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domenica 26 maggio 2013

Il male e il bene del biogas

È un male italiano: o forse è proprio una di quelle debolezze umane, di quei limiti contro i quali lottare quotidianamente. È la perpetrata volontà di fare il male, anche e spesso, passando dal bene.
Il riferimento specifico è alla questione degli impianti a biogas (e le biomasse), che si sta dipanando davanti i nostri occhi con una certa insistenza. Perché il biogas è un bene, se applicato nei contesti corretti, ma diventa un male, pessimo esempio di infima speculazione, in altri situazioni.

Non serve in questo spazio, spiegare troppo tecnicamente – scientificamente – cosa è il biogas, per quello c’è ampia letteratura dedicata, altrettanto ampiamente accessibile. Mi basta definire, per i meno volonterosi, che si tratta di impianti di produzione di energia, derivante dalla combustione di una miscela di gas (il biogas, appunto), prodotta dalla fermentazione batterica in anaerobiosi (assenza di ossigeno) dei residui organici provenienti da rifiuti, vegetali in decomposizione, carcasse in putrescenza, liquami zootecnici o fanghi di depurazione, e poi e soprattutto scarti dell'agro-industria.

Valorizzazione energetica: così si definiscono certi impianti. E già dal nome, si capisce dove è il bene. Un materiale (biomassa) precedentemente utilizzata o prodotto per altri scopi o in altri cicli produttivi, e per quelli sfruttato e reso inutile, viene recuperato durante il naturale processo di decomposizione, per creare nuova energia. La valorizzazione, appunto, è questa. Gran bene, come è ovvio, senza ulteriori commenti. Anche perché in tali situazioni si può innescare un ciclo chiuso, che porta vicino a zero il bilancio produzione/consumo di certi composti inquinanti. Per esempio l’anidride carbonica: la quantità di CO2 emessa dalla combustione del metano prodotto negli impianti a biogas (per creare energia) è la stessa fissata dalle piante (che rappresentano la materia di produzione) nel loro ciclo biologico. Fin qui quindi il bene: se un’azienda produce nell'ambito della propria regolare attività imprenditoriale molta quantità di biomassa, l’uso di una tecnica per recuperare quella materia inutilizzabile e valorizzarla sotto forma di energia è giusto. Tanto più se poi sarà la ditta stessa a riutilizzare quell'energia che produce per mandare avanti la propria impresa. Si creerebbe così, un sistema dove si limita di gran lunga l’inquinamento e si rema a favore della sostenibilità nello sfruttamento delle risorse.

Ma è umano - nel senso di debolezza umana - che ci sia dietro l’inghippo. O peggio ancora, la speculazione, la perversione economica, la volontà di approfittarsi. Il male, per dire. Che diventa ancora peggiore, quando si nasconde tra le quinte, come una maschera, una comparsata, del bene.

E perché, in realtà, molti impianti sono stati costruiti con fini assolutamente distanti da quella valorizzazione del rifiuto, che nella chiusura del giro torna a creare energia. Il motivo è molto semplice: costruire impianti a biogas è economicamente conveniente. Ripaga l’investimento in breve tempo: per il resto è tutto guadagno. Il mezzo per arrivare al conquibus è una tariffa incentivante fornita dallo Stato (guadagno sicuro, dunque), le cui maglie forse sono troppo larghe, ma che fu creata per premiare (giustamente ed effettivamente) e stimolare, decisioni di orientamento ecologico – e si badi bene, in assoluto il biogas può esserlo.

Ma siccome non solo pecunia non olet, ma anzi ed evidentemente, il profumo dev'essere intensissimo e ammaliante, la furbizia umana ha permesso di giocare tra quelle maglie della tariffa e creare un sistema di monetizzazione primario (rispetto al secondario legato al riutilizzo). Perché non sono infrequenti, gli impianti a biogas riforniti da colture dedicate. Che significa cioè, utilizzare delle coltivazioni intensive, per il solo fine di creare biomassa per gli impianti. Praticamente produrre rifiuti (biomasse di carattere agro-alimentare, quasi sempre) con il solo fine di produrre rifiuti. Per poi poter riqualificare quei rifiuti e termo-valorizzarli, per così dire. Salvo poi obiettare, che di quei rifiuti non ce n’era il bisogno, ma è il Dio Denaro, che guida il tutto.

E allora ecco apparire davanti ai nostri occhio, appezzamenti di terreno (con dimensione minima 300ha) esclusivamente dedicati alla produzione di biogas: il che vuol dire, che il mais che viene coltivato in quei campi, non diventerà mai pop corn, ma una volta raccolto verrà portato direttamente alla decomposizione nei biodigestori degli impianti.

Assurdità antisociale. Produrre più, per spreco volontario, senza necessità umana. Intere quantità di messi mandate al macero, semplicemente perché è così che si guadagna soldi. Tutto l'opposto della sovranità alimentare, concetto profondo quanto estremamente importante in questi periodi. Ma qui si anche apre un'altra serie di problematiche correlate, che rendono la questione ancora più spinosa. Perché con la scusa che quel mais (o quant'altro) non è destinato al consumo, né umano né animale, si punta alla resa: più prodotto c’è, più biomassa si crea, più energia si produce, più soldi entrano in tasca. E per arrivare all'obiettivo, si fa ampio uso di fertilizzanti e pesticidi: prodotti che andranno a fissarsi sul suolo o ancora peggio, penetreranno in profondità inquinando le falde acquifere. E dunque, il fine ecologico non solo viene confutato dall'uso, ma addirittura è alterato negativamente, producendo un ulteriore inquinamento. 

Le problematiche non finiscono qui, perché a questo si aggiunge la snaturalizzazione del territorio. Sia per l’intensità colturale e per le densità, sia per le colture in sé, spesso dis-integrate dai contesti agricoli circostanti. D'altronde, se l’obiettivo è produrre, non si può pensare se la produzione è idonea o meno: si deve andare e macinare, mais e soldi allo stesso ritmo. Campagne alterate da macchie colturali disomogenee con il resto del coltivato. Poco importa, anche perché poi, quelle compagne saranno ancora più alterate, dall'impianto in sé. Ecomostri piazzato in mezzo al verde – di solito è così – senza che il prezzo di tale scelta urbanistica possa corrispondere ad un reale beneficio. Perché vero che si chiuderebbe un occhio davanti alla necessità prioritaria della comunità – per dire: serve smaltire i rifiuti, e per farlo serve un certo tipo di struttura, impattante sì ma necessaria per il bene di tutti. Invece no: in questo caso, il bene sta solo nel portafoglio dell’investitore. Impianti, che per di più, hanno durata limitata e che devono essere necessariamente ammodernati, rappresentando un spesa, che molto probabilmente – anche a fronte di un ritocco al ribasso delle tariffe di guadagno che sta già avvenendo – potrebbe non essere sostenibile, o meglio potrebbe non rientrare più nell'interesse di chi ha investito. Perché la speculazione è così che va: senza guardare indietro. La domanda, allora, diventerebbe: come rivalorizzare il valorizzatore? Cosa farne di quegli enormi edifici di cemento armato in mezzo alla campagna, una volta dismessi. Perché quando finiranno i soldi – quelli profumati, quelli facili, quelli del guadagno ampio – gli interessi si sposteranno altrove, senza portarsi dietro certe pesanti strutture. Resterà invece, un territorio deturpato da colture non funzionali alle richieste della popolazione, da reti infrastrutturali non fruite e sovrabbondanti.

E poi ci sono altri aspetti di carattere socio-economico: la perdita di appetibilità turistica dei luoghi, per esempio. Perché molti dei territori deputati, in Umbria come altrove, sono continui a strutture ricettive come agriturismi e country house, che basano sul genius loci, sul linguaggio emozionale del paesaggio, il loro appeal. Ragionamento analogo vale anche per il patrimonio immobiliare: le problematiche che possono portare alla svalutazione sono svariate, come è ovvio, non ultima quella delle emissioni odorose non proprio rosee.

Dunque, per concludere questo rapido excursus sulla questione degli impianti a biogas, come sempre succede, è il male che batte il bene. La furbizia speculativa, l’egoismo dilagante, il prevaricare e calpestare gli interessi collettivi, lo sfruttare gli spazi normativi e gli spiriti che li hanno contraddistinti con stratagemmi infimi, l’uso malsano della tecnica e della tecnologia, l’interesse davanti al bene comune. La storia recente degli impianti a biogas, non è troppo dissimile ad un racconto sulle debolezze e sui limiti umani. Non possiamo per questo esonerarci dalle responsabilità del volere il bene generalizzando, ma dobbiamo combattere perché questo bene venga strettamente tutelato dall’apparato di leggi che ci regola.


Ma prima, forse, occorre cambiare l’uomo, l’etica e la morale, il suo modo di vivere la società e di porsi nei confronti della collettività, nel suo essere davanti al bene e al male. E questo, ahimè, non è possibile con nessuna norma.

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