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mercoledì 20 novembre 2013

In Brasile riprende la deforestazione dell'Amazzonia: +28%

Il tasso di deforestazione dell'Amazzonia è salito al 28 per cento: lo confermano i dati satellitari monitorati annualmente dalla stesso governo brasiliano, invertendo la tendenza di progressiva contrazione dell'ultimo periodo – il Brasile si impegna dal 2009 per ridurre la deforestazione amazzonica dell'80 per cento entro il 2020.

La zona interessata da disboscamenti, più o meno legali, ha dimensioni attuali di 5.843 chilometri quadrati – grande come lo stato statunitense del Delaware – a fronte dei 4.571 dell'anno precedente.

Gli ambientalisti sostengono che la responsabilità è della controversa legge sulle foreste, varata dal governo nel 2012, approvata sotto la pressione della lobby ruralista locale ("Bancada Ruralista"), che ammorbidisce i controlli e lascia maglie larghe agli agricoltori sulla quantità di bosco da preservare. «Non si può discutere con i numeri», ha commentato a Reuters Marcio Astrini, coordinatore della campagna-Amazzonia di Greenpeace Brasile, «Questo non è allarmismo, è una vera e misurabile inversione di quello che era stato un trend positivo».

I motivi dell'incremento sono tutti di carattere economico e passano dagli interessi dell'agricolutra – che rappresenta il 5 per cento del Pil brasiliano –, agli alti prezzi pagati per le commodities dei terreni dai praticanti del "landgrabbing", allo sfruttamento delle superfici forestali per la costruzione di infrastrutture.

Il ministro dell'Ambiente del Brasile, Izabella Teixera, appena tornata dal vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in Polonia, definendo «inacettabile» il dato in aumento, ha comunque negato ogni responsabilità del governo in quanto accaduto. Ai giornalisti presenti alla conferenza stampa a Brasilia, ha anzi ricordato che nell'ultimo anno sono state quasi 4.000 le azioni criminali individuate e bloccate dalla polizia, contro i "deforesters".

Il dato resta preoccupante, soprattutto se inserito su scala globale: è di questi giorni infatti la pubblicazione su Science di uno studio guidato dal team del professor Matthew Hansen dell'Università del Maryland, in cui attraverso nuove mappe satellitari visualizzate con una risoluzione più approfondita, si è potuto misurare che il valore della deforestazione è in aumento non solo in Brasile, ma anche in Angola, Zambia, Bolivia, Paraguay, Malesia e in Indonesia, dove i tassi fanno registrare i numeri più alti. Dai dati si è visto che su scala globale sono stati persi circa 888 mila miglia quadrate (circa 1420 mila chilometri) di foreste tagliate, a fronte di circa 309 guadagnati in nuove foreste.

Oltre al rischio della scomparsa dell'ecosistema naturale per numerose specie animali e vegetali, nonché ai problemi connessi con la privazione delle proprie terre alle popolazioni indigene, la perdita di superfici forestali gioca un ruolo importante sotto l'aspetto del clima. La vegetazione perduta non può più spezzare il ciclo del carbonio innescando la fotosintesi clorofilliana e lavorando da "sink"; condizione questa, che ne favorisce la permanenza in atmosfera. E proprio l'eccessiva presenza di carbonio nell'aria, è stata individuata come una delle principali leve antropiche al cambiamento climatico.

Non solo Brasile si diceva: questa immagine elaborata in uno studio di Hansen, Potapov, Moore, Hancher (et al., 2013) dimostra l'andamento della deforestazione nella provincia di Riau, Sumatra, Indonesia.



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