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mercoledì 9 ottobre 2013

Per me potete anche picchiarvi, in pace

Una volta diversi anni fa - avrò avuto un decina d'anni, quindi più o meno venti anni fa - andai con mio padre a vedere una partita amichevole della nazionale under21. I nostri giocavano contro la Danimarca, e vinsero 3-1. Era una bella serata primaverile, si giocava al Renato Curi di Perugia. La partita, come si sapeva già, fu niente di che, ma noi avevamo avuto i biglietti gratis da un amico di mio padre e dunque valeva la pena andare - a fare quello che ogni padre pone come punto cardine nei rapporti con un figlio maschio, andare allo stadio.

Da quella sera non andammo più, però. Non che andavamo spesso, anzi, era la prima volta - ma fu anche l'ultima. Mio padre ebbe paura - anch'io, e anch'io ce l'avrei adesso nei panni di mio padre. Sì, perché i tifosi del Perugia e quelli del Foligno -nemici storici in una campanilissima rivalità - pensarono bene di scegliere quella che era una partita senza troppe pretese, una passerella come si dice, piena di famiglie con bambini e piadine salsiccia e cipolle, per regolare i propri conti. Scoppiò una rissa furibonda, evidentemente appuntamento concordato - ai tempi non c'erano i socialné, ma la comunicazione funzionava lo stesso.

Botte dentro lo stadio, che mi uscivano gli occhi tanto non sapevo dove guardare; con mio padre che mi provava a distrarre per riportare l'attenzione sul campo: ma la stanca performance dei virgulti azzurrini, nulla poteva contro l'energia atletica degli Ultras - altroché. Risultato: non ho visto nemmeno uno dei gol, ma avrò contato decine e decine di cariche, calci e cintate. Poi usciti fuori, ancora peggio: gente che correva tra le macchine in fila all'uscita dal parcheggio, celerini che li inseguivano, quelli come noi che scappavano e per poco uno non mi arrivava con un calcio. Era una guerra - o almeno quello che di più simile ho visto, per fortuna, vivendo da questa parte ancora felice del mondo.

Dunque la questione è questa: un ragazzino che va allo stadio e vede certe scene, magari lì per lì rimane ipnotizzato, ma poi quando si ferma a riflettere - sì, anche i ragazzini rifletto - rimane scioccato. Per un genitore, invece, lo shock è immediato.

In questi giorni quel genere di tifosi là, sono all'attacco, fianco a fianco della gran parte dei presidenti delle Società, per richiedere l'abolizione di una regola che ci ha imposto la Uefa (con la Fifa): la base fondale della regola è la "discriminazione territoriale", nome profumato per definire una sorta di razzismo, che con un certo buonismo da parrocchia ci siamo accontenti di definire "campanilismo". Insomma, quei cori che accompagnano le partite da anni, e che dicono che "Napoli colera" eccetera. Niente di che, magari. C'è di peggio anche in giro. È roba a cui siamo più o meno vaccinati, anche se è stata e sarà la base di qualcosa di più: quella discriminazione, quella divisione che sta segnando sotto il punto sociale una spaccatura già sufficientemente marcata e che le contingenze attuali ripassano ancora di più - è argomento lungo e complesso, nel quale in questo post non vale la pena entrare.

Vale invece la pena dire, che Galliani, e chi con e per lui, hanno torto marcio. Marcissimo, per almeno due ragioni.

La prima è che se il nostro pigro calcio, ormai retrocesso nelle serie inferiori a livello internazionale, è inserito in un sistema internazionale, appunto, allora deve stare alle regole di quel sistema. Questo per dire, che le soluzioni all'italiana, sono inutili quanto pericolosi precedenti. È un po' il discorso del rispettare le regole e semmai si trovassero ingiuste, di discuterle nei luoghi opportuni - salvo poi che in quei luoghi devi andarci con una certa rappresentabilità, che di sicuro viene meno davanti a soluzioni pulcinelliane e provinciali organizzate nello scantinato di casa, per aggirare quelle norme ratificate proprio in quelle stesse sedi. Si fa così: le regole innanzitutto si rispettano, poi si contestano.

Seconda questione, diversa dalla prima che potrebbe essere una legge di condotta generale che qui è stata più di una volta sottolineata,  riguarda invece il calcio - intesto come mondo del - nello specifico. L'essere schiavo di un sistema - quello dei tifosi - che di questo mondo, di questo sport, di questo spettacolo, rappresenta sempre più una deviazione perversa. Stiamo a discutere, del perché e percome a certi elementi venga garantita la possibilità di insultarsi: rendiamoci conto, sul serio. Possibilità che a mio modo di vedere dovrebbe essere garantita a chiunque, perfino quella di picchiarsi, se l'evoluzione antropologica del singolo - o del gruppo - non permette di meglio. Per carità, fate pure. Ma fatelo differentemente. Datevi appuntamenti in parcheggi vuoti nel cuore della notte, in una delle sterminate coltivazioni demaniali, in mezzo a un bosco: fatelo lontano dai nostri occhi, però. Fatelo lontano dalle nostre orecchie, fatelo lontano da quelle di mio figlio, dei miei nipoti e di tutti quelli che ancora credono che valga la pena tifare una squadra, esultare per un gol, incazzarsi per un fuorigioco. Per quelli che ancora guardano la partita sul campo, per quelli che vedono lo stadio come un teatro pop, da vivere la domenica pomeriggio - o quando diavolo si giocano le partite adesso, che serve una guida tv dedicata sennò ti perdi - con il panino e il figlio, sul divano col caffè o sotto la pioggia che ti inzuppa.

Sulla lettera che Beretta - presidente Lega serie A - ha scritto alla Federazione, c'è scritto "è importante rivedere il sistema sanzionatorio, le attenuanti e gli aiuti collaterali per non dare armi improprie e rinforzare le minoranze ultrà". E invece è l'opposto: le sanzioni devono esserci e pesanti, senza attenuanti, senza aiuti collaterali - che chissà poi cosa intende - perché l'arma impropria è il ricatto che i tifosi dell'Inter fanno quando scrivono :"Tutte le curve facciano cori discriminanti per arrivare ad una domenica di totale chiusura degli stadi" come fossero i proprietari di questo sport, come se fosse questo il senso di questo mondo.

Perché in casi del genere, le soluzioni sono due: o l'emancipazione o la repressione. Di quale sia la migliore per noi, io un'idea ce l'avrei: semmai, provate a chiedere agli inglesi - tifoserie di un certo primo piano - come si fa.

Poi sì, in effetti si parla del niente.




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