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domenica 22 settembre 2013

Quando non si arriva a metterci il cappello

La Siria ha presentato alla Opcw (Organization for the prohibition of chemical weapon) la lista sulle proprie armi chimiche. Scrive il New York Times, tramite le parole di un alto funzionario governativo - che parla a titolo non ufficiale e perciò resta anonimo -, che la casa bianca sarebbe soddisfatta del contenuto della documentazione di Damasco. (Della stessa opinione sarebbe anche l'Opcw).

Intanto Putin ha fatto un passo indietro sul disarmo, dicendo di non essere sicuro sulla possibilità di realizzarlo "al 100%". Tanto più che tramite un'intervista a Fox News è lo stesso Bashar al-Assad a mettere in guardia sui costi dell'operazione di distruzione dei suoi armamenti: circa 1 miliardo di dollari, a suo dire.

Nel frattempo sulla questione si sono messi di mezzo i cinesi - occhio che la Cina è membro del Consiglio di sicurezza dell'Onu, con diritto di veto -, con il ministro degli Esteri Wang Yi che intervenendo ad un incontro al Bookings Institution di Washington ha manifestato la propria soddisfazione per la via di soluzione "politica". Anzi, ha ribadito che le potenze del Pacifico, sarebbero in totale disaccordo su un intervento militare, e che la via dell'intesa russo-americana è l'unica possibilità per disinnescare la crisi siriana.

E come se non bastassero la Russia e la Cina, anche l'Iran: il presidente Rouhani si è offerto come mediatore di pace. Potrebbe arrivare un incontro con lo stesso Obama, come segno sul presente per dettare la strada per un atteggiamento futuro.

Intanto Qadri Jamil, vice premier siriano - eletto in una specie di rimpasto di governo, in una specie di apertura riformista costituita dall'assunzione nella squadra dell'esecutivo due membri di partiti diversi da Ba'atah - secondo quel che dice il Guardian, avrebbe aperto alla possibilità di un percorso di pace. Secondo l'articolo del corrispondente da Damasco del quotidiano inglese, Jonathan Steele, Jamil (che è ministro delle Finanze e del Commercio) avrebbe detto che la "guerra civile" - termine inserito in una prima versione del pezzo, poi corretto dal giornale - sarebbe stata causa di una perdita economica quantificabile in 100 miliardi di dollari. Circostanza che basterebbe di per sé, per avviare le trattative di pace. Ma Jamil - che secondo il Guardian parlava a titolo del governo - sarebbe andato oltre, parlando dell'ampissimo numero di vittime, di un equilibrio di forze che non si risolverà a breve con lo scontro, della direzione riformista che la Siria adesso sta prendendo, e della necessità di instaurare un Ginevra II: tavolo di dialogo, precedentemente boicottato dal regime siriano. Dopo la pubblicazione dell'articolo però, Jamil ha accusato gli inglesi di scorrettezza e ha spiegato tramite il Daily Star - quotidiano libanese - che le sue parole erano semplicemente a titolo personale, e al più potevano rappresentare la posizione del suo partito (People-want, della coalizione Popular front for change and liberation).

Ma pace o non pace, soluzione o risoluzione Onu, in questi ultimi giorni stanno venendo alla luce fatti che rappresentano quello che il conflitto in Siria sta diventando. Nella città di Azaz, a nord di Aleppo - molto vicino al confine con la Turchia - sarebbe scoppiata una battaglia tra gruppi di ribelli. Da un lato l'Esercito libero siriano, filo-occidentalista, laico e liberale - più o meno -, dall'altro Isis (Islamic State in Iraq and Syria) - gruppo legato ad Al Qaeda. Guerra nella guerra, tra chi le riforme le vuole realmente e chi vorrebbe invece che la Siria diventasse uno stato islamico a tutti gli effetti, per di più questi ultimi gruppo sono armati dai terroristi qaedisti. Una mira, un obiettivo: il Califfato.

Troppo tardi: ormai è questa la direzione che lo scontro ha preso. Ormai un aiuto ai ribelli - quelli sani, chiamiamoli così - non può più arrivare, anche perché per l'Esercito libero sarebbe complicato dimostrare la propria limpidezza, viste le profonde infiltrazioni di questi altri gruppi pseudo terroristici. Tutto sarebbe stato più facile un anno fa, ma a quei tempi Obama - realista più che mai - non aveva nessuna intenzione di intervenire in uno stato, in un guerra, che non intaccava gli interessi americani.

A proposito di Obama, qual è il suo ruolo in tutto questo?

Per il presidente si sta muovendo Kerry, che continua ad insistere per una risoluzione del Consiglio di sicurezza che sarà difficile da trovare (in realtà si spera in una benedizione anche della Nato). Intanto, ci sarebbe un'intesa con la Russia per quel che riguarda i quantitativi degli armamenti, ma non sui depositi: gli Usa ne ha individuati 45, ma i russi dicono che sono molti di meno - con il rischio, intanto, che qualcosa venga trafugato e spedito chissà dove.

Insomma, l'evolversi della situazione sta relegando Obama e gli Stati Uniti, sempre più in una posizione laterale. (Usa che in fin dei conti, si accontentano).







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