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venerdì 22 novembre 2013

David Miliband sull'Europa, via JFK

In occasione dell'anniversario dell'attentato mortale al presidente Kennedy, David Miliband è tornato a parlare da New York, con un discorso in cui ha contestato l'euroscetticismo attraverso parole e visioni di JFK.

Il discorso è di una decina di giorni fa, ma l'idea di mettere insieme JFK, Miliband - David, il preferito dei fratelli - e l'euroscetticismo - argomento consegnato all'immediatezza dell'attualità da molti, troppi, corpi politici - è indubbiamente affascinante e vale la pena metterlo qui. Anche, ma non solo, in occasioni dei cinquantanni dei fatti di Dallas.

Miliband parla di sei lezioni, «sei chiari insegnamenti», che l'esperienza di Kennedy ha lasciato a tutti noi. Parla da inglese, ovviamente, e non può non aprire con il ruolo della Gran Bretagna nell'UE. «Vista da New York, c’è una certa perplessità di fronte all’idea che la Gran Bretagna possa abbandonare [l'Europa]» dice, e continua «è un'infelice dimostrazione del fatto che stiamo in realtà valutando se abbandonare o meno il ventunesimo secolo».

La seconda lezione è di carattere economico: Miliband ricorda che Kennedy «aveva visto che la Depressione degli anni Trenta aveva rappresentato una minaccia alla democrazia in tutta Europa» e per questo promuove, come avrebbe promosso JFK, una politica espansiva - «JFK direbbe ai leader europei che bisogna rimettere l’Europa in movimento, stimolando l’economia dal lato della domanda».

Il terzo e il quarto punto, riguardano il commercio e il libero scambio - «cerchio da allargare». Secondo il politico inglese, l'ex presidente sarebbe «piuttosto divertito dal fatto che stiamo ancora parlando di aree di libero commercio tra le sponde dell’Atlantico a distanza di cinquant’anni da quando lui ne parlò per la prima volta, ma sarebbe fortemente a favore della partnership, forse anche più per il valore simbolico e geopolitico di un’Europa e di un’America che fissano uno standard globale, che non per il guadagno economico a breve termine». Questo per impedire che l'Euro, diventi un «Muro europeo».

E di confini Miliband parla nel quinto punto: utilizza il proxy della Turchia, Paese che preoccupa l'Europa per quello che riguarda le norme costituzionali e i diritti umani, ma ricorda David che «queste preoccupazioni dovrebbero portare a un’accoglienza più stretta da parte dell’Ue, piuttosto che a un’ulteriore allontanamento».

Nel sesto insegnamento che Kennedy ci ha lasciato, Miliband parla del ruolo dell'Unione Europea nel mondo: ricordando che indubbiamente il presidente avrebbe sostenuto il ruolo di pivot degli Stati Uniti nei confronti dell'Asia, crede che quel ruolo JFK l'avrebbe condiviso con l'Europa, «riconoscendo il potere dei mercati europei e nordamericani nel dare forma a regole globali».

«Kennedy parlava di identità e integrazione come di due poli intorno ai quali diverse parti del mondo – quelle sviluppate e in via di sviluppo – avrebbero potuto ruotare, su assi distinti. Oggi, invece, l’asse intorno al quale ruotano è il medesimo. L’identità locale da un lato, l’impegno globale dall’altro: il rapporto fra loro è il grande tema del nostro tempo».

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