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venerdì 14 giugno 2013

Just Can't Get Enough

La panchina in Viale Umbria, incrocio Via Martin Luther King, non c'è più.

L'ha sostituita quell'orrida macchia di catrame. Come segatura che copre il vomito. Che poi a dire degli altri, quella sarebbe una panchina come tante, anzi, nemmeno troppo frequentata adesso. Pochi i nonni coi bambini che si siedono, ché ci sono i giardini pubblici appena dietro l'angolo e che ti ci metti a fare là. Nessuno che si ferma ad aspettare qualcun altro, perché lì c'è il passaggio non l'incontro. 
E invece.

h/t Fabrizio Decembrini
Là noi, io con tutti quegli Altri, ci abbiamo passato anni, mesi, giorni, ore e minuti. Interminabili secondi ad aspettare il tempo. Quella panchina non era il nostro Central Perk o l'Arnold's bastiolo, non era nemmeno il Peach Pit, ché non c'era nessun Nat Bussicchio a darci consigli. Quello per noi, almeno per un periodo (anche piuttosto lungo), era il Nirvana. 

È là che ci siamo insegnati a ridere, a giocare, a fumare, scopare, bere e mangiare, a piangere, ad avere i rimorsi, a dire l'alfabeto con i rotti (e non ci sono mai riuscito), a condividere - anche se mica troppo -, è lì che ho capito che prendersi per il culo aveva un certo valore sociale, è lì che ho lasciato un mucchio di roba. Ed è forse per colpa di quel posto che sono quel che sono. Ché magari sarei stato meglio e migliore, che magari avrei avuto di più e anche dato, che magari chissà da che parte mi sarei perso.

Siamo stati seduti o in piedi a staccare le foglie di quel tiglio per estati e inverni e ancora estati. Quasi fossimo termoisolati, da tutto e da tutti. Non c'era pioggia o neve, sole o vento, c'era la panca-in-viale: ed era lì che si andava. E dove vuoi andare a stare peggio. 

Un mucchio, ce ne sarebbero di cose da dire: non ce n'è una che vale più di un'altra. Quindi certe robe non vanno dette, tanto poi agli altri che non c'erano non frega, e noi che c'eravamo ce le ricordiamo bene. Che non si perde mai occasione per rinfrescarle, anche con quel pezzo in più, come quando si restaura un affresco e gli si vuole dare un taglio più moderno. 

E niente, c'è che adesso non c'è più quella panchina, e per certi versi non c'è più un riferimento. Un pezzo di me e di Noi, che resta in me e Noi. Era il segno che Noi c'eravamo ancora, forse, o che ci siamo stati. E magari poco importa, perché adesso serve il futuro di quell'essere: servono i sarò e i saremo. E se capita anche il presente: se siamo, poi.

C'è che un po' comunque mi dispiace non passare con Tea sotto casa dei nonni, allungarmi fino ai giardini e raccontargli che su quel fottuto minuscolo angolo di mondo incorniciato da un albero (che prima erano due) e quella panchina, io e quegli Altri, ci abbiamo speso le nostre giovinezze, ci abbiamo lasciato parte dei nostri sogni, ci abbiamo messo le radici per essere quel che siamo, ci abbiamo pianificato le nostre vite, ci abbiamo sfamato il cuore, ci abbiamo spento e acceso per mille volte il cervello, ci abbiamo pianto e riso, pasta e fagioli, salsicce e torta, e Gianna e pali.

E che ne so. C'è che un po' quell'angolo è più vuoto e forse siamo anche più vuoti Noi. 



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