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martedì 22 ottobre 2013

Come sta cambiando il conflitto in Siria e come cambia il modo di raccontarlo

Non si tratta soltanto della provocazione che Assad avevo consegnato alle pagine di Al-Akhbar, quotidiano libanese vicino a Hezbollah. E non si tratta nemmeno della posa mistica, all'alba, alla moschea di Damasco, in cui il presidente si è fatto riprendere in occasione delle celebrazioni dell'Eid al Adha - la festa del sacrificio islamico, lo scorso 17 ottobre.

Si tratta di forma e di sostanza, però.

La forma l'hanno data i media, che hanno - dopo l'accordo sullo smantellamento dell'arsenale chimico - cambiato i toni sulla questione siriana. Quello che era precedentemente definito in modo più o meno univoco, un "dittatore", adesso è stato riabilitato come "presidente" e il suo "regime" è tornato ad essere un "governo".

Sulla sostanza, invece, le cose stanno messe un po' diversamente. Perché se è vero che si sono letti diversi articoli sulla persecuzione degli Alawiti - la minoranza sciita a cui appartiene la famiglia Assad -, culminata con una strage consumata a Latakia da parte dei ribelli stessi, che quasi dipingevano Assad come una vittima (e nel caso, poteva anche esserlo) del conflitto; dall'altro canto c'è l'aspetto importante: quello legata ad Al Qaeda e ai fatti di quella strage e di quelle persecuzioni e, di più, di un cambiamento del senso di questa guerra. Se n'era già parlato, di come il fronte ribelle laico, stesse pian piano deviando - con volontà o per prepotenza - verso una posizione fortemente jihadista. Gruppi armati, pseudo-indipendenti, all'interno dei ribelli stessi e modificazione di parte del consenso. Il paese - i ribelli - sembra effettivamente essere sotto lo scacco del movimento qaedista.

Di qui, la considerazione. Si torna a toccare un aspetto che sto battendo molto da un po': la formazione del consenso. Rapida, superficiale, istintiva, schizofrenica. I media ammorbidiscono le posizioni su Assad, come se il passaggio della "pace" - che poi pace non è - fosse stata una sua scelta, una maturazione, una decisione di presa coscienza. Così sappiamo che non è andata, almeno non fino in fondo. Sulla via di Damasco, il presidente non ha trovato la folgorazione, ma i missili statunitensi da un lato e la risoluzione della comunità internazionale dall'altro - con l'alleata storica, amica fraterna, Russia, che se ne faceva da garante.

Le azioni delle forze di sicurezza nazionale, legate ad Assad, continuano e continuano con la violenza di prima. Perché continua la guerra civile e continua la disperazione di un popolo. Tutto aggravato, ma già da un po', di un terzo player: Al Qaeda, che aspettava da tempo l'occasione per un inserimento profondo e definitivo nel conflitto.

Il conflitto sta cambiando, è vero (ma molti analisti lo avevano già letto) - e chissà se forse non è da una lettura di questo genere, che derivi anche parte della decisione di Assad, più che da un convincimento profondo. Questo però nulla toglie a quello che Assad è stato e ha rappresentato in tutto questo tempo, da anni ormai. Forse, quello che è meno vero o giustificabile, è dunque il cambiamento del modo di raccontarlo.

Per capire questo comportamento dei media, riporto un estratto da un articolo di Lettera 43 che ha ricostruito molto bene, il comportamento della stampa nella settimana appena trascorsa tra l'11 e il 18 ottobre.


1. Human Right Watch: Anche gli alawiti sono perseguitati



L'11 ottobre scorso, le agenzie di stampa hanno battuto la notizia del rapporto della Ong Human rights watch (Hrw), che "dopo attente verifiche e indagini sul terreno", ha documentato il massacro dei "jihadisti" contro i civili, nella comunità alawita dei villaggi a Est della città di Latakia.
La regione costiera nel Nord è abitata dai siriani della "confessione religiosa della famiglia presidenziale di Assad". E, in un dossier di 100 pagine, l'Ong ha raccolto le generalità dei 190 civili uccisi (tra i quali 57 donne, 18 bambini e 14 anziani), tra il 4 e il 5 agosto, in un massacro compiuto dai "miliziani fondamentalisti".La notizia è stata ripresa nel giro di pochi minuti da tutti i media internazionali.

2. Guardian: I ribelli uccidono centinaia di civili siriani



Prima dei negoziati sulle armi chimiche, i governatorati di Latakia e Tartus (Stato autonomo alawita tra il 1922 e il 1944) erano "roccaforti lealiste" della "setta sciita degli Assad". La notizia della rappresaglia contro "oltre 100 civili siriani, della stessa comunità della famiglia presidenziale" era stata data alla fine di agosto dall'Ansa, come notizia verificata da fonti anonime super partes. Ma non aveva avuto grande eco internazionale.
Stretto l'accordo sulle armi chimiche, al contrario, il massacro è stato rilanciato sull'homepage del quotidiano britannico Guardian. Il cui titolo ha puntato il dito non contro i jihadisti, cioè le frange di estremisti islamici sempre più presenti. Ma genericamente contro i "ribelli siriani", quasi a renderli tutti terroristi. 

3.Economist: reportage sulle atrocità degli insorti



Il 13 ottobre anche l'autorevole Economist, a favore di un intervento militare contro Damasco prima dell'intesa russo-americana, titolava "Guerra in Siria, le atrocità dei ribelli".
Con pathos, il magazine inglese ha narrato, oltre due mesi dopo l'accaduto, le scene di panico e orrore nelle case rastrellate durante le "esecuzioni e sparatorie indiscriminate" di "bande dell'opposizione" penetrate nell'"area dei dieci villaggi alawiti", il 4 e il 5 agosto 2013.
Il giornale ha descritto l'assalto dei ribelli "guidato da affiliati di al Qaeda" specificando che Human Right Watch ritiene "possa essere annoverato tra i crimini contro l'umanità".

4. Washington Post: Siria islamizzata da al Qaeda



Anche la stampa americana ha cambiato registro. In un reportage del 13 ottobre, il WaPo ha descritto la Siria messa a ferro e a fuoco dai "gruppi legati ad al Qaeda, rivali tra loro". Il quotidiano, noto per il suo giornalismo di inchiesta e di qualità, ha dipinto un Paese dall'islamizzazione sanguinosa e forsennata, frutto di un "mix di pragmatismo e militanza". "Prima di uccidere 14 bambini sciiti in un attacco-bomba a una scuola, al Qaeda in Iraq ha inviato guerriglieri nei villaggi del nord della Siria", ha scritto il Washington Post, "riaprendo le classi sunnite e distribuendo libri di testo religiosi".
"Questo movimento e gli estremisti di al Nusra, legati separatamente alla rete terroristica di Osama bin Laden, spaventano l'Occidente", è stata la conclusione. Si teme dunque che "l'influenza jihadista tra i ribelli siriani stia crescendo".

5. Stampa locale Usa: ribelli violano diritti inviolabili



La questione dei "ribelli siriani e dei diritti umani" è improvvisamente diventata centrale anche per la stampa locale degli Usa. Un commento del quotidiano americano popolare Las Vegas Guardian Express, per esempio, all'indomani della notizia della strage di Latakia ricordava come gli "esseri umani siano nati con diritti innati sull'eguaglianza, senza discriminazioni di origini etniche, sesso, linguaggio e religione". Diritti umani alla base della Dichiarazione universale del 1948, "assoluti e inderogabili", eppure violati "vicino alla città siriana di Latakia", dove i "ribelli dell'opposizione hanno ucciso quasi 200 civili".

6. die Zeit: il Nord della Siria controllato da terroristi



La Siria come "terra di jihadisti" e "organizzazioni terroristiche" è stata narrata anche dal settimanale tedesco die Zeit. Sensibile alle notizie che interessano la grande comunità turca in Germania, il 17 ottobre il magazine d'approfondimento ha scritto come, lungo la frontiera con la Siria, l'esercito di Ankara sia ormai impegnato in scontri a fuoco contro i miliziani di al Qaeda in Iraq e del Levante (Isil) - (si era già detto qua ndEm). Il giornale tedesco ha raccontato che a settentrione di Aleppo gli attacchi dei qaedisti sono sempre più diffusi. "Nel Nord e nell'Est della Siria le organizzazioni terroristiche islamiste e i movimenti a loro collegati si sono allargati, assumendo via via il controllo delle regioni al confine con la Turchia e l'Iraq".

7. Reuters: L'ascesa di al Qaeda a Nord



Da Istanbul, il 17 ottobre anche l'agenzia Reuters ha riferito come "l'ascesa di al Qaeda nel nord della Siria" rappresenti un "dilemma per la Turchia". Esplose le rivolte, Ankara ha accolto i primi campi d'addestramento delle brigate ribelle, ma presto questa strategia interventista si è rivelata un boomerang. "La minaccia per la sicurezza lungo i confini già vulnerabili dei turchi solleva interrogativi sul sostegno del governo agli insorti in guerra contro Assad: un errore tattico", hanno commentato ufficiali dell'esercito che hanno chiesto di restare anonimi. "Mercenari, per lo più finanziati dagli Stati del Golfo, all'inizio erano benvoluti tra i ribelli siriani, perché avevano maggiore esperienza in battaglia".

8. Le Monde: Siria terra di jihad e sequestri



Anche il quotidiano d'Oltralpe ha descritto il "nord della Siria come terra di jihad e rapimenti". "L'industria del sequestri" che serve a finanziare gruppi estremisti e, più in generale, i ribelli anti-Assad, tiene prigionieri centinaia di ostaggi, hanno ricordato i cronisti francesi. Tra questi, quattro giornalisti e fotografi francesi (Didier François, Edouard Elias, Nicolas Hénin Pierre Torres). Ma anche, ricorda il giornale, il gesuita italiano, padre Paolo Dall'Oglio, scomparso da Raqqa - cittadina proclamata emirato islamico - nel luglio scorso.

9. Le Point: Opposizione siriana screditata


Un altro giornale francese, Le Point, si è dimostrato molto critico verso l'opposizione siriana, riconosciuta dalla comunità internazionale come legittimo rappresentate del popolo siriano. "La coalizione nazionale degli insorti è stata nuovamente screditata", ha titolato il settimanale il 16 ottobre scorso, raccontando le lotte interne che ormai dilaniano l'organizzazione di coordinamento: "Decine di gruppi ribelli hanno respinto l'autorità del principale organo d'opposizione, decretandone il fallimento. Nel Sud, quasi 70 gruppi hanno disertato", aggiungendosi ai 10 movimenti di combattenti fuoriusciti a settembre.

10. The raw story: Asma, la first lady siriana



Se i ribelli sono riconosciuti e descritti sulla stampa come corresponsabili della deriva siriana, i vertici del governo sono tornati interlocutori dell'Occidente. Sempre meno si parla di regime e dittatura. La moglie di Bashar al Assad è tornata a essere la "first lady siriana", al fianco del marito in un momento molto difficile per il Paese. Come altri giornali, il 15 ottobre il sito d'informazione americano The Raw Story ha raccontato come "Asma, cresciuta ed educata in Gran Bretagna, era apparsa raramente in pubblico dall'inizio del conflitto siriano". Ma nella festa del sacrificio, ha riportato il magazine progressista, la first lady siriana ha dichiarato in tivù di voler restare sempre accanto ad Assad. Mai citata, nel testo, la parola "propaganda".


In tutto, come spesso accade, avete visto titoli di media italiani? No, per noi, più o meno, tutto è finito. Notizia scaduta - sempre per quella storia dell'immediatezza.



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