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sabato 2 novembre 2013

Eu-Populismo

Enrico Letta si rivolge all'opinione pubblica dei più grandi paesi della Ue attraverso una intervista concessa allo spagnolo El Pais , al polacco Gazeta Wyborcza, al francese Le Monde, al tedesco Suddeutsche Zeitung, all’inglese Guardian. Il sesto quotidiano è la Stampa.

L'intervista è uscita ieri, mentre oggi il quotidiano torinese dedica il Dossier di apertura all'allarme populismo in Europa: le interviste a Martin Schulz, Marc Lazar, Nigel Farage e Peter Mandelson. Dice Letta: 
Combattere i populismi o distruggeranno l’Europa
In linea, completamente, con il pezzo che ho scritto questa settimana per qdR magazine: lì si parlava anche del Tea Party. (Chi più ne ha più ne metta). Lo riporto per intero:

Quando è stata decisa la cover del numero di Bloomberg Businessweek di qualche tempo fa – quella con il Ted Cruz/Cappellaio Matto - nonstante il titolo "The Tea Party Won", in redazione apevano benissimo che si trattava di una vittoria di Pirro.
Una di quelle dove se l'Hatter Cruz e colleghi avessero ottenuto qualcos'altro, sarebbero stati completamente rovinati – come rispose il re dell'Epiro, secondo il racconto di Plutarco, a quell'uomo che gli si manifestò davanti esternando la gioia per la vittoria di Eraclea. Il Tea Party più o meno era, o è, in situazione del genere.
È indiscutibile che nel corso degli ultimi anni abbiano avuto da esporre nella bacheca elettorale diverse vittorie legislative. Così come dal punto di vista politico, è indiscutibile il quanto le "visioni" del Tea Party abbiano fatto breccia fino ad invadere, le roccaforti repubblicane - e se si è arrivati una soluzione parziale e last minute, come quella di una decina di giorni fa, è anche per questo. Inizialmente come indirizzo di convenienza – le elezioni di mid term - quasi necessario, e di sopravvivenza; poi diventando una sorta di mantra esistenziale del Gop. Ma il rischio è l'effetto boomerang. Il calo della popolarità: figlio di posizioni troppo rigide e legate al presente. Una battaglia quasi unilaterale e condotta in tempi rapidissimi, sull'abbattimento della spesa pubblica, la lotta all'intervento pubblico sulla vita economica e soprattutto sociale del Paese (Obamacare, l'ultima, gli aiuti alle banche all'inizio) e di un individualismo di frontiera, che non guarda in faccia i tagli – quelle vittorie di Pirro, appunto – e i tagliati – i cittadini che dovevano subirli. Un "Si può avere più di niente" per citare il Cappellaio di di Carrol, che però per aver quel po' che ha ottenuto, non si è curato troppo del resto: né del come o del dove, né soprattutto del quando (soltanto il 21 per cento degli intervistati da un sondaggio Nbc hanno dichiarato di avere un'opinione favorevole del Tea Party). E il rischio, più grosso, è che il boomerang agli uomini di Boehner gli torni in testa. Ma non è affar nostro.
L'idea ha finito con il sopraffarsi dell'ideatore – succede spesso in certe situazioni.
Anche qua da noi: il Movimento 5 Stelle vive un'esperienza analoga. Praticamente scomparso dalla politica che conta, da quella delle decisioni e delle visioni, quella dell'azione di governo e dell'essere propositivi. Fermo – e per un movimento sembra proprio un controsenso, un'incoerenza – sul proprio programma, radicalmente isolato. Ingessato nelle proprie posizioni, lontano dai buoni e bei propositi.
Il rischio che corrono questo genere di corpi politici è strettamente legato al rapporto con l'elettorato, con la gente per dirla più pop. Costituency troppo spesso mosse dall'istinto e dall'immediatezza. Sirene del consenso che spesso portano fuori rotta. Rotte navigate a vista, anche per questo. Rincorse istintive, per vincere il gran premio della popolarità.
Da non molto, Peter Coy (editor economico di Businessweek ) ha infatti spiegato che la riduzione del deficit sarebbe una necessità del governo federale statunitense, ma da fare con una scala temporale diversa: non subito, ma con passi graduali.
È in questo il problema allora? L'immediatezza con cui questi movimenti - ormai diventati a tutti gli effetti player politici di primissimo piano - cercano le soluzioni sembrerebbe del tutto appropiata ai tempi, rapidi, istantanei, in continua evoluzione. Ma così non è e non può essere: se è vero, come non è mai stato così vero, che in questo momento serve di rivedere e riformare il nostro sistema sociale in molte parti, questo importante passaggio non può essere compiuto senza processi di riflessione ed analisi. Seri, lungimiranti e mirati: riforme organiche e graduali, cadenzate negli anni. Circostanza che non deve essere da freno, non più. Forse in un momento storico così istantaneo – e dove spesso questa istantaneità si trasforma in compulsione e schizofrenia – quello che serve è sedersi e arrestare tutto. Fermare quel movimento eteropico e cercare una dimensione al caos. Pezzo per pezzo. E senza paura di sembrare impopolari.
Pena l'impazzimento del sistema politico: la ricerca spasmodica del consenso subitaneo come il mercurio per i cappellai.

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