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domenica 6 ottobre 2013

Land grabbing: la Cina coltiverà il 5% dell'Ucraina (ma gli ucraini negano)

La Cina avrebbe firmato un accordo, della durata di circa mezzo secolo, per la coltivazione di tre milioni di ettari di terreni ucraini: si tratta del 5 per cento della superficie terriera totale, il 9 se si considerano i terreni agricoli. L'operazione è stata condotta dalla Xinjiang Productions and Construction Corps (XPCC) – conosciuta anche come Bingtuan, organizzazione economica e semi-militare governativa della provincia autonoma dello Xinjiang Uyghur. Il lancio del progetto, prevederà l'utilizzo iniziale di cento mila ettari, per poi ampliarsi fino a tre milioni nel corso del tempo.

Xpcc con un comunicato stampa, ha diffuso la notizia nei giorni scorsi, anche se l'accordo risalirebbe a giugno: il partner locale sarebbe la KSG Agro, la principale azienda azienda agricola dell'Ucraina, che invece ha poi rilasciato uno statement in cui negava, e deviava, i fatti. La notizia è stata ripresa da diversi media, partendo dal quotidiano di Honk Kong "South China Morning Post" per poi arrivare sulle pagine di Reuters e di "Quartz". 

Anche in Italia alcuni media se ne sono occupati (non i mainstream), ma a differenza di quelli stranieri, Quartz per esempio, che hanno aggiornato i pezzi con la nota stampa degli ucraini - che apparentemente negavano l'intera operazione e dunque la notizia stessa - l'hanno data per buona senza tornarci su.

Per personale inciso metodologico - e per dire che certe volte un tesserino non può far la differenza, anche se poi sembra che - racconto che anche io, appena uscito l'annuncio cinese, ci avevo scritto su. Il pezzo era già stato inviato a The Post Internazionale, salvo poi, per scrupolo e chissà quale sensazione, tornare a controllare un po' le fonti - sì, ci sono le fonti anche se si scrive dalla remota provincia umbra di cose molto ma molto più grosse del mio pianerottolo, non sono fonti di quelle con cui si prende un caffè nel peggior bar del peggior quartiere, come nel migliore degli immaginari sul giornalismo freelance, ma sempre fonti sono (nel caso, i siti delle controparti), e vanno verificate. Insomma, tornato indietro a controllare di nuovo i dati, a pezzo già inviato, mi sono accorto della nota di KSG e così ho bloccato tutto. Meglio non dare una notizia, piuttosto che darla sbagliata. Poi successivamente, si può trovare comunque di raccontare la storia.

Ed ecco, appunto che siamo qui: il fatto è che tutto è restato come una decina di giorni fa. Alla smentita ucraina non ha avuto seguito un chiarimento cinese. Ma l'accordo sembra esserci stato comunque. Ci sono pochi dati certi, ma a quanto sembra i prodotti derivanti dai terreni interessati, nella provincia orientale dello Dnipropetrovsk, saranno venduti con tariffe preferenziali a due aziende agricole statali cinesi.

Per chiudere la trattativa, a quanto sembra, la società ucraina avrebbe dovuto "aggirare" una legge che impediva agli stranieri investimenti in terreni nazionali e forse anche per questo da ul. Rognedinskaya (a Kiev, sede della direzione aziendale di KSG) sono restii a svelarne i dettagli. Come contropartita, la China's Import-Export Bank concederebbe un prestito di tre miliardi di dollari che il governo di Kiev utilizzerà per lo sviluppo agricolo. Inoltre la Cina avrebbe aggiunto al piatto, i semi e attrezzature e la costruzione di un impianto per la produzione di fertilizzante – l'Ucraina infatti, ne importa circa 1 miliardo ogni anno – e un altro per produrre sostanze di protezione per le colture. Dell'accordo fanno parte anche aiuti per il miglioramento delle vie di comunicazioni con la Crimea e un ponte sullo stretto di Kerch, sul Mar Nero - importante distretto economico commerciale.

L'iniziativa è stata ripresa in modo critico da numerosi analisti, in quanto è considerata da inserire tra le operazioni di land grabbing - altro importante motivo del ricalcitramento ucraino. 

Il land grabbing è la pratica con cui governi stranieri, multinazionali, fondi di investimento, si impossessano di ampie quantità di terreno di Paesi in via di sviluppo per la produzione e utilizzo delle colture. I prodotti vengono poi trasferiti verso la nazione coltivante e niente resta agli "affittuari". Aumentata con il picco dei prezzi del grano del 2007-2008, oltre a permettere sostegno per la sicurezza alimentare nazionale dei paesi "grabber" viene utilizzata anche per produrre biocombustibili a fini speculativi: sul fronte si starebbero muovendo oltre alla Cina, Stati Uniti, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto, Israele, India e Corea del Sud.

La direzione principale sono i terreni vicini a fonti d'acqua dolce e dotati di falde idriche corpose dell'Africa (poi America Latina e Asia). Secondo uno studio pubblicato a novembre dello scorso anno sul Proceedings of National Academies of Sciences (Pnas) la percentuale di terreno soggetto a "grabbing" sarebbe compresa tra lo 0,7 e l'1,75 della superficie mondiale, un'area più o meno corrispondente a quella di Francia e Germania. 

Flussi del land grabbing (fonte: Washington Post)

In astratto questo genere di transazioni potrebbero non essere un problema, garantendo anzi alle popolazioni locali una migliore efficacia di coltivazione, e diventare economicamente vantaggiose. Ma così non è, perché come facilmente accade in questi casi si tratta di qualcosa di più simile allo sfruttamento che al commercio, a cui si abbinano spesso i trasferimenti forzati delle popolazioni dei villaggi oggetto di acquisizioni.

Paolo D'Odorico, del Dipartimento di scienze ambientali dell'università della Virgina - che ha condotto lo studio del Pnas con altri due ricercatori del Politecnico di Milano (Maria Cristina Rulli e Antonio Saviori) - fece notare tempo fa sul Washington Post quanto il processo fosse incoerente. Con riferimento al caso della Tanzania, dove una popolazione dipendente dagli aiuti internazionali, vede molte delle fasce di terreno più fertili, coltivate da investitori stranieri con trasferimento dei prodotti. Condizione analoga in Sudan, dove l'unica fascia fertile del territorio, quella intorno al Nilo Blu, è oggetto di coltivazioni straniere per esportazione di cibo, con le popolazioni autoctone costrette a vivere nelle zone più aride.

Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto relativo a quello che è successo il gennaio scorso in Etiopia, dove il governo ha forzatamente trasferito decine di migliaia di persone per liberare terreni oggetto di investimenti cinesi e degli stati del Golfo. Al di là dei metodi spesso repressivi utilizzati e del non rispetto della storia e delle tradizioni degli abitanti indigeni, i nuovi villaggi predisposti, mancavano di acqua, strutture sanitarie e assistenziali in genere, così che si crearono numerosi casi di fame endemica.

Lo scrittore di saggi scientifici Fred Pearce (autore del libro "The Land Grabbers") intervistato dal Guardian il maggio scorso, ha dichiarato che il land grabbing "sta avendo un impatto sulla vita delle persone povere, più forte del riscaldamento climatico" mettendo in allarme sull'evoluzione del processo.

A tal proposito le previsioni di Pearce sull'ampliamento delle dimensione della pratica, sarebbero estremamente corrette: l'operazione cinese in Ucraina, infatti, rappresenterebbe il più grande investimento fin qui realizzato.

La Cina per far fronte al fabbisogno interno, starebbe aumentando l'aggressività delle proprie azioni, avviate nel 2007 e proseguite con l'acquisizione di diversi terreni agricoli in Sud America, sud est asiatico e Africa. Negli ultimi anni l’azienda cinese Beidahuang ha comprato 234.000 ettari per coltivare la soia in Argentina e Chongqing Grain ha investito 375 milioni di dollari in piantagioni di soia in Brasile e 1,2 miliardi di dollari in terreni agricoli in Argentina, destinati alla coltivazione di soia, cotone e mais. Il consumo alimentare cinese, infatti, equivale a circa un quinto del totale mondiale, a fronte soltanto di un 9 per cento dei terreni coltivabili. Nel 2012 la Cina ha importato circa 14 milioni di tonnellate di cereali e farine, con un aumento del 150 per cento rispetto al 2011. Acquisire terreni coltivabili, sarebbe una delle soluzioni adottate dal governo di Pechino per abbassare i costi dei propri beni alimentari.


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