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lunedì 12 agosto 2013

L'abolizione dell'IMU è antisociale

Il Presidente del Consiglio Enrico Letta durante la conferenza stampa da Baku, Azerbaigian, ha detto ieri che "Senza governo a settembre si paga l'IMU".

L'ansia da prestazione governativa - giusta, per carità - in Letta, in questo periodo, è secondo (o forse prima) soltanto all'ansia da prestazione sull'IMU. Patti programmatici, "impegni presi che saranno mantenuti" come dice lui, sopravvivenza politica. Perché Berlusconi e i suoi sull'IMU non mollano ritenendo l'abolizione un punto fondamentale, e fondativo.

A mio avviso, l'IMU è una tassa indispensabile. E non intendo l'IMU in quanto tale, ma intendo qualsiasi imposta basata sulla proprietà di un immobile. Lo dico da liberale, liberamente - senza preconcetti politici, intendo -, da uomo attento agli equilibri sociali.

È lapalissiano come una rimodulazione sia necessaria - in questo momento l'imposizione raggiunge livelli al limite del sostenibile - ma far pagare le tasse sugli immobili, serve.

Si tratta di un'imposta patrimoniale - sì, è vero, e non ci vedo un gran male. Chi più ha, più paga, chi meno ha meno paga: giustizia sociale, chiamala se vuoi.

A mio modo di vedere - non troppo originale - sarebbe da prevedere un'imposizione soft per i proprietari di case, prime case, di dimensioni media. Più cresce la dimensione, più aumenta l'imposizione. Imposizione che sarebbe giusto tenere invece più alta - in termini di aliquote - per chi è proprietario di seconde case, e soprattutto per chi da quelle ricava reddito (affitti). Togliere o trasformare in qualcosa di simbolico - tanto per - l'imposta per le attività produttive, almeno per il momento, sarebbe una spinta alla ripresa, di sicuro. E in questa categoria inserisco anche le società di costruzione con gli invenduti, vero peso a cui si aggiunge ultimamente - anche prima era così con l'Ici - anche la beffa della tassa.

Ma eliminare completamente, anche solo per la prima casa, un'imposta di tale genere sarebbe un follia. E non solo in termini economici: conti sono stati già fatti, e si andrebbe ad intaccare in modo troppo importante le entrate comunali, con chissà quali conseguenze in termini di ridistribuzione dei servizi.

Ne faccio un ragione sociale, io. La tassa sulla proprietà immobiliare, serve a permettere un bilanciamento attraverso il quale chi ha una casa più grande, oppure ne ha più di una - perché è più ricco, è stato più bravo nel guadagnare soldi, ed ha potuto liberamente spenderli -, può contribuire a migliorare la qualità della vita di chi ha una casa più piccola, perché meno abbiente. E tutte e due insieme, possono aiutare chi quella casa non se la può nemmeno permettere.

E come possono aiutarlo? Partecipando in misura maggiore alle entrate dello Stato. Stato (e/o comuni), che poi trasformerà quelle entrate in servizi (ci risiamo con l'idealizzazione del problema), come per dire: hai casa piccola dove non puoi permetterti di creare uno spazio libreria? Bene, io-Stato creo una biblioteca pubblica, grande e bella, dove tu puoi accedere a un vasto numero di libri, con tavoli per studiare e divani per leggere. O che so, nella tua casa piccola, tuo figlio si sente sacrificato e non hai il giardino privato come in una villa per lasciarlo sfantazzare liberamente? Bene altrettanto, perché io-Stato destino un'area per giardini pubblici dove tutti i bambini possono correre in pace e magari poi decido anche di costruire una piscina comunale, dove anche i figli di quelli in affitto in 50mq possono fare il bagno.

Assistenza, sostegno, fratellanza, condivisione, partecipazione, vicinanza, complicità, umanità, solidarietà sociale, chiamatela come volete.

A questo aggiungo una prima riflessione: è stato calcolato che eliminare l'Imu costerebbe qualcosa come quattro miliardi di Euro. Soldi che allo stato servono e mai come adesso. Dunque entrate che tolte da una parte, sarebbe necessario andare a cerca da un'altra.

E dunque noi ci ritroveremmo nella condizione in cui i non-proprietari di case - chiamiamoli meno fortunati per adesso - dovrebbe vedersi aumentare le tasse (in altre cose, o forme diverse da quelle sugli immobili ovviamente) per permettere ai proprietari - i più fortunati, allora - di pagarne meno.

Con quale principio?

Provo ad analizzare la questione secondo lo schema classico liberalismo/socialismo. Dal primo: mettiamo che io sia un uomo libero, pienamente consapevole e responsabile del mio destino, ed abbia deciso di "non voler acquistare una casa" in piena libertà. I motivi potrebbero essere svariati, da un mio vezzo - parliamo di piena libertà, giusto? - fino ad una questione di calcolo: non voglio una casa perché costosa, costa il mantenimento, costa il possesso, costa il pensiero di dover mettere a posto quella crepa o riverniciare la facciata. Meglio l'affitto, ché se ne occupa di tutto il proprietario, pago un forfait e via andare. Ecco: con l'abolizione dell'Imu, quello là che ha scelto in libertà di non voler avere la proprietà di una casa, si troverebbe costretto a dover pagare tramite l'aumento dell'aliquota di qualche altra tassa, un costo che permetterebbe ai proprietari la riduzione dell'imposta sulla casa. Come dire, che non c'è libertà: se la casa la volevo avere e volevo sostenerne i costi, me la compravo, altrimenti non ne voglio sapere: e non ne voglio sapere nemmeno in modo indiretto.

Del secondo: di socialismo, o meglio giustizia sociale via. Non c'è nemmeno bisogno di parlarne, basta pensare che in questo modo, quelli che non possono permettersi di acquistare una casa, dovranno pagare in via indiretta la possibilità data a quelli che invece la possiedono quella casa, di avere un riduzione delle tasse.

Perché non illudiamoci, è così: quei soldi non è che possono scomparire. Non è che se ne può fare a meno.

Un altra riflessione mi viene da una conversazione di ieri sera. Si criticava l'incoerenza di costruire un decreto per agevolare il finanziamento dei mutui sulla prima casa - permettendone così l'acquisto con maggiore facilità e con garanzie meno stringenti - e la non abolizione dell'Imu. L'incoerenza, secondo il mio interlocutore, stava in questo: dai - tu-Stato - la possibilità a più gente di acquistare una casa, e poi non abolisci la tassa sul possesso?

Il punto non è risolvere il facile problema: se io guadagno soldi da chi possiede case, ho tutto l'interesse del mondo a far sì che quelle case si vendano e aumenti di numero quel "chi" le possiede case, perché così aumentano le mie entrate. Il punto è anche qui, di carattere sociale.

Senza difendere l'operato di questo o quell'altro governo - non ne ho né voglia, né interesse - agevolare l'acquisto di una casa, facendo in modo che sia lo stato stesso per certi versi a farsi da garante, è un processo di welfare state. È qualcosa che permette alle persone, cittadini di questo stato, di avere una vita migliore - qualora ne siano interessati, poi c'è sempre quello che decide liberamente di andare in affitto, perché non vuol pensare nemmeno a sistemare l'ingranaggio della tenda parasole, ma è altro discorso.

E il valore del possesso di una casa - valore sociale, si intende - è notevolmente superiore rispetto al dover pagare una tassa, che ripeto va rimodulata e tarata meglio, su quel possesso.

La tassa è giusta nella sua esistenza: tanto quanto è giusto il permettere al maggior numero di persone possibile di pagarla. Di questo si devono occupare gli Stati.


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