestati a un’altra società del gruppo che ha sede in uno stato a fiscalità meno pesante, l’Irlanda nel caso di Facebook e Google, e Lussemburgo per Amazon. Se nel Lussemburgo l’Iva è al 15% e in Italia è al 22, significa che Amazon gode di un vantaggio competitivo del 7% sui venditori italiani grazie a un meccanismo che, per ora, è regolare.

Quello che penso è scritto più o meno nel pezzo che ho linkato sopra: il "capitalismo responsabile" come lo aveva chiamato Miliband occupa una buona percentuale delle mie idee. L'altra parte è invece presa da qualcosa di molto simile a quello che ha scritto sull'argomento Alberto Mingardi (direttore dell'Istituto Bruno Leoni)
Se non capisco male, si vuole sostenere che ciò non dovrebbe valere per quanti vendono pubblicità o libri su Internet, nella stessa misura in cui ciò vale per quelli che vendono vino (tanto per citare un settore nel quale il nostro Paese vanta eccellenti imprese, che esportano molto). Perché? Una risposta è che queste altre imprese non sono davvero “europee”, ma in Europa scelgono di avere il loro pied-à-terre nei Paesi meno rapaci, in fatto di tassazione. Non è una risposta molto persuasiva. Dopotutto, se c’è un mercato unico, perché un’azienda dovrebbe essere penalizzata, nel momento in cui sceglie di avere la sede legale in un Paese piuttosto che in un altro? Andrebbe dato un premio a chi opta per un Paese ad elevata tassazione? E quel premio che dovrebbe essere, se non aliquote più moderate?
Mi sembra che la risposta sia un’altra. Avendo bisogno di risorse, la classe politica le cerca dove ci sono. La cosa paradossale è che le cerca in nome di una maggiore riduzione del cuneo fiscale. Possiamo escludere che “tassare Google”, qualsiasi cosa significhi, avrebbe degli effetti sul prezzo dei servizi che Google vende? Questi effetti si faranno sentire anche su coloro che quei servizi li comprano: le imprese italiane che scelgono di farsi pubblicità su Internet. Questi effetti saranno sufficientemente modesti da essere compensati dalla sforbiciata al cuneo fiscale, che Confindustria e sindacati ritengono prioritaria per metterci in marcia verso il miraggio della ripresa?

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