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lunedì 2 settembre 2013

"Dalla a Kakà"

Disclaimer: questo è un post un po' sentimentale - nel senso calcistico, ma anche non solo - dunque vi prego di sorvolare su come è scritto, sulla sua organicità, sul lessico e via di queste cose: che quelli che la sanno lunga se ne accorgeranno man mano.

Kaka.

Per me Kaka è stato il più grande giocatore del Milan da quando seguo il calcio. E lo seguo da tanto tempo e non fatevi ingannare che da un po' sono più disattento. E ho visto passare Van Basten - che sarebbe stato più grande ma s'è rotto presto - e ho visto passare Maldini e Baresi, Gullit e Savicevic - il secondo; forse detto un po' provocatoriamente - e via via diteli voi.

Kaka è quello che ti fa innamorare. Che è quello che serve in uno sport.

Tutti campioni gli altri, tanti degli altri, ma Kaka è uno squarcio. Come in una tela di Burri.

La ricetta era semplice: una progressione da quattrocentometrista, la palla incollata ai piedi. La testa sempre alta. E dev'essere il mix di queste tre cose che mi ha fatto perdere la testa.

Quando è arrivato la prima volta a Milano, io mi allenavo con la squadra di atletica di mio cugino e avevo smesso il calcio. Ammiravo quelli che facevano i 400 metri. Io non li ho mai fatti i quattrocento metri. Ché è anche lungo da scrivere, figuriamoci da correrli - in realtà, io mi "allenavo per fitness", così mi dicevano per sfottermi. Ma mica ero matto, un paio di volte ho provato a fare quel che facevano loro e ho finito per vomitare a bordo pista e una volta anche a casa, che i miei si sono preoccupati. I 400 metri però sono un sogno, avrei voluto farli: è cuore, è fegato, è gambe e polmoni. Pensare che quello li avrebbe fatti con la palla tra le Adidas, a me faceva uscire pazzo. Jeremy Wariner con la faccia meno da fuciliere dei Marines.

Correva con quella palla tra le tre strisce delle scarpe che nemmeno sembrava avercela, guardava avanti, come se ogni volta sapesse già dove voleva arrivare: e se cambiava idea, non c'era problema. La cambiava come la cambiano quelli che guidano sapendo le strade - e dev'essere un altro pezzo del motivo per cui mi piace Kaka, ché io le strade le sbaglio sempre, patologicamente.

La testa alta. Guardava più in là dell'azione: la differenza principale tra chi gioca in Terza categoria e chi in Serie A sta nella velocità di sviluppare la propria fisicità, nel controllo del corpo, nel ritmo. Kaka ce l'aveva da marziano.

La ricetta, allora: da haute cusine. Paul Bocuse del centrocampo. Niente roba molecolare alla Messi - il Ferran Adrià, per dire - niente Heston Blumenthal. Cristiano Ronaldo è Heston Blumenthal, semmai. Con i colpi di tacco no look, le finte sulla rabona, i tunnel e tutta quella roba che chiunque ha mai avuto un pallone tra i piedi avrebbe voluto fare da matti. Per farsi vedere da figli e nipoti; per far capire al vicino d'ombrellone che qua da noi, l'addominale conta meno del restituire il pallone al bambino che sta giocando in spiaggia con un paio di palleggi sotto l'altra gamba. Quelli sono gli Heston's Feasts del calcio.

Ma Kaka non è questa roba, Kaka è una crepé suzette straordinariamente eseguita, un foie gras, una tartare. Roba che ha fatto la storia del calcio quelle corse, quei tagli e quelle visioni, rivisitate in chiave moderna, ma nemmeno troppo.

Già, perché Kaka era vintage, anzi visto che il vintage poi è andato di moda, Kaka era demodé. Nel vero senso della parola: fuori moda. In un mondo in cui i trequartisti dovevano scomparire per lasciar spazio ai "moto-perpetui" - come dicono ogni partita i commentatori Rai, che ti fanno venir voglia di vedere la partita in mute mode on - sulle fasce, agli attaccanti che difendono, al calcio totale. Kaka invece oltre al talento e alla visione, ci metteva quel gran dono di Dio, di quel suo Dio che pregava dopo ogni gol, quella corsa capelli al vento.

Kaka se ne fregava del calcio totale, come un dandy se ne osserva la società, ne stava fuori, in un lato, irridendola. Non difendeva: perché quelli che attaccano non difendono. Ci pensino gli altri. Energie sprecate, tedio, che improvvisazione c'è nel coprire le mosse di un altro. Kaka sfondava la porta, quando invece tutti si preparavano a bussare. Prendeva quella palla mentre si faceva melina a centrocampo e giù dritto. E che vuoi che uno così sia anche interessato a difendere? (Il calcio di una volta, era più bello anche per questo: il decathlon è lo sport dove si fanno diverse cose; nel calcio o si attacca o si difende, non si può fare tutte e due, non ha senso, a meno che non vuoi vedere le partite di Nadal, ma chi si innamora con Nadal? Con quei pinocchietti, poi!).

E ripenso a quando quelle partite le vedevo al bar con amici e presenti, e esultavo ai gol nemmeno li segnassi io, e c'era uno che aveva un taglio di capelli buffo che poi è diventato un imprenditore di successo - fa le pubblicità tra quei programmi sportivi che dicono quelle cose tristi - e diceva ogni volta che giocava il Milan "DALLA A KAKA!!".

E lo disse anche una volta che Kaka nemmeno giocava, tanto che tutti ci eravamo guardati ridendo.

Ma l'amore è cieco.

Poi Kaka se n'è andato. E non è vero che la lontananza rafforza l'amore: io in questi anni di Kaka me ne sono strafregato. L'ho lasciato andare, come i grandi amori. Per il suo bene, era quello che voleva, ma non si poteva pretendere che sarei rimasto alla finestra. Eravamo due vite distinte, una da una parte la mia dall'altra. Il cuore se l'è portato via, con il mio interesse per il calcio: e che vuoi farmi consolare con Boateng? In fondo forse un po'sono rimasto ad aspettare il suo ritorno, senza sapere o voler sapere quello che è stato il periodo della sua assenza.

Ma alla fine ho saputo - certe cose si sanno, anche se tieni le orecchie chiuse. Mi hanno detto che lontano dal Milan è diventato un campione triste. Mi spiace, non ho mai pensato di poterne essere contento. Il campione triste si porta dietro una gran retorica - che poi è brasiliano per giunta, con quella nostalgia tutta loro, che avrebbe fatto tornare a casa anche Aristoteles se non fosse che Banfi era Banfi e metteva Cavallo con Sella sulla stessa camera.

Ma i campioni quando si intristiscono che fine fanno? Gli amori quando si allontano e poi si riprendono funzionano?

A me di solito i revival non piacciono granché e nemmeno i sequel, figuriamoci che fatico a vedere anche le stagioni successive alla prima delle serie tv, se non fosse che ormai ci stai dentro come una droga e che adesso se ne stai fuori, se non sei del giro, sei un povero ignorante - fortuna: ché pensavo che per essere uno in gamba di 'sti tempi, si dovevano passare serate in pigiama e calzini coi gommini per camminare scalzo, a leggere David Foster Wallace, e invece basta il telecomando.

Però, anche se i ritorni mi sanno sempre un po' di stantio - "le minestre riscaldate" dicono i commentatori che ti allontano dal calcio, e poi lo dicono anche per il resto e ti allontanano dal resto - stavolta io sono contento.

Serve solo di capire se lo sono per il Milan, per noi o per me. Perché Kaka mi ricorda dei periodi, e succede spesso che ci si riprende in certi amori, non per stare bene insieme ma per ricordare bei momenti che furono. Per trovare una collocazione alla propria gastrite. Per non pensare troppo. Perché il futuro spaventa e un passato rinfrescato sembra più sicuro. E si finge di volersi bene, di amarsi addirittura - ne conosco diversi così, per fortuna non ci sono mai passato, però.

Il calcio è stanco, come quegli amori.

Però mi sa che stanno qualche partita in più, va a finire che la vedrò. Lo stesso. Come il sesso a luce spenta di quelle coppie impigrite, ricordato le scopate ubriachi e poi via di nuovo a ballare.

Come uno che una volta correva come un matto e adesso chissà come è diventato.


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