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martedì 27 marzo 2012

Sono le lobby, bellezza!

Qualche giorno fa, esattamente il 16 marzo, avevo già parlato sommessamente di questa cosa. 
Ci ritorno, violando uno dei precetti che mi ero imposto per il 2012: eliminare l'autoreferenzialità. Ci riuscirò: riuscirò primo o poi, ad essere anche laico nei confronti di me stesso, e a togliere definitivamente di mezzo, quel "l'avevo detto, io..".
Mettiamola così, stavolta serve per inquadrare la questione, e così mi linko. 
Oggi 27 marzo, Maria Teresa Mieli, scrive sul CorSera questa cosa qua, riferita a quanto successo alla Direzione Nazionale del Pd:
Persino uno dei giornali del Partito democratico, Europa, partecipava, tramite Twitter, al grande chiacchiericcio «democratico». Nel frattempo, sotto la sede nazionale del Pd, a Largo del Nazareno, nel pieno centro di Roma, stazionavano gruppi di giornalisti e operatori televisivi. Divieto d’ingresso per loro, costretti a fare su e giù per i marciapiedi in attesa di una dichiarazione o di una confidenza.
Inutile far presente che il dibattito interno non era più tanto riservato dal momento che su Facebook e Twitter si sprecavano i commenti e le dietrologie, dopo che le parole di Bersani, Letta, Bindi, Veltroni e D’Alema rimbalzavano da una parte all’altra della Rete. Gentile ma inflessibile, l’ufficio stampa del partito ubbidiva agli «ordini» dati: fuori i cronisti, che scrivono malignità e cattiverie.
Situazione surreale. I sacerdoti della sacralità della politica, per lasciare in vita il mito, mantenevano l’inviolabilità delle segrete stanze. I parlamentari con telefonini, computer e iPad dimostravano che ormai alla politica piace apparire. Anzi, per essere precisi, non sa più fare a meno di specchiarsi sugli schermi televisivi e di riflettersi nella Rete. In quei luoghi non c’è il filtro dei giornalisti. E questo è l’importante. 
Chiaro a cosa mi riferisco? Non è che per caso, tutto l'anti-twitterismo di questi giorni, e più in generale l'opposizione alla "Rete", si possa tradurre con una forma sterile e istintiva di autodifesa, una paura di perdere privilegi in qualche modo ormai assimilati, una volontà di alzare barriere per evitare di essere scavalcati, un definitivo mantenimento di posizioni e status quos? Siamo alle prese con il solito immobilismo all'italiana, condito con un q.b. di trinceraggio categoriale? Oppure è la Crisi (che riempe ormai da troppo tempo bocche, senza smettere di svuotare portafogli)? Che richiede di difendere anche in questo modo il proprio posto di lavoro, le proprie prerogative professionali, le competenze specifiche? Come ci siamo ridotti!? 
Volete farmi credere che la mera trascrizione di virgolettati in 140 caratteri, possa rappresentare il lavoro dei giornalisti? Così, senza spiegare, contestualizzare, dare gli elementi ed i riferimenti per comprendere, interpretare, analizzare, confutare, discutere, obiettare: no, perché, per me almeno, è questo quello che dovrebbero fare i giornalisti.

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