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lunedì 8 luglio 2013

Chi ha paura di Fitz Grant 5

Avevo tralasciato un po' l'argomento del presidenzialismo (declinazione semi, ricordiamo) perché era sceso un po' di importanza nel dibattito, e non mi riferisco soltanto al dibattito politico ma parlo anche di quello da bar. Che è spesso più importante perché molto più vicino alle vicende della gente. E poi anche io ero un po' stanco di certe cose - figuratevi voi che avete la buona volontà di leggermi.

Negli ultimi giorni ho avuto modo di rifocillarmi un po' e di capire qualche altra cosa, perciò ci torno su, en passant. L'aspetto a cui ho acceduto a questo giro, è la paura del plebiscitarismo, che qualcuno deve aver sentito dire in giro, perché come parola in sé è già difficile da pronunciare.

Dunque, plebiscitarismo deriva da "plebiscito" dal latino plebiscitum, comp. di plebs plebis "plebe" e scitum "ordine", der. di sciscere "stabilire, ordinare"; che già a occhio e croce si capisce che non è una robaccia. Nell'antica Roma, si definiva così ogni norma votata dalla plebe su proposta dei tribuni: in origine ebbe vigore di legge solo per la plebe, in seguito (dopo la lex Hortensia del 286 a. C.) fu vincolante per tutto il popolo.

In diritto moderno, riprendendo la definizione del Vocabolario Treccani: "in senso lato, ogni diretta manifestazione di volontà del popolo riguardo a questioni relative alla struttura dello stato o alla sovranità territoriale; in senso più ristretto, manifestazione di volontà diretta alla creazione dell’ordinamento giuridico, una volta instaurato il quale la volontà popolare si manifesta con l’esercizio del diritto di voto nelle elezioni o nel referendum, quando questo sia ammesso e nei limiti in cui è consentito". Ma, fonte ibidem, c'è anche un senso figurato: "consenso pressoché unanime, approvazione generale: la sua elezione è stata un p., un vero p.; ha avuto un p. di lodi, di consensi".

Adesso, il motivo vero e profondo per cui si debba usare quest'aspetto come ulteriore leva allo spauracchio del presindezialismo, a me non è molto ben chiaro, ma fidatevi che si fa. Credo c'entri un po' l'uomo solo al comando e le dittature. E poi con ogni probabilità c'entra la possibilità - mica vera, anticipo - di votare solo per un sì o per un no verso un qualcuno: quello sarebbe al limite plebiscitario, come un referendum, ma il sistema presidenziale non prevede questo.

Si andrebbe infatti a votare una serie di candidati presidenti - e progetti politici collegati -, quanti vogliamo o meglio quanti vogliono candidarsi. La questione semmai sta nel dopo candidature, nel vincere le elezioni. Il sistema semipresidenziale - quello francese è quello a cui penso -, infatti, è imprescindibilmente collegato ad un sistema elettorale a doppio turno (tipo i sindaci, ricordo). In questo, semmai, quegli innumerevoli candidati sarebbero necessariamente sottoposti ad un sintesi, figlia del dibattito e della discussione, in un apparentamento programmatico indispensabile per vincere (a meno che non ci sia un nome forte, che vince da solo: nel caso non sarebbe plebiscitario, ancora, ma semplicemente democraticamente voluto) .

Ma la sintesi, la discussione, il dibattito, sono situazioni in cui la politica cresce, e non cala, di livello. E non sono di certo circostanze plebiscitarie; anzi la presenza di diverse anime accomunate da un programma politico condiviso, garantirebbe ulteriormente l'eterogeneità dell'offerta. Semmai fosse questo il punto.

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