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giovedì 3 ottobre 2013

Armi chimiche in Italia e nel mondo

È arrivato in Siria il team di 19 esperti dell'Opcw, accompagnati da altri 14 dell'Onu, per effettuare il sopralluogo preliminare. Il compito sarà quello di individuare la localizzazione esatta dell'arsenale chimico di Assad e cominciare a organizzare le operazioni - mentre lo smantellamento vero e proprio dovrebbe iniziare la prossima settimana, quando arrivernno un'altra ventina di tecnici Opcw (avranno tempo fino a metà dl 2014).

Per ammissione dello stesso ministro degli Esteri siriano, Walid Moallem, intervenuto all'Assemblea generale dell'Onu, sette dei 19 siti indicati da Damasco si troverebbero in zone di guerra. Questa sarebbe la prima volta dalla costituzione dell'Organizzazione, che le squadre dell'Opcw opereranno in teatri di guerra.

La questione dello smantellamento dei deterrenti chimici, infatti nasce da prima dell'attacco chimico di un mese fa ai quartieri orientali di Damasco - Douma, Jobar, Zamalka, Arbeen e Ein Tarma. La struttura internazionale - indipendente dall'Onu ma in accordo di collaborazione - è nata nel 1997 per dare il via operativo alla Convenzione sulle armi chimiche (Cac), firmata nel 1993 dalla gran parte dei Paesi del mondo (non l'hanno ancora ratificata soltanto Siria, Israele, Egitto, Myanmar, Sudan del Sud, Corea del Nord e Angola). L'intento è "ripulire" gli eserciti mondiali da queste tipologie di armamenti, processo che fa parte del percorso di disarmo e degli accordi di non proliferazione delle armi di distruzione di massa. La sede è all'Aia in un palazzo realizzato dall'architetto americano Kallman; attualmente è guidata dal turco Uzumcu. 

Secondo la convenzione - che ha il compito di recepire le dichiarazioni degli stati aderenti e di avviare ispezioni, anche per controllare la produzione e l'utilizzo di sostanze chimiche di largo consumo, ma potenzialmente pericolose e utilizzabili per produrre armi chimiche (sono stati individuati 5426 siti di questo genere) - doveva essere avviato un percorso condiviso, in quattro fasi, per arrivare alla completa distruzione dell'arsenale mondiale. 
Fasi previste (fonte Wikipedia)
Fase% RiduzioneData previstaNote
I1%Aprile 2000
II20%Aprile 2002Completa distruzione di munizioni vuote, precursori chimici,
sistemi di riempimento, attrezzature e armi.
III45%Aprile 2004
IV100%Aprile 2007
Nessuno dei paesi ha rispettato gli obiettivi, così che si sono rese necessarie le proroghe - comunque disposte già nell'accordo come possibilità, vista la complessità delle operazioni. Attualmente, secondo i dati riportati da BBC, la situazione delle due superpotenze Usa e Russia - che avrebbero i maggiori quantitativi -, sarebbe quella riportata nell'immagine. 
Lo smantellamento delle armi chimiche 
sovietiche e statunitensi,
e il confronto con quelle siriane e libiche 
Grosse quantità sarebbero in possesso anche di Israele, Cina e Giappone, ma anche di , Germania, Francia, Regno Unito, e poi Albania, Algeria, Argentina, Australia, Brasile, Bulgaria, Burma (Myanmar), Canada, Egitto, India, Iran, Libia, Messico, Olanda, Nord Korea, Pakistan, Polonia, Romania, Russia, Arabia Saudita, Sud Africa Sud Korea, Svezia, Taiwan, Ucraina (sotto ogni paese, è riportato il link al programma di smantellamento delle armi di distruzione di massa).

E la situazione italiana?

Si sa che l'Italia utilizzò iprite (la senape di zolfo) in bombe aeree sganciate in Etiopia nel 1936, e che successivamente ne continuò la produzione. Ma ancora oggi non si riesce a stabilire con esattezza quante armi chimiche siano state prodotte in Italia tra il 1935 e il 1945, anche perché gran parte dei dati sono coperti dal segreto militare. Il piano varato da Mussolini prevedeva la costruzione di 46 impianti per distillare 30 mila tonnellate di gas ogni anno: iprite, fosgene e composti dell'arsenico. A queste si abbinerebbero quelle dislocate da americani ed inglesi nelle fasi di intervento in guerra: il premio Pulitzer e saggista Rick Atkinson ha stimato che l'esercito statunitense stoccò circa 200 mila bombe chimiche negli aeroporti del Sud - per fronteggiare quelli posizionati al nord dai nazisti. Si racconta dell'affondamento di una nave da trasporto nei pressi del porto di Bari: ne parla anche uno studio del 2001 dell'Icram, l'attuale Ispra. Si trattava della Uss John Hervey, contenente bombe da aereo (del tipo M47 A1 e M70, secondo "Disaster at Bari" di Infield Glenn B., The Mcmillian Company, 1971): probabilmente fu affondata da un'incursione della Luftwaffe, che procurò il versamento in acqua di tutto il suo carico di iprite (fatto che, sempre a quel che si dice, sarebbe stato messo a tacere da Churchill in persona).

Il punto più preciso sulla situazione è stato fatto lo scorso anno (febbraio 2012) da Legambiente, con il dossier "Armi chimiche: un'eredità ancora pericolosa"; studio condotto in collaborazione con il Coordinamento Nazionale 
fonte Legambiente
Bonifica Armi Chimiche. Sarebbero 30 mila gli ordigni inesplosi inabissati nell'Adriatico: di questi 10mila solo nel porto di Molfetta e di fronte a Torre Gavetone, a nord di Bari; ammonta a 13mila proiettili e 438 barili contenenti pericolose sostanze tossiche il numero di quelli stimati invece nel golfo di Napoli; e 4300 le bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico nel mare antistante Pesaro. Inoltre ci sono i laboratori e i depositi di armi chimiche della Chemical City in provincia di Viterbo e l’industria bellica nella Valle del Sacco a Colleferro. Per finire ci sarebbero migliaia di bomblets, i piccoli ordigni derivanti dall’apertura delle bombe a grappolo, sganciati dagli aerei Nato nel 1999 sui fondali marini del basso Adriatico durante la guerra in Kosovo.

"Si tratta di cimiteri chimici che rilasciano sostanze killer dannosissime come arsenico, iprite, lewsite, fosgene e difosgene, acido cloro solfonico e cloropicerina" ha spiegato in occasione delle presentazione del dossier 2012 Stefano Ciafani, vicepresidente di Legambiente. "L’obiettivo – aggiunge - è di promuovere azioni per la difesa dell’ambiente e la protezione contro i rischi derivanti dall’esposizione a sostanze tossiche provenienti dalle armi chimiche e dalla mancata bonifica dei siti civili e militari a terra, nei laghi, nei fiumi e nel mare, in cui queste armi sono state fabbricate o abbandonate. Su questo ci aspettiamo un cambio di passo e un segnale di protagonismo e trasparenza da parte delle istituzioni, a partire dal Ministero della Difesa e dal Parlamento".

Lo smantellamento dell'arsenale italiano è stato affidato già dal 1993 a un impianto ad hoc costruito a Civitavecchia, che imprigiona le scorie velenose in appositi silos. La fabbrica lavora senza sosta e continuerà a farlo. "Lì i cilindri di cemento all'arsenico, custodi testamentari del delirio chimico, continuano ad aumentare" scrive Gianluca De Feo. Il giornalista dell'Espresso, autore di un'inchiesta sulle cui basi il settimanale ha ricostruito una cartina interattiva dei punti sensibili in tutta la Penisola, e di un libro sull'argomento: "Veleni di Stato" (Bur, 2010). 

Secondo quanto risposto ad un'interrogazione parlamentare del 2009 dall'allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa, la data prevista di "fine lavori" dovrebbe essere il 2022 - l'Italia non sarebbe l'unico a sforare i tempi della Cac, come detto - e sarebbe previsto uno stanziamento annuo di 1,2 milioni fino al 2023. Dai dati riportati dall'ex Ministro, sembrerebbe che sebbene il ritmo di smantellamento sia di 1500 unità annuali, resterebbero ancora 20000 ordigni da neutralizzare. Anche se resta comunque aperta, la questione della bonifica dei mari e dei luoghi di passata produzione.

Il centro tecnico logistico interforze di Civitavecchia (costituito l'1 aprile 2003 in esito all'accorpamento dello stabilimento militare materiali difesa NBC di Civitavecchia con il centro tecnico chimico, fisico, biologico) è un impianto di eccellenza, tanto che il suo nominativo è girato nei giorni passati tra quelli papabili per lo smantellamento dell'arsenale di Assad, qualora si dovesse decidere il trasporto degli armamenti all'esterno della Siria.




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