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venerdì 24 maggio 2013

La nuova politica

Era da un po' che non lo facevo, ma recenti questioni di cronaca e un riflessione associata, mi portano a tornare a chiacchierare del Movimento 5 Stelle. Lo spazio sarà breve, come breve è quel che c'è da dire. Perché il Movimento eletto a gran voce come Messia 2.0, fin qui non si è distinto per niente. Non c'è stata, in questi due mesi, un'iniziativa, un'idea, una visione - per dirla larga - che segnerà la storia di questo paese. A meno di pensare, che robe tipo le riunioni in streaming - metodo ampiamente fallimentare sul quale già s'è contestato e confutato l'eventuale beneficio da tempo - siano davvero il cacciavite per il futuro.

E invece. Si resta a guardare accalappiare posti in commissione. O ampie e disgregate, quanto bizantine da prima repubblica, discussioni sulle diarie. E ancora prese di posizioni e chiusure nei confronti della stampa a suon di subliminali messaggi agli eletti. Le solite continue sparate del capo, e perpetrati, ripetitivi, ridicoli, noiosi, NO! su tutto il proponibile e il proposto.

Dov'è la volontà di votare ed analizzare le singole proposte? Dov'è la necessità di invertire la rotta a suon d'idee mica di ideologie? E non fatemi credere che le proposte, da ampliare o stravolgere, su cui dire la propria, su cui soffiare il vento fresco della rivoluzione, sono mancate dal piatto. S'è discusso di tutto, praticamente: ma senza idee e posizioni, quel tutto è stato sapientemente fatto passare per il niente. Grande arte, la comunicazione, che certo non manca a Grillo, meno baciati, magari, ne sono stati gli eletti.

L'unico modo che ultimamente trovato per farsi ricordare - ad un certo punto, i meno assidui hanno pure rischiato di dimenticarsi dei volti di Crimi e Lombardi, figuriamoci degli altri unknown - è stato ultimamente sollevare un polverone sull'ineleggibilità di Berlusconi. Cosa giusta, quanto datata, quanto da vecchia scuola politica, quanto propria di quell'antiberlusconismo di maniera che insieme al berlusconismo ortodosso, ha creato quel Pdl e quel Pd-l tanto discusso e tanghero. Scelta infima, per di più, la tempistica elettorale della tornata amministrativa. Gesto strategico, voce che richiama a rapporto i transfughi e gli scontenti - Dio solo sa quanti, e giustamente, sono - di un Pd che ha scelto il dovere davanti al piacere. Scelta per ricordare ai pecoroni che i loro pastori adesso vanno a letto con il lupo. Per invitare a deviare, nell'interesse di quel che si era e di quel che si andrà ad essere. Ma salvo poi, venir preceduti e surclassati dal Pd stesso, che ha fatto voce grossa e ha messo a tacere chiacchiericci, con l'autorità organizzativa di un segretario che tutto è meno che amico di Berlusconi, ma che ha spazzato via certi fantasmi e ha parlato - lui sì, stavolta - da politico moderno (e si sa quanto mi duole dirlo). E anche questa è andata fallita. Non che fosse iniziativa degna di memoria storica, tanto si sapeva come andava a finire.

Niente di più. Ah! Sì. C'è la richiesta di passione, alla Nigel Farage, farcita del più buzzurro populismo: quel referendum per uscire dall'euro e dall'Europa. E per andare dove? Nei piani c'è la revisione geografica pure?! È questa roba qua la nuova politica, dunque? 

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