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lunedì 27 maggio 2013

Votare PD significa

Alle elezioni amministrative di questo turno, non ho votato. Seguirò gli scrutini, con piacere e una certa rilassatezza, più o meno con lo stesso mood emotivo con cui ho visto la finale di Champions League. Niente preoccupazioni dirette, semmai umana condivisione di sentimenti.

E in quella condivisione, penso agli elettori Pd. Per spirito di fratellanza, solidarietà umana, mi sento accomunato in uno stesso linguaggio emozionale. Perché votare Pd, non è un scelta, è una missione.

Ed è un'esperienza. Una di quelle che vorrei che ognuno di voi provasse almeno per una volta, se fossi sicuro del fatto, che poi se ne esca senza dipendenze. E sicuro non lo sono, per niente. Perché vedo me, tossicodipendente da sempre e forse per sempre.

Votare Pd, significa sposare un spirito esistenziale pieno di mestizia, di insicurezza, di orgogli sopiti, di incontinenza. Votare Pd significa passare le giornate ad incazzarsi per quello che il tuo partito fa, tra una sconfitta e l'altra. Perché il Pd non vince mai. Non vince nemmeno quando vince. E' quel Da-Sein hedeggeriano che ci blocca. Non si può festeggiare troppo una vittoria, per non passare da quelli che non rispettano la democrazia. Non si può ammettere una sconfitta, perché serve comunque battersi forte affermando la propria determinazione, perché altrimenti la democrazia rischierebbe di venir meno. Il tutto senza il rischio di sembrare troppo di sinistra, perché gli ideologismi sono finiti il secolo scorso, e beccarsi un "comunista" non piace mai a nessuno: soprattutto nel Pd. Ma occhio a non passare come uno troppo di destra: di là c'è Berlusconi, e mai confondersi con lui. A Renzi per un pranzo, gliene abbiamo dette di ogni: figurarsi che qualcuno dei nostri, è arrivato a dire che il Sindaco di Firenze era un fascista.

Che poi magari, ti viene da dire, ma se non stiamo troppo qua e nemmeno troppo in là, allora siamo democristiani? Eh no! Caro mio, no! A noi ci piacciono i laburisti, Rosa Luxemburg e anche un po' Gramsci (giusto un po', quel che serve per farci colti). Noi non andiamo a braccetto con i preti, a meno che i preti non dicano cose contro Berlusconi, perché a quel punto la domenica successiva andiamo tutti a Messa.
Allora siamo social democratici? No, nemmeno, non si esageri. Noi l'Internazionale Socialista, l'abbiamo vissuta da osservatori. Hai voglia a piangere adesso che sta finendo, noi ve l'avevamo detto.

Ma non è importante chi o cosa siamo, come o dove andare. L'importante è il viaggio: perché votare Pd è un viaggio esistenziale. In 3 mesi esatti dalle ultime elezioni, l'elettore Pd si è visto consumare davanti una commedia umana al limite del grottesco. In ordine, per punti principali:

- perdere delle elezioni che si erano vinte già. Da tempo. Bastava restare tranquilli, ma adottando al Pd una definizione di Andrea Salerno sul suo ultimo libro, l'"ansia è uno stato di diritto". E dunque è finita in quel pasticciaccio. Che mentre guardavi via via i risultati pensavi che fosse uno scherzo, e invece.

- avviare un insostenibile e patetico corteggiamento al M5S con il mero tentativo di rubare qualche voto per ottenere un sostegno al governo, senza assolutamente credere - l'unica cosa giusta, è vero - nella consistenza politica dell'eventuale alleato. Classica pendenza verso quello che c'è oltre, quello che è in là, questione su cui ci si è sempre divisi e che come per magia torna ogni volta a rubare il centro del discorso, continuando a dividere. Che dici, allora c'è u premeditazione? Sì, c'è. Ma il senso si perde: tu chiamalo se vuoi catoplebismo.

- avviare un impensabile, fin lì, dialogo con Berlusconi per fare un governo stile große koalition basato più o meno sul niente, ma soprattutto sul fatto che tutti lo credevano - elettori Pd per primi - impossibile. E impensabile, ripeto. Tutti lo temevano, ma altrettanto tutti erano convinti che finisse in quel modo, perché a noi alla fin fine Berlusconi ci piace anche. Morbosa perversione, d'accordo. Ma siamo come quelli che si fidanzano con le stronze: più ti trattano male e più gli apri la porta al ristorante. Anche se poi ti ricordano, che il galateo dice che devi entrare prima tu, da stronze manualistiche.

- iniziare, senza fine in vista, una lunga battaglia, autoimmune, tra correnti e capicorrente, leader e leader in pectore, spaccando tutto quel poco che c'era rimasto. Scontri fratricidi, che nemmeno i Lannister, e che prima hanno coinvolto le decisioni sui capigruppo e poi giocato l'asse sul voto per il Quirinale.

- continuare a corteggiare Grillo alla luce del sole e Berlusconi nel buoi di qualche caverna. Roba che il Libano anni '90 era un paese dove tutto si svolgeva alla luce del sole.

- il Quirinale, poi. Il vero Grand Guignol dei dem. Elettori impietriti, mentre davanti a loro si consuma uno spettacolo di pornografia politica imbarazzante, quanto incomprensibile ai più - e anche ai meno, perché in realtà, fino in fondo quel che è successo non l'ha capito nessuno, anche perché tutto è frutto di una serie di cose contemporanee e intrecciate tra loro. Fatto sta che di quei 101 non è venuto fuori un nome, ma al primo che esce, rinverdiamo Crudelia Demon.

-  le lacrimevoli dimissioni del Presidente e del Segretario, dopo una serie di riunioni strazianti, bagnate da fiumi di Maalox. 

- decidere di fare un governo, un accordo, con quello che per anni era stato individuato come il nemico assoluto, perché male profondo di questa Repubblica e virus democratico.

- eleggere un segretario pro tempore, che dovrebbe condurre il partito ad un fondamentale congresso, quasi una rifondazione. Salvo poi, farci sapere in questi giorni, che in fondo, si può anche aspettare e non c'è troppa fretta per farlo 'sto congresso. Perché può anche andare bene così. Che cosa va bene? Nessuno lo sa. Ma va, è il viaggio.

E poi aspetta stasera, che ridiamo!





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