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sabato 16 novembre 2013

Il tarlo dell'euro è la Germania, di nuovo

In questo periodo per diverse ragioni e da diverse angolature, gli Stati Uniti stanno attaccando la Germania. Sostanzialmente tutto è successo, dopo la questione delle intercettazioni che hanno messo in mezzo anche la Merkel - spiata dall'Nsa nonostante si trattasse di un "leale" alleato - alle quali la cancelliera aveva reagito duramente. Ora (in realtà da un po') la questione è passata sulle critiche alla struttura economica tedesca - e sulla guida politica di Berlino, quindi si è deciso di calcare la mano verso roba più grossa.

Nell'ultimo editoriale sul New York Times, Paul Krugman, parlando del futuro dell'euro e dell'eurozona, ha posto dubbi sulla reazione tedesca a una delle necessità fondamentali di un moneta unica: spalmare l'inflazione. Definendo le scelte di Draghi sul taglio degli interessi «obviusly appropriate», ha spiegato che la direzione  intrapresa dalla Bce di abbassare l'inflazione media europea sotto il 2%, comporterebbe un innalzamento della stessa in Germania - ragione con cui si giustificherebbe la reazione contraria dei banchieri tedeschi alla decisione di Draghi. Negli anni precedenti, la Germania ha avuto una bassa inflazione, mentre paesi come la Spagna l'hanno avuta relativamente alta. Ora le regole del gioco richiedono che i ruoli siano invertiti, e la domanda è se la Germania è disposta ad accettare queste regole.

E, dice Krugma «la risposta a questa domanda non è chiara».


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