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giovedì 22 agosto 2013

Ma quelli come Snowden e Manning sono eroi o criminali?

Bradley Manning, il soldato statunitense che passò 700mila documenti riservati a Wikileaks, è stato condannato a 35 anni di carcere e congedato dall'esercito con disonore.

Analoga condanna o giù di lì, potrebbe toccare a Edward Snowden, l'ex analista della Nsa che ha rivelato i segreti di Prism e delle tecniche di sorveglianza elettronica dell'Agenzia di sicurezza americana - e inglese -, da cui il Guardian ha preso le fonti per l'inchiesta che poi è diventata il caso globale Datagate.

Ma anche alla luce dell'attuale condanna a Manning, questi whistleblowers sono eroi o pericolosi traditori?

L'argomento - generico: i casi hanno le proprie peculiarità e differenze, anche profonde - è vasto e pieno di contraddizioni e controindicazioni. Da un lato il diritto dei cittadini alla libertà, piena, senza controlli o filtri, nel rispetto delle leggi. E giustamente sapere come e quando quella libertà viene limitata e tutto quel che succede alle loro spalle. Dal lato opposto - che forse opposto non è - lo Stato, con l'altro diritto, quello cioè di avviare procedure funzionali per poter garantire la propria sicurezza, che è poi la sicurezza di quegli stessi individui che lo abitano. Limiti sottili tra forme di prevenzione e monitoraggio e controllo delle attività democratiche: pericolo delle possibili ingerenze nello sviluppo delle suddette attività, l' "architettura di pressione" come lo stesso Snowden l'aveva definita.

Eroi, criminali, difensori dei diritti umani, spie, cani da guardia del potere, traditori, coraggiosi, narcisisti: s'è detto molto a proposito.

Il Los Angeles Times in un pezzo a firma del Consiglio editoriale del giornale, si era da subito messo sulla posizione di non premiare l'iniziativa di Snowden. Poneva dubbi anche sull'adottare per lui, la definizione di whistleblower: scriveva il quotidiano californiano, che nel suo caso si trattava di attività legali, autorizzate dal Congresso e monitorate da giudici federali. Ragion per cui, dichiararono di non avallare l'iniziativa di richiedere il "pieno perdono". Posizione filo-governativa, da cui comunque non si perdeva l'occasione per porre dei dubbi sulla gestione di certi strumenti da parte della Nsa: "It's certainly not ideal if every twentysomething with a security clearance is making his own free-lance decisions about what secrets deserve to be protected and which should be leaked".

Di opinione opposta Daniel Ellsberg che sul Daily Beast paragonava Manning e Snowden a sé stesso - Ellsberg è stato l’informatore che diffuse i “Pentagon Papers“, documenti riservati sulla guerra in Vietnam. "La sua vita era come la mia. E 'molto facile per me identificarmi con la sua scelta, la sua decisione, la sua performance". Definisce senza mezzi termini Snowden come un "eroe" e anzi si augura che aumenti la quantità degli informatori come loro, perché "la macchina del nostro governo democratico è rotta" e occorre "ispirare gli americani a combattere contro questa violazione della privacy".

Ricorre a citare Ellsberg anche Douglas Rushkoff, editorialista della CNN, che scrive:
Se lasciamo che l’evoluzione delle nostre macchine guidi l’evoluzione della nostra politica, il solo possibile risultato è quello che Snowden chiama “turnkey tyranny” (tirannia chiavi in mano. ndr). Snowden è un eroe perché ha capito che la nostra vera umanità è stata compromessa dalla cieca implementazione del lavoro di macchine usate in nome della sicurezza. A differenza di quelli intorno a lui, che erano troppo assorbiti dal loro lavoro per riflettere sulle loro azioni e mettere un freno alla ricerca di un’onniscienza digitale, Snowden ha permesso a sé stesso di essere “disturbato” da quello che stava facendo.
Ricorda che Ellsberg fu perseguito e poi assolto, quando si venne a conoscenza del fatto che collaboratori del presidente Nixon avevano condotto intercettazioni telefoniche illegali ai suoi danni, in modo da infangare il suo nome. Rushkoff richiama alla mente l'indignazione degli americani di allora (era il 1971), sia per le accuse contro Ellsberg sia per il gioco sporco dell'amministrazione Nixon. E dunque, si chiede: "cosa dovrebbero fare ora, che a essere sorvegliate e controllate sono moltissime persone in tutto il mondo?".

Jhon Cassidy del New Yorker è un'altra delle autorevoli voci che vedono Snowden come un eroe, per certi versi a differenza di Manning. Cassidy argomenta che con le rivelazioni, Snowden non a messo a repentaglio la sicurezza nazionale, perché non ha scoperto i segreti dell'algoritmo di Prism, non ha fatto i nomi degli agenti coinvolti nelle operazioni, non specifica conversazioni sensibili o piani militari. Anche Glen Greenwald, il giornalista del Guardian che ha scritto l'inchiesta, è di opinione analoga, sostenendo - magari in modo interessato, per carità  - che non è successo quello che era successo con Manning, che passò le informazioni a Wikileaks senza aver controllato bene i documenti e con grossa irresponsabilità. Nel caso, Snowden, avrebbe fatto un'attenta operazione di scrematura, eliminando quello che era davvero sensibile e portando alla luce solo i termini del sistema.

Ma dal New Yorker arrivava anche l'opinione opposta: secondo Jeffrey Toobin, infatti, Snowden è un criminale irresponsabile, perché avrebbe rivelato informazioni che la stessa Agenzia aveva deciso di tener segrete, non tanto perché illegali, ma perché sensibili. Snowden - commento analogo a quello del LAT di sopra - avrebbe deciso quello che era giusto o sbagliato. Scrive Toobin:
Questi erano programmi legalmente autorizzati; nel caso delle telefonate della Verizon, Snowden lo sapeva con certezza, perché fece trapelare proprio l’ordine di un tribunale che autorizzava quel programma. Snowden quindi non ha diffuso qualcosa di illegale, ma solo qualcosa che non andava a genio ai suoi standard. La domanda, naturalmente, è se un governo può funzionare se tutti i suoi dipendenti (e i collaboratori) pensano sia loro diritto decidere se sabotare i programmi che non sono di loro gradimento. Questo è quello che ha fatto Snowden.
Toobin aggiungeva anche un ulteriore tassello: la rischiosissima decisioni di Snowden di andare ad Hong Kong, con il rischio che quei documenti potessero finire in mano del governo cinese, che non è campione della libertà e soprattutto sta da anni procedendo con attacchi informatici verso obiettivi americani. Errore strategico di importanza rilevante.

Sono passati più di due mesi da quando il Post e il Guardian hanno rilevato gli estremi dello scoop, ma i dubbi profondi - quelli che intaccano la libertà, e l'etica e la morale, e la vita civile della società - espressi in quest opinioni raccolte, restano ancora tutti lì.

L’argomentazione principale di chi crede che Snowden sia un eroe continua a basarsi su due assunti: anzitutto l'illegalità del programma Prims, visto che non sarebbe stato autorizzato da nessun ordine di un tribunale; inoltre, sebbene il programma non preveda il controllo delle comunicazioni dei cittadini americani, interpretazioni estensive dei poteri della Nsa, avrebbero portato (o avrebbero potuto portare) al coinvolgimento anche di americani. 

Per concludere è interessantissimo il punto di vista di Jena McGregor, che scriveva sul Washington Post, di come Snowden - considerazione allargabile anche a Manning oppure ad Assange per estensione - non fosse propriamente un eroe, quanto un leader. Dice:
La leadership consiste nel prendere rischi e facendo restare coraggiosamente in piedi i propri principi. Si tratta di mettere le esigenze del bene più grande, davanti a obiettivi personali.
Dunque Snowden sarebbe la conseguenza di un'assenza di leadership nella politica. Avrebbe - per sua stessa ammissione - aspettato a lungo prima di rivelare le informazioni, nella speranza che con l'avvento di Obama le cose potessero cambiare, ma così non è andata a suo dire, e dunque siamo arrivati qui.

Snowden rappresenterebbe un'altra, parossistica per alcuni aspetti, circostanza in cui la politica, i partiti, i governi, non rispondono alle esigenze della società e la società stessa fa da traino, muove le sorti.

Ma con l'enorme rischio, che tutto finisca in un turbinio incontrollato.



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