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lunedì 19 agosto 2013

Prism casalinghi

Mathew Ingram, giornalista pluripremiato, che negli ultimi quindici anni ha scritto di affari, tecnologia e nuovi media come reporter, editorialista e blogger, ha pubblicato un lungo articolo su GigaOm - dove è senior writer - sul come, quando, dove e perché, controllare l'uso di internet ai propri figli: "Snooping on your kids" è il titolo.

Partendo dalla sua esperienza personale pone riflessioni sull'aspetto specifico in generale e sui limiti del concetto di libertà: argomento molto interessante che si inquadra sia in un contesto come quello della "vita-che-inquina-bambini-puri" sia nei termini del "datagate" con le implicazioni connesse sulla libertà e il controllo.

La prima parte - il pezzo è molto lungo, si tratta di una specie di racconto diviso in quattro pezzi - si intitola "Se avessi avuto a disposizione gli strumenti della Nsa li avrei usati". Ingram confessa di aver controllato per anni le attività in internet dei suoi figli adolescenti, per prevenzione. Un po' come ha fatto l'Nsa, che giustifica la propria attività di monitoraggio e controllo, in quanto permette di prevenire eventuali potenziali minacce terroristiche per gli Stati uniti; allo stesso modo il giornalista sostiene che la sua azione surrettizia aveva l'unico scopo di prevenire eventuali minacce, abuso di droga, contatti sociali insani e tutti i vari pericoli della vita adolescenziale. Scelta avallata anche da un episodio di cyber-bullismo di cui era stato vittima un suo nipote.

"È una violazione della privacy o un diritto dei genitori?". Ingram se lo chiede anche a fronte di un colloquio sulle sue "operazioni di spionaggio" accennate ad un collega, il quale aveva risposto di "essere inorridito" da quello che l'amico stava facendo.

Ma se un figlio vive sotto il tetto dei genitori, quanto è giusto dover sottostare alle regole di questi, qualsiasi esse siano, compreso controlli e monitoraggi? E quanto questo è analogo a quello che uno Stato potrebbe o vorrebbe pretendere dai propri cittadini? Nel caso, gli Usa con Prism e i vari sistemi di schedatura. Il fine è sempre lo stesso: preservare dai rischi, dai problemi. Così come uno Stato fa per la sicurezza dei propri cittadini e l'osservanza delle leggi, un genitore lo fa con i propri figli e il rispetto delle regole.

Ingram confessa di aver installato nei computer che utilizzavano le sue tre figlie femmine, dei software di controllo di battitura - ne era venuto a conoscenza per delle recensioni scritte nei primi anni 2000 - in alternativa ai classici gatekeeping: praticamente riusciva a raccogliere in un file tutte le battute di una sessione online. Si tratta di software adottati dalle ditte per il controllo della navigazione dei dipendenti - e dell'efficienza lavorativa - che però, sostiene ironicamente, possono avere buon uso anche tra i genitori.

Dice di averli molto utilizzati con la sua prima figlia - all'epoca tredicenne - che aveva un'intensa attività su Istant Messenger di Microsoft (molto ben tracciabile), ma senza scoprire mai niente di scabroso, se non chiacchiere poco maliziose su ragazzi, compiti, libri e serie Tv.

A tal proposito ci si interroga, se questo controllo possa rappresentare una perdita di fiducia, permanente, nei confronti dei propri figli: tanto che Ingram era arrivato a confessare a loro, che in quanto genitore avrebbe potuto controllare i traffici internet ai figli, senza ammettere però che lo stava già facendo e come lo faceva. "Another echo of the NSA's approach" commenta.

La seconda parte, si intitola "Cosa ho imparato su mia figlia e come questo ha cambiato le nostre relazioni". In questo caso, Ingram racconta di quando ha iniziato a spiare la sua figlia mezzana. In questa situazione si è trovato di fronte ai primi prototipi di social network, tipo Aol o Msn Messenger.

Ma al di là di un unico accenno ad una canna di marijuana provata alla festa di un amico, anche in questo caso non scoprì niente di sconveniente. Quello di cui invece è rimasto scioccato, è di aver scoperto un lato nascosto della sua secondogenita.

Racconta di due episodi: il primo riguarda l'esperienza di Habbo Hotel - specie di social network dove ci si costruiva una stanza in un hotel, mettendoci dentro tutto ciò che si volevo/poteva (musica, immagini, giochi) o semplicemente per chiacchierare, per certi versi precursore di MySpace - in cui ha scoperto diversi lati della dimensione sociale di sua figlia.

Ma la cosa di cui dice di essere rimasto più stupito - nel caso positivamente - è stata l'attività di lei in un altro di questi siti precursori di social network. Si trattava di Gaia Online, realtà in internet legata la mondo delle Anime giapponesi, in cui gli utenti inserivano una storia e la completavano per condivisione ed interazione con gli altri. Funzionava in modo analogo a Wattpad.

Ingram si è trovato a leggere una smisurata attività di scrittura narrativa, che la figlia portava avanti giornalmente, a dispetto dei non eccezionali risultati nei temi scolastici.

Circostanza, questa legata alla creatività della figlia, che lo ha messo ancora più a disagio, facendolo passare come un guardone nella sua fantasia; ma che da un altro punto di vista, racconta Ingram, gli ha permesso di scoprire cose che altrimenti non avrebbe mai saputo su di lei.

Nella terza parte, invece spiega la fine della sua attività di controllo - si intitola "A volte la sorveglianza sconfigge lo scopo".

È con la terza figlia, che Ingram racconta di aver mollato: e con l'avvento dei social network. I programmi di controllo di battitura cominciavano a non funzionare, restituendo dell'attività su Tumblr e Twitter, fiumi di caratteri tanto confusi quanto inutilizzabili.

Fu così che il giornalista scelse di abbandonarli e di seguire pubblicamente le proprie figlie come "follower". Ma fu proprio in queste circostanze, quando chiese ad una di loro - la terza - di modificare il proprio pseudonimo in Tumblr, che capì di aver oltrepassato il segno. Dice: "Ho pensato che si sia sentita come se i miei genitori si fossero seduti in sala da pranzo, a guardare me e i miei amici fare una festa in salotto".

Ingram dice di aver smesso la sua attività di monitoraggio casalingo, per paura che la sua presenza potesse rischiare di impedire lo sviluppo sociale e limitare le libertà di esprimersi ed interagire alle figlie. Dice: "Mi ha fatto sentire come se le derubassi di uno delle caratteristiche più potenti del web sociale".

L'ultimo capitolo del racconto, lo scrive Meaghan Ingram, figlia mezzana di Mathew: parla di "Cosa provavo circa la sorveglianza online di mio padre".

Meaghan definisce l'attività del padre positvamente. Dice che l'adolescente irrequieta che era in lei, in certi momenti avrebbe anche voluto ribellarsi, ma fondamentalmente vedeva la presenza del papà come una protezione ulteriore.

Racconta di non aver mai sentito il fiato sul collo, nonostante fosse diventata consapevole del monitoraggio, e di essersi creata i propri confini in internet autonomamente. "Fare errori e imparare da loro" senza che il genitore glielo impedisse.

Anzi valuta il tutto come un effetto Panopticon, in cui il padre ha anche imparato e scoperto dei suoi aspetti, che altrimenti avrebbe avuto difficoltà ad esprimere.

Ingram in tutto il racconto, sottolinea molte volte di essersi sentito in difetto, di essersi vergognato, di non essere a posto. Ma la necessità, la paura, la legge naturale del proteggere i propri figli, lo hanno portato a superare discutibili barriere morali.

Ed è proprio qui il punto: quanto vale la libertà davanti alla prevenzione? Quanto in là si può andare, per evitare minacce e gestire i fenomeni  - la crescita dei figli e dei loro equilibri sociali, tanto come la democrazie e la stabilità di un paese  - in sicurezza?

La consapevolezza dei rischi che i nostri figli possono correre - adescamenti di vario genere, falsi miti, minacce e soprusi - può giustificare la limitazione della loro libertà, il rischio di tarpare le ali delle loro libere fantasie, l'impedire loro di esprimersi e muoversi senza riserve.

Incanalare lo sviluppo sociale secondo paletti che noi genitori riteniamo giusti, significa impedire la loro auto determinazione?

Nel mondo digitale, come in quello fisico.

In fondo, è quello che ognuno dei nostri genitori ha cercato di fare, anche in tempi in cui internet non era presente. Orari da rispettare, posti da evitare, amicizie da non frequentare, resoconti sulle nostre giornate fuori casa, controllo di diari, libri e quaderni scolastici, incrocio di informazioni con altri genitori degli amici.

Niente di diverso, il mondo digitale ripropone nuovamente vizi e virtù di quello analogico: perché è sempre fatto della stessa materia. Di persone, cuore e stomaco.

Ingram chiude dicendo a proposito della decisione di fermare il monitoraggio: "Ora sono tornato a incrociare le dita e sperando per il meglio, come la maggior parte dei genitori hanno fatto fin dall'inizio dei tempi".

Ma io sono convinto che molto spesso quelle dita le scavallerà sopra la tastiera, perché l'ansia e l'apprensione sono la materia di cui siamo fatti noi genitori. 

Sono i figli che poi ci dimostrano il meglio.

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