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giovedì 1 agosto 2013

Un secolo fa

Il Secolo XIX ha deciso di aumentare il prezzo del giornale, dal 30 luglio. Decisione derivante dall'incremento dei costi di gestione, descritta e giustificata in un articolo uscito lunedì sul giornale genovese.

Niente di più di una linea aziendale, completamente legittima, e tale sarebbe stata se non fosse che i quello stesso articolo si leggeva anche un attacco - nemmeno troppo sottile - verso la stampa online:
Alla concorrenza dei grandi motori di ricerca che agglomerano contenuti informativi prodotti da altri e li riversano gratis sul web, si è aggiunta una pletora di siti di informazione, molti dei quali operano senza nessuna garanzia di indipendenza e credibilità, violando tutte le norme contrattuali e sfruttando il lavoro in nero di tantissimi giovani
Parole che hanno avuto risposta dall'Anso (Associazione nazionale stampa online), che ha diffuso un comunicato pubblicato in diverse testate aderenti all'associazione, a firma del presidente Betto Liberati.

L'argomento è interessante, non tanto nel merito, ma perché è un casus di una questione molto più ampia.

Una prima considerazione sui modi: sarebbe stato più onesto ed elegante se il quotidiano fondato da Ferruccio Macola nel 1886, avesse evitato di additare responsabilità altrui - che per altro sono tutte da dimostrare - per giustificare una propria, scomoda (infelice?) scelta editoriale. Ma questa è roba di forma, che al limite ha poca importanza.

Venendo ai contenuti, sembra quasi superfluo evidenziare la tendenza del mercato editoriale ad andare verso l'informazione online, tanto che testate di primissimo livello - Il Post, Lettera43, Linkiesta - non hanno esistenza cartacea. Tendenza che non riguarda solo l'Italia, ma bensì l'intero pianeta.

Tanto che tutti i quotidiani - e non solo, pure i mensili ed i settimanali - hanno aperto da tempo una propria rappresentanza in internet: siti, blog, account social. Tra questi, ovviamente, il Secolo XIX.

Un altro appunto, riguardo a quella fissa mia personale nei confronti delle parole. D'accordissimo con Liberati, quando sottolinea un uso improprio del termine "pletora". Secondo la definizione del vocabolario Treccani, "pletora" sta nell'uso comune, in senso figurato, per "sovrabbondanza, quantità eccessiva rispetto alle reali necessità, che provoca in genere conseguenze  negative".

Ecco, appunto, che non userei mai un senso negativo, per definire la "grossa quantità d'informazioni": roba che a parere razionale, più ce n'è e meglio è. E per di più si può aggiungere, che più ce n'è di tipo diverso, eterogenea, e meglio è ancora. Per tutti: per i lettori, per il mondo dell'informazione, per la democrazia.

Con altrettanta democraticità sarà il lettore a decidere, valutare, scremare, di volta in volta, quello che scegliere.

Altra questione riguarda la copertura della notizia: il Secolo XIX accusa la stampa online di "agglomerare contenuti informativi prodotti da altri". Ma non è granché vero. Nel senso che, è ovvio come il Sole, che le notizie fluiscano prima attraverso le testate online, per il semplice fatto che la gestione del supporto è più rapida e dinamica. Quando un giornale cartaceo è in costruzione, l'online è già pubblicato: ed è proprio la "pubblicazione continua" che permette a questi di stare sulla notizia prima degli altri. Per capirci ancora meglio, quando stasera - se sarà stasera - uscirà la sentenza della Cassazione sul caso Mediaset/Berlusconi, la notizia sarà ovviamente diffusa e commentata repentinamente online, poi successivamente su carta, dove arriverà non prima di domattina. Per esigenze tecniche.

Semmai, è vero il contrario dunque: una notizia battuta e scritta in internet, un elaborato informativo prodotto online, può essere ripresa dal cartaceo. Non è raro nemmeno leggere sui quotidiani tradizionali, tweet o citazioni a passaggi di post da blog.

Con quanta onestà sulla proprietà intellettuale? Altro problema: perché succede molto più spesso che sia un giornale cartaceo a "rubare" qualche contenuto omettendone la fonte, piuttosto che questo avvenga in uno online, anche per la rapidità tecnica d'inserimento dei link. Ragion per cui, se in un articolo online si riprende qualcosa, di solito e sottolineo di solito, se ne cita la casa originale. Fateci caso.

La questione dei motori di ricerca, poi. Google indicizza i pezzi secondo algoritmi propri e regole altrettanto proprie. Sono quelle e bisogna starci, adattarsi. Ecco dunque che le tecniche SEO hanno preso un ruolo importante, che spesso - questo è vero - travalica il valore contenutistico del pezzo.

È un problema, forse, affrontabile e discutibile. Bisogna parlarne con Google, però. Perché per il momento pubblicare online è come affrontare un sentiero di montagna, va meglio e più spedito chi è meglio attrezzato: chi ha scarponi più tecnologici che gli fanno soffrire meno la stanchezza, chi ha giacche a vento leggere che bloccano il freddo ma non ingombrano il passo, chi ha scorte d'acqua sufficienti. Non è liberismo o legge della jungla, è la realtà, sia in internet che fuori. Non si può chiedere a quelli che camminano di costruire delle fontanelle per rifocillarsi, o protezioni per il freddo, o di asfaltare la strada e renderla meno impervia: quello semmai, lo deve fare chi è il gestore di quella strada.

Quindi per dire, che le regole hanno nomi diversi, ma viaggiano sugli stessi principi di quelle dell'editoria classica. Perché il CorSera vende di più del Secolo XIX?

In più, va aggiunto che comunque anche se un pezzo ha un gran lavoro Seo alle spalle, ma è un miscuglio scomposto di parole, la prossima volta il lettore lo salterà anche se appare in cima alla lista di Google - o che sia sopra a tutti gli altri giornali in edicola.

Sul discorso del lavoro in nero, poi: le società che gestiscono le testate online, sono entità fiscali a tutti gli effetti. Dunque rispondono di tutti i diritti e doveri di qualsiasi altra società - anzi, di solito non godono di un grosso diritto che si chiama "contributo governativo per l'editoria". Detto così, buttato là senza riferimento alcuno, è un po' qualunquista ed è pessimo giornalismo. O si fanno nomi dei colpevoli, tanto da poter esprimere una denuncia, o si tace.

È vero che molte delle testate online si avvalgono di collaborazioni a basso costo, alcune gratuite - chi scrive ne sa qualcosa - ma anche in questo caso, le problematiche economiche non sono poi troppo diverse da quelle del cartaceo. Soldi non ce ne sono, né qua né là.

La discussione non si chiude certo qui: i protagonisti cambieranno, ma la dicotomia stampa-cartacea/online resta enorme argomento di dibattito.

Se ne parla e parlerà con piacere, anche da posti come questo blog, che hanno posizioni e competenze laterali sulla discussione: quello che è importante comunque, è parlarne con onestà e lucidità.







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