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lunedì 4 novembre 2013

Frost: il punto sul Datagate e sulla situazione di Obama

È ancora gelo tra Stati Uniti e Germania, parte più interessante degli ultimi, densi, sviluppi del Datagate.

Ieri gli americani hanno risposto con un secco no - per bocca dei presidenti dell'Intelligence Comitee di Camera e Senato, Rogers e Feinstein - alla possibilità di un atto di clemenza per Edward Snowden. Sempre ieri, a firma dello stesso Snowden è uscito il "Manifesto della Verità", pubblicato dallo Spiegel (qui ripreso da Lettera43), in cui l'ex analista Nsa invita a «lottare per la verità», forte - forse - anche dell'appello "Welcome Edward" pubblicato sempre sullo stesso settimanale a firma di diversi intellettuali tedeschi che invitano il governo a concedergli asilo politico.

Intanto la Germania - dopo aver richiesto in questi giorni, insieme al Brasile, l'intervento dell'Onu per una risoluzione per "tutelare il diritto di privacy nell'era digitale" - spinge per inserire regole sulla privacy all’interno del patto di libero scambio di cui stanno discutendo l’Ue e il governo americano.

La popolarità internazionale di Obama sta calando, anche e soprattutto in conseguenza dei risvolti usciti dal Datagate: poco importa infatti se nuove rivelazioni del Guardian raccontano che i servizi di Germania, Francia, Spagna e Svezia avrebbero sviluppato, già cinque anni fa, un progetto di intercettazioni telefoniche e internet simile a quello dell’Nsa: il male, in questo senso, è già incarnato dagli Stati Uniti. Medvedev, fiutando il clima internazionale, un paio di giorni fa c'è andato giù pesante: «Nessuno crederà più agli Stati Uniti», ha detto.

In più, sempre sul fronte internazionale, come se non bastasse l'imbarazzo generato dalle voci sulle intercettazioni alla Merkel, su cui lo stesso Snowden sarebbe pronto a testimoniare, l'America si è scagliata contro le politiche economiche della Germania (capro espiatorio della crescita modesta?) «che dipende troppo dall’export e troppo poco dalla domanda interna, con il risultato di esportare deflazione in Europa e nel mondo». Momento non troppo idoneo magari, per certi tipi di discussioni: ma cosa c'è dietro alla decisione del Dipartimento del Tesoro statunitense di usare proprio in questi giorni toni anche pesanti sull'economia tedesca, riportati su un rapporto ufficiale

Fabrizio Goria su Linkiesta, dà una risposta diretta: «L’attacco alle politiche economiche tedesche ricorda più il canto del cigno di Washington, più che il monito per i policymaker europei». Il problema non sarebbe nel timore di Washington per Berlino, ma nel timore che l'America ha di sé stessa. Di una ripresa economica debole - dipendente dal QE con cui la Federal Reserve acquista ogni mese 85 miliardi di buoni del tesoro - della mancanza di una leadership forte, di un mondo non "americocentrico". E ha paura della possibilità - molto più pragmatica - che l'Europa smetta di fare quello che sta facendo da decenni: comprare bene e servizi dagli Usa. Scrive Goria: «Al calo della domanda interna di molte economie, dall’Italia alla Francia passando per Spagna e Irlanda, si sta aggiungendo il calo della domanda esterna. Un fenomeno notato negli ultimi due mesi da Dirk Schumacher, analista di Goldman Sachs, che ha messo in guardia i policymaker europei su ciò che potrebbe accadere una volta che sarà ritirata la liquidità del QE, il cui impatto sarà rilevante anche per l’eurozona. E se cala la domanda nella zona euro, per colpa delle politiche di austerity o per colpa del ritiro del QE, a patirne le conseguenze saranno anche gli Usa».

Il fronte dei problemi esterni - esteri -, quindi si fonde quello delle difficoltà interne: Nsa e Dipartimento di stato sarebbero ai ferri corti, anche per colpa di alcune dichiarazioni non troppo bilanciate, come quelle rilasciate dal Segretario Kerry - «Gli Stati Uniti si sono spinti troppo oltre nella loro attività di intelligence». 

Giorni difficili per Obama, calendarizzati all'interno di una settimana in cui alcune importanti elezioni intermedie, restituiranno il referto sullo "stato di salute" della sua amministrazione: martedì 5 novembre, si vota in Virginia e New Jersey. In New Jersey non dovrebbero esserci problemi per Chris Cristie, amatissimo governatore repubblicano, che con il prevedibile successo punterebbe a consolidare la sua diffusione nazionale in vista della papabile candidatura per le presidenziali del 2016 - Cristie, rappresenta l'ala pragmatica e moderata del Gop, capace di accedere ai consensi là dove Ted Cruz e company non riuscirebbero, e capace di collaborare a stretto rapporto con i democratici del Governo, Obama su tutti, come in occasione dell'uragano Sandy. In Virginia, invece, la vittoria dovrebbe andare a Terry McAuliffe, storico collaboratore dei Clinton - fundraiser già ai tempi di Bill -, che sembra non avere grossi problemi contro Ken Cuccinelli. Il candidato repubblicano si è contraddistinto per posizioni molto conservatrici e da ultimo ha benedetto la scelta di andare allo shutdown.

Si voterà anche in diverse città, tra cui le metropolitane Atlanta, Boston, Minneapolis, Pittsburgh e Detroit. E soprattutto si sceglie il sindaco a New York City, dove la clamorosa escalation di consensi del candidato democratico Bill De Blasio - uscito da una campagna ai limiti  del "socialisteggiante" - riporterebbe la più "di sinistra" città d'America ai dem, un po' in controtendenza con l'andamento del gradimento dell'Amministrazione federale, scesa intorno al 43%, record storico negativo. Andamento che comunque trova buon gioco, in quello contrapposto ma analogo dei repubblicani, che come si è detto più volte, pagano lo scotto della radicalità delle posizioni di inizio ottobre su shutdown e blocco del debt ceiling

La vittoria di De Blasio e quella di McAuliffe in uno Stato diventato in questi ultimi tempi importante - elettoralmente - come la Virginia, potrebbero ridare un po' di fiato ad Obama, sebbene i dati sulla popolarità parlano chiaro. 


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