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lunedì 22 aprile 2013

When in trouble go big (ovvero perché il Pd doveva scegliere Prodi)

When in trouble go big, è un modo di dire anglosassone che significa più o meno, "quando sei in difficoltà, vai forte". Il blog di Francesco Costa, che è un bravo giornalista de IlPost, prende questo nome e dà la descrizione migliore: "quando ci si trova in difficoltà i mediocri minimizzano, si avvitano, vanno sul sicuro, cercano scappatoie e formule di circostanza, mentre i bravi vanno all’attacco e ribaltano la situazione". La questione si chiuderebbe qui, perché poi non servono altre cose: ognuno è in grado di capire le associazioni. Ma provo ad argomentare, cercando di non sottovalutare un paio di aspetti importanti.

La frase del titolo è il motivo per cui penso che il Pd avrebbe dovuto scegliere da subito - il tempo di quando farlo l'ho già tirato in ballo almeno dieci volte - Romano Prodi come nome da sostenere per la presidenza della repubblica. Un nome simbolo del Partito Democratico, un nome che non necessita di bigliettini da visita per essere identificato né in Italia né all'estero, l'ultimo nome vincente che la sinistra è riuscita a produrre. Oltre tutto, l'ultimo vincente prima di lui, era sempre lui. E pensare che Prodi non sia stato un buon leader perché non è stato capace di reggere quelle schegge impazzite che si trovava all'interno del governo, è quanto meno riduttivo e superficiale. Prodi è un leader: con Prodi il Pd è nato, con gli altri ha rischiato di sfasciarsi, fino ad oggi.

L'aspetto politico della questione, riguarda sicuramente che futuro avrebbe potuto avere il Pd se avesse veramente scelto Prodi. Mi riferisco alle possibili alleanze con cui costruire un governo. Ovvio pensare che Pdl e Lega si sarebbero chiamati fuori, lo avevano detto da subito. Ma, per primo, non si sarebbe perso l'alleato di programma, Sel. E in più si sarebbe guadagnato l'appoggio di Sc, con Monti che su Prodi - anche per questioni di rapporti personali - non avrebbe mai potuto far mancare il consenso. M5S non si sa, ma forse avrebbe lasciato passare qualche voto, stile Grasso-Boldrini. 

E il governo che poi sarebbe venuto fuori? Se doveva essere governo di larghe intese, perché Prodi non avrebbe potuto rappresentare quel che Napolitano rappresenta? Sarebbe stato lo stesso e sul piano della responsabilità  - su cui in questo momento Berlusconi sta giocando la sua continua campagna elettorale - sicuramente il Pdl non si sarebbe potuto sfilare facilmente, anche se da qui a dire che poi avrebbe fatto lo stesso il governo e evitando di cedere alla tentazione di urlare al golpe comunista, il passo è lungo. Ma tanto qualcuno che grida al golpe, in Italia c'è sempre. 

A mio avviso poi, fare un governo con il Pdl è il più grosso degli errori - elettoralmente parlando - che il Pd potrebbe commettere. L'inciucio, così in giro chiamano le "grandi intese", mi sembra che non sia molto ben visto generalmente dall'elettorato e non sarà la costituency del Pd a cambiare quest'opinione diffusa. L'ho già detto che il Pd dovrebbe tentare di fare un governo da solo (che vuol dire con Sel) e poi cercare di essere condiviso (per esempio da M5S e Sc) su questioni importanti (tipo gli 8 punti famosi) e risolvere la pratica in fretta. Poi scioglimento delle Camere e votazioni, rapidamente. Se no, scioglimento e votazioni subito.

Chiudo il cerchio, comunque continuando a pensare - al di là di quello che sarebbe successo dopo - che indicare Prodi e cercare consenso su di lui, sarebbe stato un gesto di autodeterminazione per il Pd. Che avrebbe potuto mostrare per una volta da quel 25 febbraio, di avere le idee chiare su quel che vuole e su come lo vuole.
Che quando sei il partito più partito degli altri, non fa mai male.  

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