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lunedì 21 ottobre 2013

Ammazzarsi per la terra

La tribù dei Guarani si sta estinguendo a causa dei suicidi. Il Guardian ha detto che nel Mato Grosso do Sul, Brasile sud occidentale, si sta consumando un "genocidio silenzioso" - ne ho scritto per The Post Internazionale.

L'affermazione può sembrare iperbolica, ma negli ultimi tempi si è registrato un suicidio a settimana: uno dei tassi più alti del pianeta. Un'"epidemia": così in occasione della Giornata mondiale della sanità mentale, è stata definita da Survival International.

Sembra una di quelle cose strane, parossistiche, magari quelle che potrebbero portare a pensare che nonostante la vita semplice, il contatto continuo con la natura, i valori veri - lontani dai bagliori del consumismo e della superficialità che ci sono propri -, comunque per quei popoli si crei una qualche insoddisfazione profonda, che spinge la gente all'estremo gesto.

E invece. Il problema è proprio il consumismo: quella natura, quei valori, quella vita semplice e vera - che per colpa degli interessi, del guadagno dal ritmo forsennato di questo mondo in continua accelerazione verso il profitto - non ci sono più.

I Guarani si uccidono perché sono stati strappati dalle loro terre, terre ancestrali, terre con le quali c'è un profondissimo legame spirituale. Terre che sono vita, mondo, universo: le coltivazioni sotto l'egida del terrore della bancada ruralista - la lobby politica che controlla più o meno dichiaratamente e spesso senza troppi scrupoli gli interessi dell'immenso business del settore agroalimentare in Brasile. Terre di cui i Guarani, come molti altri indigeni sono stati privati, ma su cui i diritti di quei popoli sono stati di fatto riconosciuti. Salvo poi aspettare anni e anni, per una demarcazione definitiva che a colpi di leggi - e certe volte di manganelli - si sta cercando di rimandare.

I Guarani senza terra si uccidono - restano senza speranze, senza prospettive, credono che il rapporto cosmico con l'universo si sia definitivamente infranto, nulla è recuperabile e allora non vale la pena di vivere.

Non vedono un futuro.

Circostanze molto simili a certe che succedono qua da noi, con la crisi, la privazione di uno status sociale, di una vita precedentemente conosciuta, l'assenza di prospettiva, la mancanza di un orizzonte riconoscibile, di un domani spendibile.

L'assenza di speranza muove gesti incomprensibili: privarsi della vita. Dimostrazione empirica però, se ce ne fosse bisogno, di quel che diceva Orestano: "Il suicidio dimostra che nella vita ci sono mali peggiori della morte".

Drammatico pensare che ci sia un popolo che prima di entrare completamente in contatto con quello che la realtà moderna - occidentale ci piace chiamarla - lo sviluppo e il progresso, si sia già confrontato con uno dei peggiori mali sociali della nostra civiltà. (Nostra, di quelli che ci piace definirci "sovra/sviluppati", ammesso che ci siano dei "sotto", ormai).

Mondo rapido, fin troppo: mondo ingovernabile.




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