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domenica 13 ottobre 2013

Ma le Poste in Alitalia sono un happy ending?

Provando a capirci qualcosa di quello che succede, è successo, e succerà, ad Alitalia, mi sono fatto questa domanda. Mi sono cioè chiesto se, al di là di preconcetti - o visioni precedenti, per ripulire la cosa -, l'ingresso di Poste Italiane con quei 75 milioni di aumento di capitale è una vera soluzione alla questione.

La risposta è molto complicata e non credo troverà fortuna in questo momento: come dire, si vedrà.

Letta intanto ha commentato festeggiando la possibile soluzione - dovrà infatti essere ratificata del tutto da un'assemblea degli azionisti che ci sarà lunedì - commentando: "La nostra parte è stata fatta" a cui si abbina il lealista governativo Lupi, ministro di merito visto la delega ai Trasporti, che chiosa: "Ce l'abbiamo fatta, abbiamo lavorato intensamente in queste settimane per ottenere questo risultato".

Ma questo risultato, dunque, è buono davvero o no?

Così e così. Perché se è vero che da un lato è stato trovato il cosiddetto "cavaliere bianco" - l'entità, statale, disposta ad entrare nell'aumento di capitale - ed è stato così evitato quello che sarebbe stato il tragicomico blocco dei voli per insolvenze sui carburanti e ancor più il ridimensionamento che aveva in progetto Klm-Air France; dall'altra parte a quanto pare, c'è tutta una seri di problematiche irrisolte. A partire, per esempio, dal debito effettivo della compagnia, che sarebbe notevolmente superiore ai 946 milioni di cui si era parlato nel primo semestrale, raggiungendo - sommando debito commerciale, lo scaduto e i debiti operativi - quasi i due miliardi di euro. Ragion per cui - ripeto - al di là di preclusioni ideologico-formative, l'ingresso di Poste sarebbe solo un viatico per allontanare lo spauracchio del collasso immediato: un po' come quando da piccolo la mamma ti diceva di pulire la camera e tu buttavi tutto dentro l'armadio chiudendo gli sportelli - polvere sotto al tappeto, di nuovo.

In questo si aggiunge un ulteriore aspetto. Uno dei principali creditori è Adr (Aeroporti di Roma), la società che gestisce gli scali capitolini controllata dai Benetton - che sono insieme a Intesa e Immsi anche tra gli azionisti di maggioranza di Alitalia - che oltre alla questione di cassa, ragiona in funzione dello sviluppo futuro. In un documento riservato inviato a Palazzo Chigi, di cui parla Michele Arnese su Formiche, Adr dice "E’ necessario guidare la situazione verso un’aggregazione con un grande vettore internazionale che mantenga Alitalia come hub carrier e metta Fiumicino come secondo o terzo hub al centro di un network di collegamenti internazionali e intercontinentali". Ma se questo potrebbe far pensare ad Air France come (inevitabile) soluzione finale, sono invece le parole che seguono che chiariscono meglio il discorso: "Vanno evitate ristrutturazioni più o meno traumatiche con perdita del ruolo di hub carrier [...] con progressivo spostamento del traffico verso altri hub", con riferimento a quanto sembra allo Charles De Gaulle. E così, secondo i rumors di cui parla Arnese, la preferenza di Adr - che comunque descrive un epilogo in cui la compagnia finirà inesorabilmente in mani straniere - andrebbe verso aziende orientali, meglio se del Golfo. In particolare si parlerebbe di Ethiad.

Altri dubbi riguardano proprio Poste. L'a.d. Massimo Sarmi aveva chiaramente espresso la volontà di uscire dal business del trasporto, cedendo il carrozzone Mistral Air. L'ex compagnia aerea fondata da Bud Spencer e comprata completamente da Poste nel 2002, dopo un passaggio in mani olandesi, si occupa di cargo la notte e trasporto passeggeri di giorno e è uno dei colpi del "Passera postino" - ruolo precedente a quello in Intesa. I numeri del vettore aereo, che funziona principalmente come low cost, non sono del resto rassicuranti: nonostante l'accordo commerciale con l’Opera Pellegrinaggi - per il trasporto dei pellegrini verso Lourdes, Fatima, Santiago de Compostela - e quello con il ministero degli Interni per il trasferimento degli immigrati clandestini. A fine 2012, infatti, Mistral Air registrava un patrimonio netto negativo per quasi 6 milioni di euro, un rosso (il quinto di fila) di 8,242 milioni e debiti per 33,858 milioni. Scrivono Costanza Iotti e Gaia Scacciavillani sul Fatto: "Situazione che, complice il suggerimento della Corte dei Conti, aveva spinto il successore di Passera alle Poste ad avviare il processo di dismissione della compagnia già ricapitalizzata per 3,5 milioni nel 2010, sollecitando manifestazioni di interesse “al fine di valutarne la cessione a un operatore selezionato”. Una scelta motivata sostanzialmente dall’andamento negativo di Mistral che richiede una nuova iniezione di liquidità obbligatoria da circa 3 milioni perché il patrimonio è appunto sceso sotto il minimo di legge".

Ma Mistral in fondo è una piccola azienda con un fatturato intorno ai cento milioni annui, di cui, sebbene in perdita, Poste può assumersi gli oneri - e i rari, non ancora sbocciati, onori. Alitalia invece è altra cosa, e nonostante l'utile - di un miliardo - con cui la società guidata da Sarmi  ha chiuso lo scorso anno, frutto di un forte posizionamento finanziario (molto oltre il ruolo di servizio di cui dovrebbe occuparsi), le perplessità restano.

Per concludere, riportato come informazione - per i commenti ci sarà tempo -, proprio il giorno in cui in Italia si annunciava una nuova partecipazione statale all'interno di un'azienda importante di servizi, in Inghilterra iniziava la vendita di in borsa del 60 per cento della partecipazione detenuta dal governo in Royal Mail.

Che è l'ulteriore dubbio, che rende difficilissimo se non impossibile, trovare risposta adesso alla domanda del titolo.



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