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sabato 10 agosto 2013

Quello che penso io sul phubbing

Chi non è un phubber ha un segreto da nascondere.

Qualcosa di cui vergognarsi. Perché tutti siamo colpevoli del peccato di phubbing, e cioè il comportamento molto poco polite - a sentire quel che si dice in giro - di smanettare lo smartphone durante un conversazione (da qui "phone"), snobbando (da di qua "snubbing") l'interlocutore.

Anzi succede sempre più spesso che durante congressi, riunioni, seminari, ma anche concerti, film, cene, si passi più tempo a guardare i pollici dello schermo del telefonino, piuttosto che a seguire quel che succede davanti a noi.

È il mal di social network: condividere in tempo reale tutto quel che c'è, rischia di far perdere il valore e l'emozione di quel che viviamo nel momento. E poi c'è la paranoia di essere aggiornati su quel che capita intorno, che non è più semplicemente questione di ammazzare la noia al seminario aziendale, o alla cena di famiglia con le zie vecchie, quando raccontano di nuovo di quella volta lì per la centesima volta.

Sì è vero è qualcosa che può anche essere considerato serio: ma fermiamoci a pensare.

Siamo costantemente connessi gli uni agli altri, vivendo piani e realtà contemporanee. Stasera io sarò a cena da amici, ma sarò anche qui, e poi su Twitter e magari mi faccio anche un salto su Facebook.

E forse, all'occorrenza, accompagnerò anche loro in queste piazze, oppure saranno i miei amici ad invitarmi nelle loro. Siamo maleducati? Sì, no, forse.

La realtà è che siamo multitasking: riusciamo a fare molte cose contemporaneamente, e diciamolo chiaramente, spesso le facciamo tutte bene. Altrettanto spesso tutte male, ma con ogni probabilità non dipende dal fatto che abbiamo più attività aperte contemporaneamente - almeno non solo.

Per dire, adesso sto scrivendo questo post, ne sto pensando un altro, e poi sono anche su Twitter, e in più ragiono su come organizzare un lavoro, e sono pronto a cambiare un pannolino. Non sono superman: sono umano, riesco a muovere la mia energia celebrale - e fisica - su diversi piani, oppure su diverse attività dello stesso piano.

Complicato? Non troppo, lo facciamo tutti se ci pensate.

Così va il mondo adesso - discorso molto lungo, che ritorna sempre là, sulla questione cacciavite o spazio, nell'interpretare la rete - con buona pace di Alex Haigh il ventitreenne australiano che ha creato il sito stopphubbing.com.

Nel sito, si chiede di esprimere la propria opinione - dice Haigh: "Il fenomeno del "phubbing" è quanto di più fastidioso possa esserci ed è diffuso al punto da aver completamente eliminato la capacità di parlare faccia a faccia con qualcuno. Ecco perché occorre fare qualcosa e far girare la voce per fermare questo comportamento, che è ormai sfuggito di mano".

manifesto anti-phubbing
"For" o "Against"? Nei 9.888 voti totali al momento in cui scrivo - nemmeno troppi - si viaggia con percentuali intorno all'ottanta per cento a favore dei "contro". Ve lo dico, io ho votato "for".

E il perché sta nel fatto, che trovo inutili le privazioni. Perché infatti l'obbiettivo (vedi il manifesto dell'immagine) è anche quello di creare spazi "anti-phubbing", al motto: "No Tweeting, No Facebook, No Instagram, No Foursquare, No Sexting: respect the food, the music and the company you’re in".

Figurarsi a me, leggere tutti quei "no!".

Casomai la questione riguarda leggi, meglio regole, personali, autocoscienza, educazione. Certo che se un tuo amico ti sta raccontando di una sua malattia, è meglio guardarlo negli occhi e cercare di capire dove aiutarlo.

Ma se la conversazione avanza pigra sul più e il meno della quotidianità, non vedo che c'è di male a continuarla, con un occhio a qualche altro posto. Magari come spunto ulteriore di conversazione: l'opposto dell'essere antisociale, allora.

E personalmente, non ho mai preferito inviare un tweet piuttosto che parlare con qualcuno dei mie interlocutori live - almeno nei casi in cui, quegli interlocutori valevano tanto quanto quel tweet. Di solito, comunque, riesco benissimo a fare tutte e due le cose insieme, senza perdere attenzione nell'una o nell'altra.

Haigh cerca di convincere il pubblico a smetterla di "phubbare" - che come molti dei termini del genere, italianizzati, è davvero brutto - dati alla mano. Dice che se il phubbing fosse un'epidemia, si sarebbe decimata una quantità di persona pari a sei volte la Cina. E poi il ristorante, dove in media si ha a che fare con 36 phubber ogni turno di servizio, di cui per altro il 97% protesta per la scarsa qualità del cibo.

Sul sito c'è poi anche un form precompilato per inviare una mail ad un fastidioso phubber con cui si è in confidenza e la possibilità di scarica dei post anti-phubbers come quello dell'immagine sopra.

La questione potrebbe anche chiudersi qui, con uno che si è scassato degli amici che non se lo filano - fatti delle domande, fratello! Si scherza, comunque Alex. - e ha deciso di vendicarsi, mettendo on line le foto dei maleducati (partendo dai vip, i modelli contano, come sempre). Il fatto che tutto avvenga on line, con continui aggiornamenti via Twitter e hashtag dedicato, potrebbe anche rappresentare un'incoerenza, ma qui siamo persone libere, e non ci mettiamo a far polemica.

Senza correre il rischio di sembrare superficiale, va detto però che il problema c'è: la società raggiunge i parossismi a ritmi quasi innaturali. Sempre. Con le implicazioni e le indifendibilità collegate.

Il professor Phil Reed, docente di psicologia dell'Università di Swansea ed esperto di dipendenze online sul Daily Mail ha parlato chiaramente:  "Molti phubber mostrano sintomi di una chiara dipendenza da cellulare e alcuni di loro vanno persino in astinenza se non gli viene permesso di utilizzare il telefonino in continuazione".

Per dire allora, che il problema è molto più profondo. E sta nella mancanza di autocontrollo, misura, moderazione, coscienza, consapevolezza, responsabilità: questioni non nuove, che con la potenza e la velocità della tecnologia - della rete, pure - si amplificano certamente. Malattie sociali che sfogano in rush improvvisi, ma il problema semmai è il capire il motivo della latenza profonda, più che curarne qualche sintomo superficiale.


Link:
- se ne parla su Indipendent, Guardian, Daily Mail e Sunday Times. In Italia c'è un buon articolo di Simona Marchetti per il CorSera e un video di TM News.

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