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lunedì 28 ottobre 2013

Repubblica Ceca: il dito medio al proporzionale

Ok, vero: la Repubblica Ceca non è il riferimento a cui tendere - diciamolo chiaramente, perché certe cose è bene e giusto metterle in chiaro subito. Epperò ci sono un paio di dati usciti dalle urne, che sarebbe il caso di vedere un attimo. Senza indugiare troppo, così, en passant.

Dopo le dimissioni di Necas per gli scandali scoppiati a giugno, il presidente Zeman aveva gestito unilateralmente la caduta del governo, creando un esecutivo di tecnici che però non ha raccolto il voto del parlamento che a quel punto (in agosto) ha deciso per l'autoscioglimento e la convocazione delle nuove elezioni.

Il risultato delle votazioni del 25 e 26 ottobre, è di sostanziale insoddisfazione generale, ed è soltanto la prima delle cose che ci accomuna. A questa si può aggiungere che il presidente Zeman ha provato a trasferire quei tecnici che avrebbe incaricato, in una forza politica, Spoz - subito denominato partito degli Zemanovci -, che però non è riuscita a superare lo sbarramento del 5 per cento. Qua da noi, cosa simile è successa a Monti, che ha fatto soltanto un po' meglio, salvo comunque subire i risultati politici successivi che in questi ultimi giorni stanno trasformando la debacle elettorale in un disastro surreale. I tecnici non passano: serve il feeling, allora, per prendere voti?

E dire che sul feeling e sull'impatto comunicativo, durante la campagna boema si era puntato molto. Un vero e proprio marketing elettorale, a cominciare dagli spot su Youtube di Andrej Babiš - il ricchissimo uomo dei media, più volte paragonato a Berlusconi - con cui ha condotto Ano2011 (Azione dei cittadini scontenti, il "2011" sta per la data di fondazione) al grosso risultato del 18,7%, secondo partito. Il movimento populista, "si è insinuato nei malumori del centro-destra, promettendo una politica senza corruzione e mettendo la famiglia al centro dell'agone politico" (Picheca, ThePostInt). Non c'è nemmeno bisogno di trovare analogie in questo caso - polevka di rinnovato forzaitalismo, solito grillismo postmoderno, e self-made man da Tea Party dell'esteuropa.

Di campagna elettorale forte, per incantare il consenso della gente senza badare per niente ai contenuti, era stato protagonista anche il Top09. Partito guidato da Sua Altezza Serenissima il Principe di Schwarzenberg, Duca di Krumau, Conte di Sulz, Langravio Principesco di Kelttgau. Erede di una dinastia plurisecolare, "mitteleuropeo con passaporto svizzero" come si definisce, nobile papillon baffi e pipa, si è fatto ritrarre sui cartelloni vestito da James Bond con a fianco la scritta "agente 009 al servizio del Paese" e roba del genere - che più kitsch sarebbe stato soltanto un endorsement profetico del Mago Othelma. Ciliegina sulla torta, le due dita "V", so eighties. 

E infatti, i risultati non sono stati granché: soltanto un 11,7 per cento - nonostante lo humour del vecchio aristocratico raccogliesse consensi anche tra i giovani, complice anche la cerchia di conoscenze vip che gli hanno fatto da sponsor. Tra queste, quello dell'eclettico David Černý, artista contemporaneo che aveva spedito al presidente Zeman tutto il suo disprezzo attraverso una chiatta, che navigando sul Moldava portava in carico un'istallazione composta da una mano viola con alzato un dito medio di una decina di metri.

L'Ods dell'ex presidente Necas ha preso soltanto il 7,6 per cento, perdendo quasi 13 punti rispetto al 2010, a proposito di feeling con la constituency, e prendendosi dall'elettorato il gesto che Diogene fece a quello straniero che chiese di poter mirare Demostene - "Ecco per voi questo, il demagogo d'Atene", sembra che disse. Elettorato evidentemente stomacato - come dargli torto - della love/spy story in mezzo alla quale Necas era finito per colpa dell'amante, capo di gabinetto, che aveva fatto spiare dai servizi segreti la moglie (ormai ex), rivale in amore.

C'è qualcuno che ha vinto, allora? In circostanze del genere, c'è sempre un "successo" della sinistra - e il pensiero vola indietro di otto mesi. Infatti i socialdemocratici (Cssd) guidati da Bohuslav Sobotka, tristi come al solito con un campagna elettorale sobria e noiosa, hanno preso il 20 per cento: primo partito. Con loro, dopo Ano2011, ci sono i comunisti di Kscm - campagna elettorale dal grigiore sovietico - che prendono il terzo posto con il 15 per cento. Consultazioni tra le due forze di sinistra sono previste già da oggi, per cercare di mettere in piedi un governo che possa riportare la fiducia - parlamentare, si intende, non di certo dei cittadini.

Insomma chi ha vinto allora? La risposta banale, da titolo dei giornali, sarebbe nel famoso "partito dell'astensione". Circa il 61% della popolazione non si è recata alle urne, dato che conferma un'ampia tendenza globale - la disillusione nei confronti della politica. La risposta vera, invece, è nessuno - perché chi non vota, non vince mai: sia chiaro.

Il mondo è ingovernabile, si dice da parecchio in questo blog: e la Repubblica Ceca è un pezzo di mondo. Paradigma non proprio, ma tassello del puzzle sì.

Il paradigma casomai è verso un'altra questione: il proporzionale. Tanto (ri)evocato in questo periodo come la manna, lo scioglimento primaverile della neve da letargo italiano. Sistema che però non permetterà ai cechi di avere un governo stabile. E nemmeno a noi, semmai. La soluzione? Intanto cominciamo a fare due blocchi, uno di qua e l'altro di là; chi vince comanda, chi perde aspetta la prossima.




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