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martedì 20 settembre 2011

Tris-tezza

Tristezza. Una parola che è in questi ultimi giorni presente tra le tag ai post di molti blog, in Italia. Dai migliori, a quelli più modesti, si parla di questo stato dell’animo umano, un po’ ovunque. Ma sempre con un riferimento ben preciso. La situazione socio-politica italiana.
A cominciare dalle nuove intercettazioni che vengono a galla, sulle ormai annose vicende dei festini di Arcore. Quelli che coinvolgono il nostro settantenne Presidente del Consiglio, a quanto sembra molto affaccendato – tramite faccendieri di turno, vedi Tarantini nel caso – in faccende amorose. Sexy commedia all’italiana, con immagini che evocano quasi lo hieros gamos di più fresca e vivida, kubrickiana memoria – vedi Eyes Wide Shut. In tutto questo la tristezza vien fuori sia come uso comune, come definizione neo-slang, gergale, “mi fa tristezza” – con accezione diretta a consumatore o a consumate, indifferentemente – sia come reale stato d’animo. La tristezza del declino. “Quando uno che da decenni ammannisce agli italiani il mito di se stesso come simbolo vivente di imperitura giovinezza, eterno vigore, prodigiosa vitalità, è costretto a difendersi dichiarando pubblicamente di essere un vecchio facoltoso che invita gente a cena pur di avere intorno qualche Cristo che rida alle sue barzellette e lo ascolti cantare, vuol dire che il fondo del barile è stato prima raschiato, poi scartavetrato e infine consumato del tutto”. Scriveva ieri uno dei top blog italiani – Metilparaben.

Quella stessa sensazione, che provi leggendo le dichiarazioni rilasciate nell’estate 2009 “…Una persona, un imprenditore di Bari, oramai noto, che si chiama Tarantini, o Tarantino, era venuto ad alcune cene facendosi accompagnare da belle donne. Erano ragazze che questo signore portava come amiche sue, come sue conoscenti. E questo è tutto ... Abbiamo sbagliato l'ospite e l'ospite ha sbagliato a portare quell'altro ospite ...” rispetto a quelle degli ultimi giorni “Ho conosciuto il signor Tarantini e sua moglie alcuni anni orsono. Mi è stato presentato come un imprenditore di successo e da più parti ho avuto su di lui positive indicazioni ... Si tratta di una famiglia con figli piccoli, con un'altra famiglia e con una madre a carico, e che proprio a causa dell'intervento dei magistrati è passata dal benessere alla miseria. Non credo davvero che sia un reato aiutare chi ha bisogno ...”. Da queste parole, ci si rattrista non soltanto pensando al tempo che è passato e non tornerà più in questi due anni: c’è lo sconforto davanti a chi prova continuamente a cambiar le carte in tavola, a maneggiare le regole del gioco a piacimento, ma ormai senza più maestria. La mestizia davanti a chi prova ad ingannare, ma non ne è più capace: un Lupin artritico, che per ogni colpo, commette gaffe. Peggior sconforto va a chi ancora si fa abbindolare, incantare, da chissà quale fascino, ormai.
Poi in linea con questo, c’è la tristezza nella mancanza di rispetto, quella che si fonde con l’indignazione di chi parla, grida, sbraccia, ma non è mai ascoltato. Conseguenza della perdita del contatto con la realtà. Contatto che si è perso, nel politico che in TV dice di essere povero, perché guadagna non più di 145mila euro l’anno. In chi è costretto ad alleviare le proprie sofferenze esistenziale con orde di teenager sculettanti, travestite da Dio solo sa cosa. In chi per aiutare una “famiglia in difficoltà”, regala i soldi – ventimila euro – per una vacanza a Cortina. Tristezza, perdita del controllo. Con 20mila euro, se proprio l’impulso alla beneficenza era incontenibile, si sarebbero potute aiutare 20 famiglie. Anzi, addirittura, anche 40, visto i famosi “chiari di luna..” nazionali. In chi dichiara la fine di uno Stato - il nostro, il mio, il vostro – per proclamare il momento della venuta di un altro. Il loro, fantomatico, immaginario, chimerico: quella Padania, di cui nemmeno i membri ad honorem conoscono bene i confini.
Pensandoci, c’è su tutto questo, una tristezza più grossa. Generale. Nazionale. La tristezza che avvolge il nostro stato. La tristezza del limbo in cui ci siamo cacciati. La tristezza simile a quella di prima, del declino. La tristezza di una grande paese, affossato da piccoli uomini. La tristezza dei numeri, innaturali, enormi, che ci hanno continuamente impegnato le meningi in questi tempi di Manovra. La tristezza, questa si amarissima, della consapevolezza. Conseguenza della realtà, quella vera, che vede le difficoltà di tutti i giorni. In cui le vacanze a Cortina puoi dimenticartele, cento mila euro li guadagni in dieci anni, e non ti sogni nemmeno di chiamare un mucchio di sgallettatenon troppo alte, mi raccomando! – per fare un festino.
Perché tu ami tua moglie e i tuoi figli, vivi una vita serena, lotti continuamente contro le difficoltà, che ti hanno creato e che tu nemmeno minimamente hai pensato potessero essere così grandi. Torni la sera stravolto da un lavoro che non ti appaga, e forse non ti-paga nemmeno, mangi qualcosa, accendi la televisione, ti siedi sul divano sfinito, abbracci tua moglie, guardi i tuoi figli giocare, e capisci che nonostante tutto, hai tutto. Sei sereno. Sfinito ma sereno. Allora provi tristezza. Verso chi questo non ce l’ha, verso la disperazione umana. Una piccola rivincita…



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