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sabato 12 ottobre 2013

Let's raise the roof until this party is off the hook!

"Rasi the roof" è quel genere di movimento, di danza diciamo, fatta con i palmi in alto rivolti al cielo, spingendo all' insù. Significa letteralmente "alza il tetto" e negli sport americani andava di moda intorno agli anni '90: qualche tempo fa la PG attualemente ai Kings Isaiah Thomas - omonimo, eh! - ai tempi al college con gli Washington Huskies ha cercato di riportarlo in voga, iniziando di nuovo a farlo - la prima fu dopo una schiacciata contro Oregon. "Raise the roof" serve per portare il divertimento, l'empatia, di una qualche situazioni, ad un livello più alto. Ma anche - secondo la Glass Ceiling Act, parte del titolo II del Civil Rights Act - per superare i propri limiti, soffitto di vetro che schiaccia tutto verso il basso.
Barack e Michelle, raising the roof

Senza troppa fantasia, si potrebbe dire che questi giorni la danza la dovrà ballare Obama, perché tutto l'empasse della questione shutdown gira intorno all'innalzamento del tetto del debito pubblico - s'era già accennato - con la campanella dell'ultimo secondo che sta per suonare (con il countdown  del 17 ottobre, più o meno, entro cui risolvere tutto) e Barack che deve inventarsi una rimessa di quelle studiatissime con cui Greg Popovich, il re del "collettivo" degli allenatori Nba, vinceva le partite. Si sa.

Prima di andare oltre, occorre fare un digressione sullo shutdown in sé.

In nessun altro paese in epoca moderna - fatta eccezione dell'Australia nel 1975 - si è mai verificato un qualcosa di analogo. "Per la maggior parte del mondo, uno shutdown è una pessima notizia e il risultato di una rivoluzione, di un’invasione o di un disastro - ha detto Anthony Zurcher di Bbc news - mentre per gli Stati Uniti è frutto di un blackout tra le parti politiche, di un disaccordo alla radice che, a loro dire, è irrisolvibile, tanto da congelare tutto". E aggiunge: "Il governo siriano ha continuato a pagare le bollette e gli stipendi dei lavoratori anche nel bel mezzo della sua guerra civile". Sul Washington Post Erik Voeten, professore della Georgetown University, ricorda che anche "il Pakistan e la Colombia hanno avuto guerre civili, crisi finanziarie e colpi di stato, ma mai queste hanno avuto come conseguenze uno shutdown di governo”.

Ma allora perché gli Stati Uniti per la diciottesima volta si trovano in condizioni che tutti gli altri stati hanno sempre evitato, anche attraverso salti mortali e passi indietro ideologici e programmatici? La risposta, secondo James Fallows del The Atlantic starebbe nel fatto che per ora - per ora! - l'economia americana è talmente ricca da permettersi certe situazioni.

Ma il monito è arrivato dalla conferenza stampa d'apertura dell'incontro del Fmi a Washington, in cui Christine Lagarde, la direttrice, ha parlato di tre scenari possibili elaborati dai suoi esperti, senza però rivelarne i contenuti. Le Figaro scrive che in una di queste ricostruzioni, la terza e più temibile, l'impatto sul mondo economico e finanziario dello shutdown assumerebbe un valore globale simile a quello dell'esplosione di Lehamn Brothers del 2008. "Come una bomba atomica" aveva detto Obama - e intanto il Washington Post, prima di passare alla dimensione planetaria, ha costruito un'infografica delle conseguenze stato per stato.

La situazione è tuttora in gridlock - blocco del sistema -, ormai da undici giorni. Sembra che il Gop sia pronto a votare la legge di bilancio, ma ancora non c'è un accordo; anche perché Obama ha rifiutato una proposta con pochi spiccioli sul banco, per allungare di un po' di tempo - sei settimane, al 22 novembre - la decisione sull'aumento del tetto, e riattivando comunque le funzioni degli uffici federali, con un innalzamento "provvisorio".

Su questo, Obama sta giocando duro: e forse, a sentire quel che si dice, i repubblicani cominciano a sfaldarsi lasciando isolato il gruppo radicale di senatori più vicini al Tea Party - e quelli che si stanno posizionando più a destra, per paura che eventuali sfidanti ultra libertari possano batterli nei propri collegi. Paul Krugman è stato molto duro in questi giorni, definendo i conservatori come irresponsabili e soprattutto "incompetenti" e figli di una " storia tragicomica", chiamandoli i Boehner Bunglers - "bunglers" più o meno significa "pasticcioni". Obama, come tutti, sa che al centro del braccio di ferro c'è l'Obamacare, ma non molla di un centimetro, per ora, perché sa anche che prima o poi cederanno - e già si vedono primi segnali.

Cedere sarà comunque necessario, o da una parte o dall'altra, perché la posta in ballo se non si alza il tetto del debito, è enorme.

Ma forse è utile capire perché?

Come ogni stato del mondo, anche gli Stati Uniti hanno bisogno di soldi per sopravvivere: soldi con cui pagano le proprie strutture, i propri dipendenti, le infrastrutture, i progetti, i programmi di assistenza (welfare), eccetera: insomma i soldi che si spendono per mandare avanti la baracca. Le entrate sono rappresentate dalle tasse, che sono il sistema con cui gli Usa e tutti gli altri stati guadagnano; tuttavia, i soldi del gettito sono sempre meno di quel che serve e così occorre trovarne degli altri in prestito - anche qui, come noi ben sappiamo, è una questione comune a tutti. Gli stati li richiedono a banche, fondi e investitori, indebitandosi. Negli Usa però, a differenza che qui in Italia, per prendere questi prestiti, il governo ha bisogno dell'autorizzazione del Congresso. (La legge è stata modificata dal 1917 in poi, prima ogni singolo prestito doveva essere politicamente autorizzato, dopo si è deciso di fissare precedentemente un tetto di debito all'interno del quale il governo può muoversi). 

Date le circostanze - inflazione, e situazioni economiche globali - è stato più volte necessario in epoca moderna, modificare al rialzo quel tetto con un metodo ormai diventato abituale - prassi, non soluzione legislativa, ma vale tanto quanto - che prevede che quando ci si avvicina a quella data cifra, il Congresso decide un aumento. Passaggio che permette al paese di continuare a finanziarsi sul mercato vendendo titoli di stato. Dopo Truman tutti i presidenti hanno avuto bisogno di un ritocchino: 18 volte durante la presidenza Reagan, 8 volte durante la presidenza Clinton, 7 volte durante gli anni di George W. Bush e 4 volte fino a ora con Barack Obama. Tanto per ricordarlo, il tetto attuale è di 16700 miliardi di dollari.

Questo passaggio formale, d'abitudine, di prassi di di governo - mettendo insieme al governo, anche le opposizioni - inizialmente era praticamente automatico, mentre invece da un po' di anni è diventato oggetto di infinite trattative politiche.

La cosa importantissima che sta dietro a tutto questo, è che se il Congresso non approverà una legge che alzi il tetto del debito,entro il 17 ottobre, gli Stati Uniti non potranno più finanziarsi con la cessione di nuovi titoli di stato, né tanto meno ripagare i creditori in possesso dei vecchi titoli di stato. Circostanza questa che porterebbe l'america al default - che in casi come questo, si definisce "tecnico", in quanto sarebbe dovuto a una questione di carattere amministrativo, una legge, e non a una reale insolvenza per ragioni economiche. Tuttavia, in circostanze analoghe, nell'agosto del 2011 il mancato accordo sul tetto del debito – che fu poi raggiunto poco dopo la scadenza – portò al primo downgrade del rating americano nella storia, operato da Standard & Poor’s e gli Usa persero la Tripla A

Non proprio il massimo per un'economia che è in crescita, non proprio il massimo soprattutto se quell'economia è da sempre traino per tutte quelle degli altri paesi. 

Lehman Brothers docet, appunto.

Let's raise the roof until this party is off the hook!


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