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domenica 19 maggio 2013

Quella roba su internet

È cominciata un paio di settimane fa, con quella dichiarazione della Presidente Boldrini, travisata (forse nemmeno troppo) da Repubblica - un po' ad arte, un po' meno per disattenzione. È continuata con Mentana che dava l'addio a Twitter, perché pieno di anonimi, agguerriti, insultatori professionisti. Come se non bastassero già, nel mondo reale. O almeno quello che tutti definiscono così.

Perché poi il problema, o almeno il primo dei problemi, è credere che ci sia un reale e un irreale. Come se la dimensione on line, fosse ancora adesso una second life. Ed è qua che casca l'asino: la distinzione, sarebbe anche ora di capirlo, non c'è. Non c'è un Emanuele in carne ed ossa ed uno fatto di codici script. C'è un Emanuele, persona compiuta o meno, che decide di comportarsi come crede e per come è. In questo non può sembrare strano che ci si muova in modo diverso on line dall'off line: il mondo è pieno di gente seriosa al lavoro, severa tra le mura di casa e burlona al bar tra gli amici.

E si apre la seconda questione, perché esattamente come il luogo di lavoro, la casa, il bar, o ancora una piazza, un'assemblea, internet è uno spazio. Superfluo definirlo un mezzo, o almeno soltanto. Twitter o Facebook sono posti, dove ci si incontra, si condivide la propria esistenza, si vive. È vero, sono anche un mezzo. Allo stesso modo in cui quella piazza è un mezzo per conoscere quel che succede in città, il bar per incontrare gli amici, il lavoro per guadagnare il pane. Indubbiamente, i due aspetti si possono in circostanze anche fondere, nella più ovvia e profonda delle considerazioni: ma niente di nuovo o di particolarmente allarmante. Perché il fulcro è la comunicazione.

E la comunicazione, viaggia su toni e modi assolutamente identici a quelli definiti reali per pregressa congettura. Le tecniche, le pratiche, gli usi e i costumi, possono essere differenti: ma i meccanismi sono gli stessi. Torno al punto sopra: molti di noi hanno un approccio comunicativo differente al lavoro, piuttosto che in famiglia. Così come, potrebbero averlo differente in Twitter, piuttosto che al bar, o in Facebook. Potrebbero, non è detto che sia così: molti esprimo se stessi, nello stesso modo, ovunque. Nell'ambiente digitale si comunica se stessi.

Non è il luogo - o il mezzo - quindi che detta in assoluto la via comunicativa. Non è quindi la rete, il motivo dell'aggressività. Altra questione pigra e superficiale. L'aggressività, l'insulto facile, l'innalzare i toni, l'assenza di autocontrollo, l'isolamento, il non dialogo, il non ascolto, sono mali umani. La rete, è un fenomeno umano, e in quanto tale raccoglie anche il peggio. Non c'è niente di più stupido che pensare che questi comportamenti possano essere incentivati, o addirittura legati, al web. Perché sono connessi con la natura umana, e con la fase sociale e antropologica che si attraversa e da cui si viene (la crisi non c'entra, la questione temporale è un concetto generale. In questo tempo, invece, la crisi c'entra da padrona). Non si può attribuire all'ambiente digitale i nostri limiti: sarebbe comodo e pigro, ottimo modo per togliersi dalle proprie responsabilità. 

Chi insulta su internet, sarà propenso a farlo anche in quelle piazze e in quei bar. O peggio tra le mura di casa. La questione dell'anonimato - troppo spesso confusa distrattamente con l'uso del nickname - non è un incentivo alla violenza. È un mezzo, questo sì propriamente, per far in modo che quella violenza possa non essere diffusamente confusa e non abbinata al violento. Un po' come se qualcuno, in quelle piazze, si mettesse a tirare sassi o ad urlare insulti da dietro una siepe e poi scappasse via. Nessuno si è mai posto il problema delle siepi, però. Perché le siepi abbelliscono e arricchiscono il decoro urbano. E in questo, per assurdo, addirittura l'anonimato può arricchire la discussione, permettendo la libera espressione di chiunque, senza la necessità di identificarsi e classificarsi: spostando la concentrazione soltanto sul senso vero e profondo del messaggio che trasmette, privo dei filtri e degli inquinamenti dei preconcetti umani. 

"Free speech is central to deterring hate speech" è il titolo del report del Relatore Speciale ONU per la promozione e tutela dell'informazione. Perché nella democrazia, della rete o non, si tutela il bene anche tollerando il male. Strano? Direi neanche troppo. E per questo non servono nemmeno altre regole per farlo. Dice Stefano Rodotà - vi piaceva tanto Rodotà, o no? - che le regole che puniscono i reati "virtuali" come quelli "reali" ci sono già. E questo perché non c'è differenza: come non c'è differenza tra commettere un reato in quella piazza piuttosto che al bar. Il reato se reato è, deve essere punito. Sempre Rodotà osserva giustamente che "la Rete, per le sue caratteristiche di rapidità, di ampia divulgazione, di facilità di accesso, richiede un sistema di garanzie adeguato. Quando la magistratura ritiene di dover rimuovere un contenuto diffamante, deve poter contare su una struttura tecnica in grado di farlo in tempo reale, risalendo con certezza all'autore. Questa non è censura o controllo. È rispetto della legge". A meno che non si voglia in qualche modo cercare di mettere mano al web, con fini di secondo e infimo livello (ci risiamo con il mettere il bavaglio?), è questo quel che serve.

Altro problema, poi chiude il loop del discorso. E si torna ai Mentana e al motivo che mi porta a scrivere di questo argomento che invece volevo lasciare ad altri - non perché ne sottovalutassi l'importanza, anzi l'opposto. Dice Arianna Ciccone, riferito alla classe dirigente di questo paese (politici, giornalisti, docenti, imprenditori e via dicendo): "non capiscono questi ambienti digitali, ma li vogliono educare, in questa strana contrapposizione noi/loro che è l’aspetto che mi fa più malinconia". La maleducazione digitale, punto di profonda importanza. Oggi, ieri per chi legge, L'Amaca di Michele Serra - il motivo che mi ha portato a scrivere - è stata probabilmente una delle peggiori di sempre, perché Serra è uno di quelli di cui parla Ciccone. E se chi fa opinione, chi è mainstream, non capisce la responsabilità di superare quei preconcetti per entrare a pieno nel ruolo pedagogico che occupa, laicamente e scientemente,  senza rimpianti e rimorsi, senza nostalgia e mestizia, allora tutto perde di significato. Se il ragazzino di 15 anni si trova spaesato davanti a Facebook, è colpa di chi ha sempre considerato Facebook qualcosa di altro, di diverso, di limitato a, di etereo e inesistente, realtà parallela che devia da quella vera, dal vissuto ordinario. Non è così, e spero che si capisca in fretta, prima di fare altri danni.

La Rete è un luogo, vero, quanto più vero sia immaginabile. Non è l'oracolo, anche per questo. Come non è l'oracolo la piazza, il bar o il posto di lavoro. Non  è uno strumento, non soltanto. È uno spazio da abitare nella nostra vita. E la nostra vita è una, sia che si viva il fisico sia il digitale. Ed occorre educarci per viverlo. Nella rete si sviluppa una parte delle nostre relazioni sociali. Nella rete si compie una parte della nostra esperienza umana. La rete è uno dei luoghi in cui dipaniamo la nostra esistenza.

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