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giovedì 18 luglio 2013

Sulle dimissioni di Alfano

Occorre dircelo in faccia, seriamente, da italiani: sul caso Ablyazov si è dato il peggio di noi.

Un pasticciaccio a memoria mia – detto senza troppe ricerche – con pochi precedenti.

Incartati e incantati in questioni da questionare in qualche questura. Con un burocrazia kafkiana, che sembra operare e lavorare, senza nemmeno interessarsi di comunicare le decisioni ai vertici: la politica. 

A quella politica che dovrebbe gestire la cosa pubblica, nel bene e nel bello degli stati e che invece è quasi un impiccio, temporaneo per giunta. Che tutto sembra risolversi in un "facciamo noi, che tanto siamo noi che dobbiamo decidere, ché quelli là, i politici, adesso ci sono ma poi ce ne sono degli altri: e noi invece qua restiamo, dunque siamo noi che comandiamo".

Che poi qualcuno sapesse, è legittimo pensarlo. Come credere che Alfano o qualche responsabile del Ministero - il capo di gabinetto del Ministro s'è dimesso, perché? - e degli altri coinvolti, non fosse informato di quel che succedeva? Come è pensabile che certe cose non siano arrivate sulla scrivania dei Ministri? 

Magari il punto è capire quanto è arrivato da quegli uffici a quei gabinetti: per accertare anche eventuali colpevolezze - intendo legali. 

Svista o strategia, buona o cattiva fede, non importa per quel che sto scrivendo, però. Quello che importa adesso, è che qualcuno paghi. E quel qualcuno deve avere valore trasversale: nel senso che deve pagare quell'agente che ha detto alla povera Shalabayeva "io sono la Mafia", fino ai vertici della Procura e dei Ministeri. I funzionari, sicuro, quella burocrazia, quella macchina amministrativa che ha dato impressione - stavolta come in altre, ma più che in altre - di muoversi nell'ombra e tra l'ombra delle leggi, autoreferenziale ed autogestita, quasi sovversiva nei confronti delle Istituzioni, anche di quelle che rappresenta.

Ma deve pagare anche e soprattutto la Politica: deve pagare chi ha lasciato passare con superficialità, chi si è scelto cattivi collaboratori - anche da questo si riconosce un leader, che quando ha gregari poco validi, allora non vale granché come tale - chi ha screditato l'Italia.

Le dimissioni di Alfano, in quanto Ministro direttamente competente in merito, sono come è stato detto, atto dovuto. Senza la necessità di imbarazzanti mozioni di sfiducia. Sono un atto dovuto per la credibilità del governo e dunque dell'Italia. 

Così si fa, dalle altre parti del mondo, nelle altre democrazie.

Atto non politico, nell'accezione di "questioni tra i partiti", ma Politico - con la P maiuscola, come si dice - a futura memoria, che adesso anche qua in Italia, chi sbaglia paga. Non si tratta di giustizialismo, si tratta di dare l'idea a tutto il mondo, che ci stiamo allineando sui binari della serietà. 

Alfano che si dimette da Ministro degli Interni - al limite conservando il suo ruolo da vice premier - è un gesto che rafforza il governo. Un governo continuamente minato, instabile, che non ha certo bisogno di pretesti per screditarsi. 

Il risvolto politico, se le dimissioni arriveranno in forma di scelta personale, sarà nullo. Ammissione di colpa, da rimediare, ma niente di più. Si continua con un sostituto e si va avanti.

Nessuno ha interesse a destabilizzare l'esecutivo in questo momento: non deve averne il Pd, spaccato ed incontinente come sempre. Non ne ha il Pdl, che perderebbe un uomo di punta, in un ruolo importante, ma che avrebbe da par suo il coltello dalla parte del manico. A fronte di una tale gesto di responsabilità, chi potrebbe opporsi, per dire, al nome di Santanché? O al nome del prossimo Ministro degli Interni, di legittima proprietà pidiellina.

Una vicenda dalla quale nessuno, se non le opposizioni, possono trarre vantaggio, ma sulla quale la scelta del buon senso sarebbe la via migliore per limitare i danni, e trovare un sorta di cogenerazione da quelle schifezze fatte.   

Farlo anche per tutti noi, noi italiani: perché ci si possa vantare di sbagliare e rimediare secondo i giusti modi a quegli errori. 

Poi speriamo che certi orrori, non si ripetano più, sia chiaro.

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