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giovedì 2 maggio 2013

Need an organizer

C'è una pezzo scritto direttamente da Arnie Graf su LabourList, che dovrebbe essere la linea guida per qualsiasi politico di sinistra nel mondo. A maggior ragione in Italia. Chi è Graf? Arnold “Arnie” Graf, 68 anni, di Chicago è un community organizer. Nato da una famiglia di operai newyorkesi di origini ebraiche, da sempre elettore democratico, è nel settore da cinquant’anni. Ha lavorato sulla formazione del giovane Barack Obama. L'incontro con Ed Miliband, come lui stesso dice, è avvenuto nel 2010 appena che"il fratello piccolo" fu eletto leader del partito laburista britannico. Da allora vive in Gran Bretagna, dove sta cercando di far sì che le politiche del Labour "non vengano imposte dall’alto in basso, ma dalla base alla dirigenza". Quello che dice, va letto con attenzione e dedizione per ogni singola parola.
Nel dicembre del 2010 Lord Maurice Glasman mi presentò a Ed Miliband. Fino a quel momento per quarantacinque anni ero stato un community organizer (organizzatore comunitario) negli Stati Uniti. Non avevo mai lavorato per un partito. Avevo speso tutte le mie energie per costruire organizzazioni forti di cittadini, che potessero chiedere conto ai leader sia politici sia del privato e che potessero lanciare nuove idee dal basso.
Una delle organizzazioni che ho aiutato a costruire concepì l’idea del salario di sussistenza. Nel 1994 la B.U.I.L.D. riuscì a far approvare la prima legge sul salario di sussistenza dal consiglio comunale di Baltimora. Da allora la legge sul living wage è stata adottata da oltre cento amministrazioni in America. (…)
Durante il nostro primo incontro ho appreso con piacere che Ed aveva sostenuto il reddito di sussistenza durante le primarie per la leadership laburista. Alla fine di quell’incontro Ed mi chiese di tornare nel Regno Unito per dare una sistemata al partito.
Rimasi sorpreso e onorato.
Nell’estate del 2011 sono tornato in Gran Bretagna. Ho iniziato a viaggiare in tutto il paese, incontrando quadri di partito e leader di associazioni del terzo settore. In oltre due anni ho incontrato letteralmente migliaia di persone. Ho lavorato con gli organizer laburisti, i dirigenti, i militanti e i simpatizzanti nello sforzo di costruire un partito che ha il corpo di un’organizzazione forte e l’anima di un movimento.
Cosa ho imparato in questo tempo? Ho visto una gran voglia di parlare di sé, della propria famiglia, del lavoro e delle aspirazioni, delle gioie e delle preoccupazioni, delle ansie per il futuro. Ho incontrato uno straziante senso di perdita e un sentimento crescente di impotenza su come riempire il vuoto. È un sentimento perfettamente comprensibile. Basta farsi due passi su una qualsiasi strada di negozi, fare caso alle saracinesche chiuse, al diffondersi dello strozzinaggio legalizzato.
Un grande poeta (W.B. Yeats, ndt) ha scritto che quando «il centro non tiene», le cose crollano a pezzi. Cos’è questo centro che evita che le cose crollino? Cos’è che tiene viva la speranza? I miei cinquant’anni dentro l’esperienza del community organizing mi hanno insegnato che ci sono legami – relazioni e istituzioni – abbanstanza forti da proteggere le persone e da consentire che prende il via un’azione collettiva finalizzata al bene comune.
Il problema oggi è che troppe delle istituzioni che un tempo erano al servizio delle persone si stanno sgretolando, o perdono la loro vitalità, o sono già crollate. Tra le tante istituzioni che crollando e perdono la fiducia della gente ci sono i partiti. Per molte persone la parola “politico” ormai corrisponde a un insulto.
Una delle esperienze che mi ha più turbato è l’incontro con una quantità di persone che non hanno votato e che non voteranno. È gente che indica due ragioni per il suo gesto. Una la potrei classificare come una triste rassegnazione. Dicono che votare è una perdita di tempo. Che tutti i politici sono uguali, a prescindere dal partito. Che tutti i politici sono bugiardi. Poi ci sono gli astensionisti arrabbiati. Il rifiuto di votare è il modo in cui manifestano il loro potere. È il loro modo di mandare i politici a quel paese.
Quello che mi preoccupa di più è che molte di queste persone sono elettori di centrosinistra, anche se il riflusso dalla politica vale per tutti i partiti. Quando busso alla porta delle persone, ottengo la stessa risposta da gente di tutte le provenienze politiche: «Ho smesso di votare». Giustamente Ed Miliband ha spiegato che è uno dei problemi cruciali per il paese. Per questo ha inserito tra le sue priorità quella di avviare un grosso ripensamento culturale del Labour. Il partito deve essere il cambiamento che vuole portare nel paese.
Per farlo, Ed sta muovendo il partito da una cultura centralista e burocratica ad una di autodeterminazione, relazionale e localista. Vuole aprire il partito. La sua idea è di ridare significato alla politica a partire dal principio di sussidiarietà. Non sono un cattolico, ma ho imparato la sussidiarietà dalla dottrina sociale della Chiesa. Il principio di fondo è che le decisioni migliori e più efficaci vengono prese al livello di governo più vicino ai cittadini.
In passato, troppo spesso decisioni prese a Londra venivano trasmesse ai quadri locali di tutto il paese. Si chiedeva ai quadri di mettere in atto decisioni che non hanno contribuito a formare. In parte è per un semplice meccanismo di controllo. Manifesta una totale mancanza di fiducia nella capacità delle persone di incontrarsi per discutere, scontrarsi e trovare soluzioni per questioni che ritengono importanti.
È un cambiamento culturale che Bernard Crick ha chiamato fiducia nella affirmative person (“persona affermativa”). La convinzione che la maggioranza delle persone, se le circostanze glielo consentono, prenderà la decisione giusta. È un’esperienza che ho fatto durante la scrittura del nostro “manifesto aperto”. In quegli incontri c’era un’energia palpabile. E, altrettanto importante, c’era una straordinaria dose di talento.
Una grande istituzione non cambia in fretta o facilmente. Gli interessi corporativi sono sempre lì, pronti a mettersi di traverso. Ho 69 anni e sono un organizer da cinquanta. In tutto questo tempo ho rischiato la vita parecchie volte, specialmente quando ero impegnato nel movimento americano per i diritti civili. Mi hanno rivolto tutti gli insulti possibili. Ho sperimentato grandi vittorie e sconfitte devastanti. Non sono uno sprovveduto. So quanto ci vuole per avviare un grande cambiamento e quanto è difficile per istituzioni con una lunga storia e con le loro consuetudini.
Una volta Ed mi ha chiesto perché avevo accettato di passare così tanto tempo lontano da casa. Gli ho risposto che credo nella tradizione del Labour party. Dopo tutto, un partito che si chiama “Labour” non può che provenire da una storia buona. Eppure, dopo tre anni che sto qui, c’è un’altra ragione per cui continuo a fare questo lavoro. Ho sviluppato fiducia, rispetto e ammirazione per le persone di qui. La loro decenza e il loro spirito generoso meritano una politica di contenuto, profonda e inclusiva. In qualche modo spero che – lavorando con Ed e con i quadri, i militanti e i sostenitori del Labour – potrò essere parte anch’io di un nuovo giorno per il Regno Unito.

(il pezzo è riportato anche su Europa)

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