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lunedì 2 settembre 2013

La questione #Siria per chi non segue la questione #Siria

In Siria si sta svolgendo da tempo - e con tempo intendo anni - una guerra civile di spaventose dimensioni: si contano, ad oggi, qualcosa come 100.000 morti.

È legittimo, non troppo lecito, di sicuro non giusto, che qualcuno non abbia seguito la questione con interesse. Anzi, che non l'abbia seguita proprio. Ognuno davanti ad una così ampia distribuzione e diffusione dell'informazione, può scegliersi le proprie notizie, crearsi la propria personale rassegna. E sempre per ragioni legate al momento - non proprio roseo che la nostra società italiana sta vivendo - è possibile anche che qualcuno decida di non mettere altra benzina su un fuoco che brucia di crisi economica, lavoro che non c'è, governi che vacillano, politica e politiche che latitano. È legittimo, non giusto.

Ciò detto come premessa necessaria, affinché si regga in piedi la base portante di questo post, che prevede che chi legge, abbia un approfondimento molto relativo su quello che succede in Siria e su quello che soprattutto sta succedendo in queste ultime ore. Da qui - da questo blog - non c'è la pretesa di chiarire o rendere corposo quell'approfondimento: l''obiettivo semmai è creare una ricostruzione rapida, a cui abbinare adeguati link. Ragion per cui le parole blu saranno parecchie in modo tale che chi vuole, può prendere queste righe come spunto, o appunto, per ulteriori passi.

La questione è importante. Ci potrebbe essere di mezzo molto del nostro futuro - e non solo la vita di milioni di persone che stanno affrontando la disperazione della guerra. E ci potrebbe essere di mezzo anche quel lavoro, quell'economia che non riparte, quei governi che si intoppano e quella politica che non funziona. Ci siamo di mezzo noi, tutti, per questo vale la pena saperne almeno qualcosa.

Dunque, parto dal motivo della guerra: è ben spiegato con una pagina dedicata di Wikipedia, ma in soldoni è tutto dovuto al fatto che nel 2011 iniziarono manifestazioni di piazza per chiedere al presidente Bashar al-Assad di avviare il processo di riforme, necessario per trasformare la Siria in uno stato democratico (la motivazione vera, era la liberazione di alcuni prigionieri politici). Il governo accusò i manifestanti in protesta di mirare a creare uno stato islamico radicale, e così iniziò a sedare le rivolte. I metodi furono molto forti, con scontri tra polizia e manifestanti, che finirono nel sangue.

Da lì tutto prese dimensioni superiori, Assad schierò anche l'esercito che non esitò ad aprire il fuoco sui civili; la popolazione in rivolta rispose con la formazione dell'Esercito siriano libero. Da scontri in manifestazioni, si passò alla guerra civile. In mezzo una serie complicata di cose, con i servizi segreti - anche occidentali - che hanno lavorato al solito, un areo turco abbattuto e una serie di colpi di mortaio sparati verso la Turchia dai lealisti siriani - la Turchia era stata invitata a non intervenire nel conflitto, ma a muovere iniziative diplomatiche da parte degli Stati Uniti: andò il capo della Cia David Petraeus in persona a parlare con il presidente Gal - e il complicarsi della situazione geopolitica, con la Russia che si è dichiarata con sempre maggior convinzione "amica" di Assad. Tutto questo su quella pagine del link, c'è meglio che qui.

C'è anche una pagina di giornalismo - che si potrebbe a buon diritto definire gonzo - molto interessante legata al conflitto. Si tratta di un articolo di Francesca Borri, freelance proprio in Siria, che ha raccontato la sua vita: le trincee e gli oscuri incontri con le fonti, le difficoltà di vendere i pezzi alle redazioni, e soprattutto la guerra. Se n'è parlato molto, anche estrapolando il tema centrale della guerra, e quindi val la pena leggerlo. Tra l'altro è un buono specchio di quello che succede laggiù: certo, l'aspetto emotivo la fa da padrone, ma d'altronde si parla di persone - e di gonzo si diceva. È stato pubblicata dalla Columbia Journalism Review e poi in italiano da molte altre testate, per primo però è stato il Postil link è questo.

Per chi ha veramente piacere, sempre sul Post c'è da seguire il tag "Siria", con una ricostruzione completa dal 2010 - anno in cui non c'erano ancora le rivolte, ma il pentolone siriano cominciava già bollire - fino ad oggi.

In questi ultimi giorni c'è stato un precipitarsi dei fatti, poiché dai report degli ispettori Onu e da dati a disposizione del Dipartimento di Stato americano, si confermerebbero le voci di un attacco con gas Sarin - un tipo di micidiale gas nervino - avvenuto nei sobborghi di Damasco ad opera degli uomini di Assad che avrebbe provocato la morte di 1300 civili. Repubblica (in collaborazione con Die Ziet) racconta quello che è successo in quelle ore, dalla voce via Skype dei sopravvissuti. Anche se non ci sarebbe la certezza che l'attacco sia stato deciso da Assad: un agente di sicurezza statunitense ha parlato con Reuters. Ma il Dipartimento di Stato ha diffuso un'assessment ufficiale in cui si spiega dell'uso di armi chimiche.

A tal proposito sono girate in internet molte immagini di persone morte - molte particolarmente toccanti, riprendevano corpi di bambini - su cui i soliti complottisti avevano detto la loro. Quelli che vedono sempre l'ombra di un qualche Belfagor dietro le quinte, a 'sto giro avevano detto che quelle immagini, in particolare i video di Youtube, erano manipolati perché le date non corrispondevano a quelle del presunto attacco - erano di un giorno prima. Il New York Times ha chiarito la confusione - alla quale ovviamente parecchi giornalisti, manco a dirlo che di italiani ce n'erano diversi, hanno corso dietro e anche il Ministro degli Esteri russo c'era cascato - contattando Youtube direttamente, che ha spiegato che le date di pubblicazione sono riferite al server centrale in California. E tra la California e la Siria c'è un bel mazzo di fusi orari - tanto da far sballare un giorno. Il fatto l'ha spiegato per filo e per segno Luca Sofri.

Lo sviluppo degli eventi, e soprattutto l'attacco con armi chimiche - al di fuori delle convenzioni internazionali e in piena violazione dei diritti umani - ha portato gli Stati Uniti a rinnovare, e con maggiore forza, la volontà di intervenire militarmente per risolvere la situazione. Sembrava che l'attacco fosse imminente, addirittura si parlava del weekend appena trascorso, ma lo stop avuto da Cameron dal Parlamento inglese e un'opinione pubblica non proprio allineata e felice - nonché i possibili sviluppi geopolitici  - hanno portano ad un rallentamento (si starebbe trattando addirittura con Putin).

A proposito di Cameron, sarebbe la prima volta da anni, che gli Usa intervengono senza l'appoggio degli inglesi: niente più special relationship? Il Times ha titolato "Cameron umiliato", e di umiliazione ha parlato (paywall) anche il Financial Times  aggiungendo un riferimento al ridimensionamento della nazione. Analisi interessante quella di Filippo Sensi su Europa, a proposito dell'Inghilterra e della dottrina Blair e dell'interventismo democratico.

A proposito invece delle questioni geopolitiche collegate, oltre al problema Russia - molto vicina alla Siria anche per rapporti commerciali militari - ci sarebbe anche da valutare la posizione dell'Iran. Teheran si è detta pronta a difendere Damasco (ne parla il Sole).

Ma l'attacco sembra comunque fattibile a breve: con ogni probabilità sarà la Francia a coprire le spalle ad Obama, come dice il Wall Street Journal. Anche se con il il discorso di sabato sera, tenuto nel giardino della Casa Bianca, Obama ha rinviato tutto alla decisione del Congresso. Sebbene sarebbe nei poteri del Presidente, deliberare l'attacco indipendentemente dal passaggio in parlamento, Obama avrebbe deciso la via politica per evitare problemi con quell'opinione pubblica non proprio accondiscendente sulle questioni di guerra. E avrebbe, però, avviato un'intensa attività di lobbyng pro-blitz.

Sull'intervento è interessante anche leggere l'articolo del comitato redazionale - cartaceo - dell'Economist che si è schierato a favore: "Hit him hard" titola l'editoriale, con una foto di Assad che somiglia ad Hitler. È interessante che su argomenti di interesse così elevato, sia prassi comune dei principali giornali internazionali, prendere posizioni chiare, nette, decise: in Italia, il CorSera o Repubblica non si comportano altrimenti, lasciando sempre un po' di dubbio sul da farsi e su quel che loro vorrebbero fosse fatto.
a proposito di paragoni con Hitler
questa viene da Columbus Circle, NY.

Il paragone con Hitler l'ha usato proprio oggi - stanotte - Kerry, che ha ricordato il potere di attaccare anche senza Congresso (ne parla il Guardian). In queste ultime ore, dice Reuters che a favore dell'attacco ci sarebbero anche gli stati arabi - compresa l'Arabia Saudita.

E Assad? Che dice Assad? Dalla Siria arrivano risposte alle minacce. Il Presidente ha detto che sarà in grado di resistere e rispondere all'attacco, mentre il vice premier Qadri Jamil deride l'atteggiamento degli Usa, dice che sono "diventati oggetto di sarcasmo da parte di tutti" e rincalza che il regime siriano "resta con il dito sul grilletto".

La decisione di Obama nello speech di sabato, ha lasciato in effetti molto interdetti gli analisti internazionali - tanto che sarebbe il caso di dedicargli un discorso a parte. Deluso e tradito, si è detto anche il fronte dei rivoltosi, che vedono il passo indietro come un "ci lascia da soli" (se ne parla sul Washington Post). Tanto che lo stesso Kerry è dovuto intervenire per rassicurarli.

Dal punto di vista tecnico e tattico, l'attacco non prevederà l'intervento da terra: ci saranno bombardamenti aerei e lancio di missili Cruise dalle navi nel mediterraneo. Washington ha già chiesto alla Grecia di concedere le basi alla marina Usa e agli aerei il transito nello spazio aereo, nonché il permesso di utilizzare in via operativa la base americana di Souda Bay (Creta) e di quella dell'aviazione ellenica di Kalamata (Peloponneso). I comandanti delle Forze Armate greche, hanno comunque escluso il possibile conivolgimento diretto della Grecia nelle operazioni di guerra (racconta Ekhathimerini). Le specifiche dell'attacco sono su Foreign Policy, con una mappa multimediale a corredo dell'ottimo approfondimento.

Ad oggi, nonostante le esultanza di Damasco, che parlano di "Stati Uniti ridicolizzati", l'attacco sembra certo: come ha detto Obama sabato il giorno non è ancora deciso, potrebbe essere "domani, tra una settimana o tra un mese". Quello che secondo le voci è più probabile, è che la decisione di procedere sarà presa durante questa settimana.

Il Congresso deciderà entro il 9 settembre, ma in fondo a me che me ne dovrebbe fregare: io per il 9 settembre, o giù di lì, devo consegnare un lavoro per il Comune di Bastia, e chissenefrega delle bombe e dei siriani.

Salvo poi, che se scoppia un gran casino - chiamiamolo Terza Guerra Mondiale - il lavoro può anch'essere che non faccio in tempo a consegnarlo, o a finirlo, o a godermi la parcella.

Link
- tutto degli ultimi giorni, è ben spiegato dal CorSera

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