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martedì 1 ottobre 2013

Dillo a Laffer

Si parlerà dell'aumento Iva, ma quello che sto per fare, sarà più un discorso sociale, antropologico se vogliamo, insomma qualcosa che più che su un'analisi scientifica, si basa su una lettura, sul sentir dire in giro, sul vedere quel che sta succedendo. E su questo, più o meno, ho modo di dire, tanto quanto qualsiasi altro italiano, cittadino, non asceta e non cieco. Basta guardarsi intorno - come si dice.

Anche perché non sono un economista - non è un caso se qui non si parla quasi mai di questioni economiche o finanziarie. Se per questo, non sono nemmeno tante altre cose di cui qui si parla: ma l'economia - senso accademico -, a differenza di quelle altre cose, non rientra nei miei studi, nelle mie letture, nei miei approfondimenti, nei miei interessi. Ne so poco, dunque non ne parlo: per me le robe economiche si fermano più o meno alla lettura della brochure offerte della Coop.

Curva di Laffer
Con lo stesso modo di ragionare, mi approccio al grafico della Curva di Laffer, al quale poi attaccherò una sorta di proposta, probabilmente nemmeno troppo percorribile nei fatti magari, diciamo così: un mio modo di vedere e di affrontare il problema - o i problemi, cose che non resteranno ma che se dovessero, potrebbero essere un mio spaccato mentale.

Dunque: ho studiato abbastanza matematica - anche se non è che non è che serva granché, nel caso - per capire come funziona il grafico che l'economista Arthur Laffer (University of Southern California) presentò a Reagan per convincerlo della necessità di ridurre le imposte dirette. Eravamo alla vigilia delle elezioni dell'80, e Reagan alla fine vinse - non di sicuro solo per Laffer, ma forse anche un po' per.

La curva di Laffer è una curva a campana con un massimo individuato dal Teorema di Weistrass (c'è un'ottima spiegazione in Wikipedia) - robaccia di cui ho avuto l'obbligo di imparare la dimostrazione qualche buon anno fa, e che ho subito rimosso per far spazio alla ricetta della quiche lorraine, che tra i due mi sembrava più utile. La curva è individuata da un grafico dove sull'asse delle (x) c'è il "prelievo fiscale", in (y) il "gettito".

È intuitivo vedere come fino ad un certo valore - che nelle curve di questo genere si definisce "optimum" - ci sia un rapporto diretto di crescita tra prelievo e gettito. Poi, raggiunto l'optimum, ossia l'aliquota che massimizza il gettito fiscale, si inizia ad avere un trend in ribasso. Diminuzione che avviene oltrepassata l'aliquota ottimale - l'optimum ha un valore in (y) e un corrispondente in (x), e cioè ad un ottimo gettito, corrisponde un'ottima aliquota. Poi si scende per proporzionalità indiretta: cresce il prelievo, ma diminuisce il gettito (la curva prevede l'estrema situazione, secondo cui se il prelievo raggiungesse il 100%, il gettito sarebbe azzerato).

Tale calo, secondo Laffer è dovuto a evasione, elusione e sottrazione: cioè o si evade dichiarando un imponibile più basso, o si creano operazioni "legali" che truccano gli imponibili per dichiarare valori più bassi, o si sottrae la produzione o per allocazione o per diminuzione (e comunque si tratta di un calo della produzione e della crescita di un paese); oppure tutte e tre insieme.

Vanno dette due cose: la prima è che l'optimum è difficilmente calcolabile - quello riportato non varrebbe per l'Italia - e dipende da diversi parametri tutti più o meno legati al contesto storico/sociale che sta vivendo un Paese - e la ricostruzione quantitativa è piuttosto complessa, se non proprio inindividuabile. Seconda cosa è che questo aspetto rende la teoria piuttosto controversa, tanto che (come riporta Wikipedia) il premio Nobel per l'economia Joseph E. Stiglitz l'ha definita, nel suo libro "I ruggenti anni Novanta", "una teoria scarabocchiata su un foglio di carta".

L'aspetto qualitativo della teoria, è ciò che la rende approcciabile anche ad un inesperto come me. E permette, allo stesso, di farci dei ragionamenti.

Il riferimento è l'aumento Iva di un ulteriore punto di oggi 1 ottobre - e fermo restando della consapevolezza che ormai si trattava di un qualcosa di inevitabile e per altro di non clamorosamente sparametrato rispetto agli altri paesi del mondo.

Mettendo il dato all'interno del contesto sociale e storico in cui siamo inseriti, a mio avviso noi tendiamo a spostarci verso destra dell'optimum. Nel senso che a quel che si sente e si vede in giro, la pressione fiscale - il prelievo dell'asse (x) - ha già raggiunto livelli molto alti, difficilmente sostenibili dai cittadini. La lettura della curva di Laffer, porta a pensare che all'aumento non vada a corrispondere un gettito proporzionale, ma bensì un calo. Se poi questo si inserisce nel panorama italiano, nel costume, nell'uso tutt'altro che vanto, dell'evasione fiscale, allora siamo a posto. Come dire, "che aumenti pure, tanto non la pago": e questo vale per ognuno degli euro, di quei 100 miliardi o quanti diavolo sono.

Il punto, allora, per il mio modo di vedere il mondo - sghembo e superficiale quanto volete e fermo restando la fiducia nei miei e nostri concittadini - sarebbe stato cercare una soluzione alternativa. Per esempio pensare a un abbassamento dell'imposizione, portarla a valori inferiori al 20 per cento precedente, che so, diciamo intorno al 15. E poi vedere: fare un prova per un anno e tirare il conto alla fine.

Non credo sarebbe stata difficile creare una proiezione di quanto sarebbe dovuto essere il gettito, e da qui vedere, allora, se il problema nel pagare le tasse fosse semplicemente una questione di tassazione elevata. Nel senso che: "Io Stato ti abbasso l'aliquota, calo la tassa; tu cittadino adesso fammi vedere quanto sei serio e pagala". A serietà corrisponde serietà: e così un governo serio, avrebbe potuto addirittura creare un piano programmatico, fissando un obiettivo finale - il 10? che so - da raggiungere gradatamente nel tempo. Se quei capitali rientrassero - si parla di 100 miliardi l'anno, tipo tre manovre finanziarie no? - sarebbe comunque tutto di guadagnato e lo si sarebbe fatto alleggerendo i cittadini. Se no, si sarebbe riportato tutto a valori normali, anzi in aumento - punitivo, per dire.

Certo questo ragionamento trova fondamento soltanto su un calcolo di coperture: più o meno, però, se è vero che l'aumento di un punto vale 1 miliardo di copertura, allora la diminuzione - qui vado a conto della serva, e ci sarà chi mi dice che sbaglio, ma sottolineo che il mio è un ragionamento d'intenti, un'idealizzazione della soluzione e non una tesi quantitativa - di 5 punti, vale praticamente 5 miliardi.

Ecco appunto, più o meno i soldi dell'Imu, più spiccioli. Tassa giustissima, la cui abolizione ho avuto modo di definire antisociale, rappresentazione della politica dei ricatti e del populismo senza rotta e lungimiranza.

Per dire alla fin fine, che Laffer non sarà stato Re Mida, ma Reagan lo ascoltò spostando il tetto massimo dell'aliquota dal 70% al 31%, a cui seguì comunque un aumento delle entrate ogni anno. Dal 1980 al 1989, secondo i dati del Congressual Budget Office "le entrate governative in percentuale sul PIL aumentarono dal 31.8% nel 1980 al 33.2% nel 1989" (Wiki).



Lettura:
- "Best curve-fitting ever" (Discover)


Notail ragionamento di Laffer, riguarda l'intera imposizione fiscale, non soltanto un'imposta come l'Iva. L'ho usato in modo qualitativo, forse improprio e paraculo, da proxy - come fosse prendere "I mangiatori di patate" di Van Gogh per parlare di Gazebo, che inizia stasera - ma la questione riguarda il trovare un modo per abbassare le tasse e vedere se poi alla fine quelle tasse, abbassate, gli italiani le pagano correttamente. 


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