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lunedì 6 maggio 2013

Che se poi si sapesse il senso delle parole

Ieri Il Giornale ha pubblicato un pezzo di commento (a firma Andrea Cuomo) con cui si poneva a tutti gli effetti contro il ritiro delle deleghe alle pari opportunità, con cui il PresdelCons ha spostato l'esponente Pdl Micaela Biancofiore alla PA.
La questione l'avevo già anticipata l'altro ieri, con un post in cui erano riportate alcune dichiarazioni bomba della "kamikaze" berlusconiana, quasi programmatiche si lasciava intravedere che il suo non fosse proprio il phisique du role.

Non serviva una così attenta operazione di data mining, perché la Biancofiore nella sua seppur breve storia politica è stata già particolarmente prodiga di castronerie, tanto da concedere ai critici l'imbarazzo della scelta un po' in tutti i campi.

Come fosse ignaro di questo, Cuomo su Il Giornale, pressa molto sul ruolo giocato da una presunta lobby gay - "potentissima" - che avrebbe pressato fortemente sulla scelta di Letta di rivedere preventivamente l'incarico alla neo-sottosegretario.

Lo dico subito: non credo esista una simile lobby, ancor più - ammesso sempre che se ne possa intercettare una certa attività - non credo che avrebbe fatto lobbying per togliere dal ruolo la sottosegretario: magari avrebbe sprecato le proprie energie per favorire il legittimo riconoscimento di tutta quella serie di diritti civili che separano l'Italia dal mondo civilizzato. E non credo che, in un governo del genere, certe decisioni passino strettamente dal vaglio del sottosegretario - la cui densità politica è davvero bassa - piuttosto come conseguenza di una più ampia, quanto eventuale, operazione di do ut des. Dico eventuale, perché affinché quelle opportunità tra coppie etero e omosessuali per essere raggiunta, occorre la volontà. Che, opinione mia, mi sembra carente. E comunque tra le vie per lavorare ai fianchi il governo su certe tematiche, togliere la Biancofiore è quella meno utile.

Ma rischierei di uscire dal tema, perché il senso di quest post, è definire una volta per tutte - ho larghe pretese, proporzionali alle intese - il senso del termine lobbying. Termine che soltanto qui in Italia, dove a pensar male non si fa mai torto, assume un significato paludoso, ombroso e infimo, al limite di demoniaco: tenebre in cui si consumano i sacrifici del potere.

Non è così: e non lo è, almeno, negli altri paesi, dove i lobbysti sono dei professionisti, seri, che hanno anche il ruolo di mediare il processo politico dal government centralizzato e top down, ad una governance più partecipata e diffusa di tipo bottom up. Sul chi sono i partecipanti verso cui si diffonde quel processo politico, ci sarebbe da aprire una discussione: perché se è vero che spesso il lobbying riguarda i grandi gruppi d'interesse, molto di più in questi ultimi anni si sta spostando verso altro. I gruppi di pressione - che per linguistica estensiva va ad indicare proprio la lobby, che dall'etimologia latina indicava la "loggia" e poi è stata utilizzata per definire il salone di anticamera del parlamento dove spesso si discuteva di contenuti più che nell'Aula e per estensione, infine, coloro che discutevano, il gruppo appunto - rappresentano sempre più sovente il mondo delle associazioni, delle categorie, ong, gruppi di società civile organizzata, cittadini, portatori di interessi pubblici, consultancies insomma. Questi sono i lobbisti.

Dice in un saggio che si intitola "Parlamento europeo e gruppi di pressione", il professor Pier Luigi Petrillo, ricercatore alla Università telematica Unitelma, professore a contratto di Teoria e Tecniche del Lobbying alla Luiss Guido Carli di Roma e direttore pro-tempore dell'Ufficio Lobby del Ministero dell'Agricoltura, che i gruppi di pressione operano a Bruxelles come delle "antenne" della società civile: "essi rappresentano infrastrutture indispensabili alla definizione del processo decisionale, arricchendo il procedimento di informazioni tecniche e condizionando spesso le decisioni sia dei commissari che dei parlamentari".

Ecco, in questo senso, se un'eventuale - eventuale, ripeto - lobby vocata alla tutela dei diritti gay avesse agito facendo pressione per eliminare da un ruolo sensibile un sottosegretario inadatto, che aveva espresso apertamente il proprio spirito d'esclusione verso determinate fasce sociali (le stesse che doveva tutelare) e che non era in grado di mantenere l'equilibrio laico tra i diritti di tutti, allora avrebbe funzionato correttamente. Nell'interesse di coloro che rappresenta, inseriti nella pluralità dei cittadini. 

Ma dubito che così sia accaduto ripeto: c'è stato un ripensamento, su cui lo stesso Pdl non si è trovato in dissenso, legato a contingenze in essere (le dichiarazioni passate sono la gran parte) incompatibili con il ruolo che la Biancofiore sarebbe andata a rappresentare. In questo, se c'è stato - e credo io ci sia stato - l'errore è stato di Letta: superficiale nella decisione iniziale, ha sottovalutato l'attenzione dei cittadini. Che si sono mossi in blocco e hanno evidenziato le discrepanze e le incoerenze della pasionaria pidiellina con quello che doveva andare a fare.

La rete tanto discussa, ha giocato un ruolo predominate, spostando l'indirizzo decisionale. Non continuo, qua, perché si apre un altro argomento che ci sarà modo di trattare: ma si potrebbe dire che il web abbia funzionato da cane da guardia del potere.

 In tutto questo, non vedo la solita necessità di tirare in ballo dietrologie, complotti e poteri oscuri, come va sempre di moda da noi. Popolino. E non è che voglia fare la verginella incosciente: so perfettamente che alcuni lobbisti lavorano, in tutto il mondo, in situazioni bording line con la corruzione e la concussione. Ma quelli sono il marcio, e portano a leggi discriminatorie, che difendo gli interessi più che l'interesse (pubblico), che favoriscono gli affari di uno o di un certo gruppo escludendo gli altri, che giocano con le necessità delle persone.

Di certe cose è pieno il mondo e credo che anche Biancofiore sia ben informata. Ma in quei casi non si tratta di lobbying: sia chiama corruzione, che un'altra cosa.




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