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venerdì 10 maggio 2013

Dhaka e Benetton

C'è un bellissimo articolo (tradotto) di Kim Bhasin su Huffington Post che racconta bene tutto quello che è successo. Proverò a sintetizzare, anche sa la notizia è ormai un po' datata e sarà già conosciuta da parecchi
da Huffington Post
(ma non è della notizia in sé, la cosa su cui voglio riflettere).
Il 24 aprile è crollata una fabbrica in Bangladesh (Rana Plaza Building è il nome dello stabile), producendo - ad oggi - un migliaio di vittime. Un'enormità, per questo l'accaduto ha fatto il giro del mondo. E poi ha preso spazio, perché dietro c'era in vista lo spinoso problema della manodopera a basso costo e delle condizioni lavorative al limite dell'umano, in cui si trovano diversi paesi sottosviluppati. Per di più, ad impolpare la notizia, c'era anche che con quella fabbrica di abbigliamento, avevano rapporti alcuni marchi multinazionali. 

Tra questi, anche Benetton. Erano da subito girate voci, poi nel corso delle lunghe operazioni di recupero delle vittime, sono state le immagini a far scoprire gli abiti con l'inconfondibile etichetta verde del marchio trevigiano. Dapprima il CEO Biagio Chiarolanza aveva dichiarato la propria estraneità e che nessuna delle  fabbriche coinvolte erano fornitrici di Benetton: poi di fronte all'evidenza la ditta ha ammesso un, seppur a latere, coinvolgimento.

Chiarolanza ha dichiarato ufficialmente che una delle ditte all'interno del Rana Plaza era un loro subfornitore. Praticamente succedeva che Benetton era in accordi con una ditta indiana, la quale aveva affidato una parte di produzione alla ditta New Wave Style del Bangladesh.

Benetton aveva interrotto i rapporti con la New Wave un mese prima del crollo, sembra per ragioni di ritardi nelle consegne, e siccome la collaborazione era durata per pochi mesi, non aveva avuto né la necessità né il tempo, di avviare un social audit.

Il social audit è lo strumento con cui le aziende - le multinazionali, per lo più, che hanno una fitta rete di fornitori e collaborazioni in subappalto - procedono alle verifiche approfondite (almeno così dovrebbero essere) sulle condizioni di lavoro, sociali e di sicurezza, dei propri fornitori.

Detto ciò, che è la cronaca dei fatti, passo alla cronaca delle polemiche. Che girano intorno ad un paio di questioni: sul perché la Benetton non ha subito dichiarato di avere rapporti con aziende in Bangladesh e sul discorso proprio del social audit. Secondo alcuni, infatti, il marchio veneto non avrebbe approfondito più di tanto le proprie indagini sulla New Wave, per mera convenienza, visto che altrimenti questioni di policy aziendale (la Benetton è di solito molto accorta alle condizioni dei lavoratori) avrebbero impedito l'instaurarsi del rapporto commerciale. Sono cose che si dicono, io le riporto senza giudizio.

Perché la mia riflessione, si sposta da un'altra parte. E verte intorno al come mai sui media mainstream italiani - in misura maggiore per alcuni, sempre molto attenti al lavoro ed alle esigenze e condizioni dei lavoratori - non si è fin da subito approfondito l'argomento. E si continui, nonostante le ammissioni ufficiali. Voci sul possibile coinvolgimento di Benetton girano da giorni: il WSJ ne parla per esempio qui, dalla settimana scorso. E allora perché non si è fatta una corposa quanto adeguata, inchiesta giornalistica? Perché l'articolo di riferimento sull'accaduto deve essere uno, scritto da un giornalista non italiano su un quotidiano non italiano (traduzione a parte)?

Lo dico con tono polemico, ma senza accuse, semplicemente per provocazione e per sollevare una riflessione: forse la crisi dell'editoria è così profonda, al punto che mettersi contro un'enorme macchina pubblicitaria, colossale fonte di sponsorizzazioni da sempre, sarebbe stato per certi versi (pecunia non olet) controprudecente? Occhio, perché se è così, allora hanno ragione alcuni che parlano di poteri e di controlli, di bavagli e di interessi.

Oppure i colossi dell'informazione sono a conoscenza di qualcosa che renda la notizia poco interessante, come per dire, dati oggettivi che dimostrano la tragica fatalità del crollo. Che è possibile, data la quantità di fonti a cui i giornali forti hanno normalmente accesso. Anche in questo caso, però, sarebbe bene scriverci qualcosa su, tanto per evitare che poi qualcuno pensi male.

Su tutto questo, c'è una cosa che ci tengo a dire, perché quando si parla di certi argomenti cadere nella demagogia e nel populismo, o ancora peggio (peggio?) nel giustizialismo, è facile. E per me sarebbe una sconfitta.

Non sto scrivendo del merito dei fatti accaduti: per quelli ci saranno i passaggi delle inchieste a decidere e giudicare. Se ci sono responsabilità oggettive, se ci sono state situazioni di sfruttamento e di mancata sicurezza negli ambiti lavorativi. Di cui, per altro, la Benetton potrebbe benissimo essere non colpevole. Le polemiche intorno a quel che è successo, le ho riportate semplicemente, diciamo così, per dovere di cronaca.

Dunque, di quel che è successo in sé mi interessa relativamente, cioè in relazione al dispiacere umano per le vittime.

Voglio che sia chiaro, che con questo che scrivo, non sto avviando una campagna di boicottaggio o robe del genere. E non lo dico per paura che poi succeda qualcosa, lo dico perché è proprio diverso il punto. Sto scrivendo su una questione - il poco approfondimento sulla notizia - che riguarda i media, in particolare i media italiani, con dettaglio quelli manistream. Non si accusa nessuno. Si riflette semmai, sul perché sia mancato un adeguato spazio su una cosa di ampia rilevanza internazionale.

Avevo premura a dirlo, perché di giudizi sommari è pieno il mondo (e ci si casca facile), e dopo se si accusano i blog di superficialità e istintività, non si sbaglia poi tanto.


Link:
- i commenti di Bloomberg Businessweek, The Atlantic, Dhaka Courier, EconomistNew York Times sull’incidente del Rama Plaza e sulle possibili soluzioni che il governo bangladese o le grandi aziende occidentali potrebbero adottare.
- qual è il prezzo del "made in Bangladesh"? (di Anna Franchin su Internazionale)
- le foto di AP che dimostrano la presenza delle targhette di Benetton
- Il Fatto, a dire il vero, ne aveva parlato il 30 aprile

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