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martedì 30 luglio 2013

Chi non sono io

Durante il viaggio di ritorno dal Brasile, Papa Francesco si è abbondantemente intrattenuto con i giornalisti - 80 minuti di botta e risposta, senza sottrarsi a nessuna domanda. Per chi vuole il video, c'è su TV2000, per chi vuole il racconto c'è tutto su Vatican Insider.

Il Papa ha detto molte cose su molti argomenti, ma la ribalta della cronaca l'hanno conquistata quelle parole sugli omosessuali: "Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?".  

È abbastanza ovvio che sia andata così, perché quello della discriminazione omofoba è un argomento di buona attualità: qui da noi pochi giorni fa, si è parlato con insistenza di una legge in merito. Per di più tutto si inquadra nell'ampia tematica della discriminazione del diverso, in cui noi stiamo navigando da tempi lontani e che trova un'altra sfaccettatura nei gesti contro il Ministro Kyenge, altro esempio.

Quella dichiarazione, però, ha interessato anche il resto del mondo - tanto che i principali quotidiani internazionali ci hanno scritto su -, e le ragioni sono sempre là: lobby gay a parte - di cui mi trovai a scrivere una volta, in un ambito e con un senso diverso -, la questione riguarda sempre un po' quell'incoerenza che la Chiesa negli anni, ha dimostrato sull'argomento.

Non serve correre tanto indietro fino alla metà del '400, a quel Giulio II detto "Il Papa Terribile", ultraconservatore, a cui Michelangelo fece lo "scherzetto" di raffigurare sul Genio della Vittoria - commissionata per la tomba del santo padre -, Tommaso de' Cavalieri, grande amore del Buonarroti: sottile protesta verso alcune posizioni, che nei tempi non sono poi così  tanto cambiate.

Basta pensare, allora, alle più recenti visioni di Ratzinger, che aveva definito l'omosessualità come una "forte tendenza di comportamento verso un intrinseco male morale", un "disordine oggettivo" tanto che gli uomini con "profonda tendenza omosessuale" non avrebbero dovuto essere sacerdoti.  

Ecco, dunque un paio di ragioni per cui non siamo stati stupidi - né io che ho riportato quelle parole in un tweet e adesso ci sto scrivendo, né tutta la stampa mondiale - a non sottovalutare le parole di Papa Francesco. Dice giustamente Paolo Rodari, di Repubblica,  "Non è una grande apertura in termini di contenuti, ma il fatto che ha parlato in quel modo è una grande novità" continua spiegando che questo significa che  il Papa più che alle posizioni e ai catechismi "è interessato a dire  che il problema alla fine non è se qualcuno ha questa tendenza, l'importante è vivere nella luce di Dio, che detto da un Papa, è enorme".

E siccome a me piace dare anche un po' di valore alle parole, va detto inoltre, che è la prima volta che un papa usa la parole "gay"; che è un altro gran segno, di apertura, semantica se vogliamo, più tutto quello che si porta dietro. Un approccio più pop, per dirla tagliata con l'accetta e per dire che dal non parlarne - o aggirare l'argomento - al parlarne come ne parla la gente comune, di differenza ce n'è.

Di quello che si è scritto, si diceva: e soprattutto di quello che ho scritto, perché questo che sto scrivendo è conseguenza di quell'altra roba là. In un mio tweet riportavo un virgolettato del Papa a cui aggiungevo un commento: "mmo' come la mettiamo?". Commento che ha generato diverse interazioni, tra cui una di una persona - Roberto Piccioni - che mi piace, che mi è simpatica, che rispetto e per la quale spendo volentieri la parola "stima". 

Roberto mi ha risposto (su Facebook, agganciato al mio account Twitter) che "Il bello di questo Papa è che dice "ovvietà" per ogni cristiano-cattolico, e fa clamore. E' evidente che ogni uomo è figlio di Dio e se cerca il Signore non può che essere orientato al proprio bene... ma da qui a voler far credere che il Papa è favorevole alle "unioni gay" (come il tuo commento vuol fare intendere) ce ne corre..."

Nel merito della prima parte del commento, diciamo che ci sarebbe da fare una riflessione attenta: se quelle "ovvietà" raccolgono così tanto consenso, destano enorme scalpore, muovono ampie discussioni, un motivo dev'esserci. Che la semplicità sia la chiave della modernità, che si assista ad un'impoverimento spirituale ed intellettuale, che ci si trovi in una fase di ampio distacco tra organismi, entità, élite, liturgie, e basi: ipotesi tutte vere, forse. Che la Chiesa, insomma, soffra in questo momento di tutti i mali che affliggono le altre realtà - i partiti politici, per esempio? Il successo di Francesco, sarebbe in questa straordinaria normalità

Anche se poi, i più attenti lo sanno, dietro quella semplicità - anche comunicativa: dicevamo nel caso, dell'uso la parola "gay" - si nasconde ai pigri, la profondità del vero messaggio. Occhio dunque, a non confondere il semplice con il semplicistico. Di questo scrissi qui.

Tanto per dire, dunque, che non è così vero che Papa Francesco dica ovvietà per ogni cristiano. Nel merito della questione, mi viene - sfondano la porta del qualunquismo, ma qui ce vo! - di pensare a cristiani come Binetti, Giovanardi, Buttiglione. Gente che non è proprio in linea, sull'argomento gay, con quelle parole di ieri.

Ma dietro a nomi rappresentativi (sì, d'accordo, mica tanto) quanti rappresentati o rappresentati? Quanti la pensano più o meno con la stessa chiusura con cui la pensano quei tre?

Le parole di Francesco, quel "chi sono io", allora assumono un utilizzo pratico per noi cristiani: abbassare le lance dei pregiudizi e vivere l'omosessualità con più naturalezza, ovvietà, semplicità, appunto.

Nessuno retto di sensi, sufficientemente lucido, onestamente informato, intellettualmente cosciente, invece potrebbe mai pensare che quelle parole, rappresentino una dichiarazioni d'intenti sull'aprire gli altari a matrimoni gay. 

Non credo, altrettanto, che il mio commento potesse far intendere certe cose. C'è però da dire, che le spiegazioni sono necessarie, perché se c'è una cosa che ho imparato sul mio fegato, durante l'esperienza di questo blog, è che chi scrive ha sempre torto. Nel senso che se c'è un tipo che scrive e un tipo che legge non capisce, la colpa è sempre di chi scrive: quello là, doveva scrivere meglio, essere più esplicito, più chiaro e più diretto. Non conta il dire "ma se approfondisce si capisce", no: quell'altro vuole leggere al volo, senza aver voglia di tanti ragionamenti, e comunque deve capire bene.

Dunque veniamo a quel "mmo' come la mettiamo": il senso è di autocoscienza, di superare ipocrisie, incoerenze, debolezze, pigrizie. C'è stato un tempo, fino a poco fa, in cui quel che era, poteva continuare a essere perpetrato; adesso non è più così. Pensando a questo, si dovrà affrontare il succedersi dei tempi in cui siamo immersi.

A me non interessa che la Chiesa riconosca un matrimonio tra due esseri dello stesso sesso - sebbene basato sull'amore e affidato alla fede nel Signore. Potrebbe interessarmi da credente e praticante, ma la religione è mia e non è di tutti: la mia religione è di quelli come me che credono in quello che credo io. Gli altri la vedono in un modo diverso, o non la vedono per niente. Quello che invece sogno, spero, adesso pretendo, è che il mio Stato, riconosca a queste persone gli stessi diritti - con i doveri connessi - delle altre. Perché lo Stato invece è di tutti. 

Perché altrimenti sarebbe una buona idea da dare ai gay, di non pagare le tasse: come contrappasso diritto-dovere.

Tutto qua: una questione nostra, di noi italiani, su cui c'è, come vedo in giro, ancora molto da lavorare. Anche se forse in futuro, ci sarà qualche rifugio in meno per i fannulloni: e vediamo come la mettiamo adesso. Che scuse troviamo per non riconoscere una legge che tuteli i diritti di tutti?

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