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sabato 13 aprile 2013

Quello che Papa Francesco ha trasmesso nei primi giorni

Erano le 19.06 del 13 marzo. È passato un mese, ma sembra già che qualcosa di nuovo si respiri, un solco sia stato tracciato.
L'elezione del nuovo Papa, ha acceso immediatamente un calore nei nostri cuori. Il nome, innanzitutto: Francesco. Abitando ad un paio passi da Assisi, il fuoco bonariamente campanilista potrebbe anche essere responsabile di quel "calore", ma non è così (almeno non soltanto). Il nome è programmatico, è stato detto. La semplicità nel messaggio, pure. Ma quanto è davvero semplice questo messaggio? Quanto questo Papa è il Papa che vogliamo, il Papa del "terreno" e della lotta ai beni materiali e quanto e quando quel messaggio fin qui trasmesso si è alzato oltre?

Proviamo a ripercorrere i primi giorni di pontificato, perché già da quelli è possibile dare una lettura. Il primo aspetto che ci ha colpito, a noi credenti come a tutti gli altri, riguarda proprio il linguaggio usato. Tanto si è parlato, di quel non definirsi mai Papa, ma sempre vescovo di Roma al momento della proclamazione. Tanto è stato emozionante quel "Buonasera" alla Piazza festante, appena affacciato al balcone. Così, a conferma di quella programmaticità, la scelta del crocifisso di ferro, di stare in mezzo alla folla alla prima messa domenicale, il pagamento del conto e il viaggio in pulmino, la richiesta di pregare per lui. Primo tra gli umili.

Messaggi immediati, interpretabili direttamente e semplicemente dalla gente, accessibili e riconoscibili. Ma nei giorni immediatamente successivi, ce n'è subito stato un altro di ordine superiore: il richiamo al Diavolo. Argomento scabroso, forse. Di profondo senso evangelico, passato a mio avviso un po' sottotraccia. Sembra quasi che la figura buona con cui si è corsi immediatamente a dipingere Francesco, di sicuro in modo riduttivo, rischi di esserne scalfita.
Il Vangelo può essere scomodo, è vero, può creare malumore: la necessità d'ammettere di essere nel peccato e di pentirsi, non viene presa da tutti con simpatia. E così quel primo accenno – parafrasando le parole di Leon Bloy - nell'omelia ai cardinali del 14 marzo "Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del Diavolo". Ma c'è un bene superiore, in quanto detto, meglio leggibile già in alcuni passaggi del discorso all'udienza nella sala Clementina del giorno successivo: "Non cediamo mai al pessimismo, a quell'amarezza che il Diavolo ci offre ogni giorno". E qui si intravede un primo senso: il cristiano deve riconoscere ogni sistema umano di contrapposizione a Dio. Non bisogna confonderci dal percorso verso il bene.

Tornando indietro, proprio al percorso fa riferimento Francesco nella sua prima omelia da pontefice sopra citata: "La Chiesa deve camminare, edificare e confessare" e ancora "quando camminiamo senza la Croce, siamo mondani; possiamo essere preti, vescovi e cardinali, ma non discepoli del Signore" e "Quando ci fermiamo, la cosa non va; bisogna camminare sempre, alla presenza del Signore, alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità che Dio chiede ad Abramo nella promessa". È qui che si delinea perfettamente il messaggio intimo dei primi giorni, e che eleva quel personaggio i cui lineamenti come dicevo sopra, forse erano stati limitati.

Ancora meglio si interpreta con le parole successive sempre in quell'occasione: "La Chiesa è una ONG pietosa, senza Gesù". Le opere buone nel sociale, sono trasformazione pratica della carità cristiana, ma nelle parole del Papa c'è la volontà di riportare l'annuncio del Vangelo ad un ruolo fondamentale. Adesso si riconosce bene il senso delle citazioni al demonio, che non devono essere viste come un messaggio antico dal sapore filo-pagano (come qualcuno ha provato ad interpretare), ma come un soffio altissimo che richiama le radici metafisiche della fede. La Chiesa prima di ogni cosa, deve aiutare la società a distinguere il bene dal male.

La perentorietà di queste affermazioni, è probabilmente la vera forza, la vera spinta, più di molte altre immagini, dietro cui si nasconde la profondità del messaggio che nei primissimi giorni Francesco ha trasmesso. Molto più dell'approccio per così dire smart – mi si passi il termine –, su cui già Paolo VI e Giovanni Paolo II avevano fatto molto. Messaggio che non stride con la richiesta da molti attesa di risposte sul piano terreno, ma pone l'obbiettivo sul fatto che occorra ancor di più che la Chiesa, in un momento storico critico come il nostro, riesca a trasmettere la Speranza e aiuti nella distinzione del giusto, del vero, del bene. 

L'integrazione di questi due piani comunicativi su cui viaggia il messaggio papale dei primi giorni, si è palesata nell'omelia dell'incoronamento e nei primi tweet. Il primo, in assoluto di grande umiltà, in cui @Pontifex ringrazia i fedeli e chiede ancora di pregare per lui. Come fosse un uomo qualunque a cui è stato assegnato l'immenso potere (terreno e spirituale) del ministero petrino. A segno indiscutibile, di una volontà di essere in mezzo al mondo. 

E i segnali nella Messa d'inizio del pontificato: davanti a milioni di persone ed ai potenti del mondo, Papa Francesco ha voluto ribadire che "il vero potere è il servizio; il Papa deve servire tutti, specie i più poveri ed i più piccoli"(anche questo passaggio, poi convertito in un tweet). E non è un caso se Bergoglio ha deciso di dare avvio alla propria missione, nel giorno di San Giuseppe, protettore della Chiesa Universale, il cui simbolo (il fiore di nardo, di tradizione ispanica) figura nello stemma papale a fianco a quello di Gesù e di Maria. Giorno dell'onomastico del suo predecessore Benedetto XVI, a cui si è rivolto con delicatezza dicendo "siamo vicini con la preghiera, piena di affetto e riconoscenza". È proprio grazie alla figura di San Giuseppe, infatti, che il Papa è arrivato a delineare la disponibilità umana – non unicamente cristiana – dell'uomo nei confronti del creato.

Quelle parole dell'omelia, impresse nel primo dei tweet dopo l'incoronamento ufficiale "Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato" sono attraverso San Giuseppe, custode di Maria e di Gesù e aperto ai misteri divini, il richiamo a preservare il rispetto reciproco, per ogni creatura e per l'Ambiente in cui viviamo, contro l'odio, l'invidia e la superbia, che ricorda "sporcano la vita". Ed ancora il motto che accompagnerà il Santo Padre nel suo cammino, che rappresenta il delinearsi di quella Speranza a cui facevo cenno sopra: "Non dobbiamo aver timore della bontà, anzi neanche della tenerezza".

Tenerezza dimostrata e concretizzata con l'incontro a Castel Gandolfo col suo predecessore: tenerezza umana nei gesti, nei modi e nelle parole con cui Bergoglio si è rivolto a Ratzinger, che è sembrato più debole e sorretto dal bastone. Fino ad arrivare alla domenica appena trascorsa, dove con un'energia fisica che non eravamo più abituati abbinare ad un pontefice, ha parlato direttamente di quella speranza a cui aveva fatto fin qui solo profondo accenno: "Non siate tristi; non fatevi rubare la speranza". 

E' questo il grande messaggio. In questo stesso giorno, il Papa, ha poi affidato a Twitter un nuovo richiamo al male: "Non dobbiamo credere al Maligno che dice che non possiamo fare nulla contro la violenza, l’ingiustizia, il peccato". Che chiude quella giornata dedicata alla speranza, al bene, quasi come a discernimento delle due entità (ed a segno evidente del senso di richiamo al demonio nel messaggio, a cui si accennava prima).

I primi passi di Papa Francesco, hanno già rivelato la profondità della sua figura, in grado di inviare messaggi che corrono su più piani, dal pratico al profondo, dall'evangelico all'umano. Un Papa che si troverà davanti la necessità di dialogare con i fedeli e con una società sempre più sulla via di una pessima secolarizzazione, che porta verso una deriva spirituale. Il lavoro del nuovo Papa, sarà quello di riformare la Chiesa in terra, riportando in alto il ruolo evangelico del Messaggio di Dio.

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