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domenica 11 settembre 2011

Scrivo anch'io sull'11settembre

(Pubblicato su Linkiesta e Giornalettismo]

"Accendi la televisione. E' successo qualcosa di grosso in America".

 Me le ricordo perfettamente le parole di mia madre al telefono. Lei era al lavoro, e l'aveva sentito alla radio: man ancora non si sapeva niente di certo. Io ero a casa. A studiare la maledetta chimica: la chimica è una materia passionale, affascinante, conturbante, violenta. Prima si fa corteggiare, a lungo, non si concede: poi ti esplode dentro e tu dentro di lei. Un turbine erotico che ti lascia sconvolto. Ma quell'anno, quel rapporto, era ancora difficile. Era il 2001. La testa ancora sconvolta dall'incidente che aveva straziato mio cugino e dalle immagini inaudite del G8 di Genova.

Illustrazione di Carlo Manzo
L'accesi la televisione. Anche perché di quella chimica, non ne potevo più. Tutto il giorno dietro ai suoi capricci stechiometrici. Accesi e vidi un'edizione straordinaria di quello che ancora su Rai1, potevamo definire un telegiornale. 

Rimasi sconvolto. Come tutti. 

Mia nonna [quella dei 92 anni compiuti ieri. editing2013 ─ gli anni, grazie a Dio sono 93. editing2014] come tante altre persone, quelle immagini l'aveva viste, ma senza attenzione, mentre riassettava la cucina. Con l'occhio della casalinga da una vita, l'aveva battezzate sotto la tag "film di ammazzamenti americani". Tasto off, ché "certa roba non mi piace".

Invece io, curioso e svogliato - causa la chimica, vi ricordo - rimasi a guardare. La televisione. Perché ai tempi, si faceva così. Si guardava la tele, per sapere che c'era di nuovo, per essere informati. 

Mi sono chiesto  in questi giorni, in cui tutti - dalle migliori firme giornalistiche, ai peggiori blogger di provincia - hanno martoriato le proprie tastiere, per scrivere un pezzo in memoria dell'11 settembre; mi sono chiesto, dunque, che cosa farei, se tutto quello succedesse oggi. 

Me lo sono chiesto, cercando di accantonare l'emotività e l'emozione. Cercando di analizzare oggettivamente, soltanto come mi approccerei alla notizia data da mia madre al telefono. A come mi procurerei le informazioni, e chiedendomi se adesso sarebbe proprio lei, e con quelle parole, a farmelo sapere.

Sono passati dieci anni. Il mio rapporto con l'Informazione è cambiato notevolmente. Non credo, onestamente, che la questione sia soggettiva e legata semplicemente al mio contesto socio-culturale. C'entra poco il paesino - travestito da città - in cui vivo. C'entra poco anche il fatto, che adesso mi arie da blogger: da uno di quelli che spulcia la rete, e le notizie le trova, le analizza e le diffonde. Di uno di quelli che sta a metà strada tra il produttore ed il consumatore. C'entra, invece, il fatto che il mondo è cambiato. Si potrebbe dire, anche in seguito al fattaccio di NYC, ma questo sarebbe un altro discorso.

Dieci anni fa, non c'era Facebook, ancora Zuckerberg non si era nemmeno iscritto all'università. L'uso dei social network, almeno qui in Italia, era limitatissimo. Internet serviva per leggere le email, per avviare ricerche all'interno delle quali finivi sempre per perderti, o per vedere qualche tetta in più, e quasi niente altro:  sarebbero dovuto trascorre quasi tre anni, prima che Tim O'Really parlasse di web 2.0.

Allora, alla luce di questo: cosa farei oggi? 

Probabilmente, la notizia non me la darebbe mia madre. Sarebbe lo streaming di G+, o forse meglio e più di tutti, Twitter. Magari tramite uno dei quotidiani internazionali che seguo, o magari sarebbe qualche giornalista italiano "americanista": @riotta?

A questo punto, appreso nei 140 caratteri del tweet che qualcosa di grosso sta succedendo, aprirei una nuova pagina di ricerca. Andrei diritto verso uno dei principali quotidiani online nazionali, qualsiasi, tanto sarebbero già tutti sulla notizia. Leggerei le notizie flash velocemente, prima di spostarmi, in multitasking, verso notizie dal posto. 

Aprirei il sito del NYT, del WSJ...leggerei ancora velocemente. Appreso che tutto è in divenire, e che si sta raccontando passo passo quello che succede, tornerei a Twitter. Lì si svolge il flusso dell'informazione. 

Troverei già un'hashtag pronto per essere cavalcato e apprenderei dal liveblogging della caduta dell'altra torre. Solo adesso accenderei la tv. Con un po' di scetticismo verso la freschezza delle notizie, sperando che gli squallidi programmi pomeridiani, siano sostituiti da qualcosa tipo live news. Lo farei solo per la curiosità di vedere le immagini, con un dettaglio migliore di quelle postate con i twitpcs delle persone sul posto. 

Seguendo chi sta a NY, i "@mattewprice" dell'attentato. Avrei informazioni istantanee, emozioni vissute da chi vive là. Sensazioni dirette.

Sarebbe questo, in sostanza, il modo, forse evoluto, sicuramente diverso, con cui personalmente mi approccerei al disastro. Ne sono sicuro: così è stato per Fukushima e il terremoto di Tokyo, così per la Libia, per l'Uragano Irene, etc. 

Non sarei solo io il diverso. Il mondo intero sceglierebbe metodi differenti per comunicare. Obama, o il suo staff, rilascerebbe messaggi istantanei. Tutti correrebbero a cercare di contattare i propri cari su Facebook. 

Magari tutto avverrebbe attraverso uno smartphone, mentre ci si mette in salvo o ci si sposta semplicemente da un posto all'altro. Sarebbe diverso anche il post-evento. Non leggerei semplicemente i giornali, non guarderei i "Porta a Porta" di turno, ma andrei a cercare i blog. Da quelli famosi, quelli delle personalità, a quelli semplici, scritti di solito per passione o per raccogliere i commenti alle foto di famiglia. Anzi leggerei soprattutto i blog. Da lì troverei sensazioni, senza sensazionalismi.

Riflessione a distanza di dieci anni. Sono cambiato io, ma è cambiato e molto il mondo intorno a me. Certamente, attiverei un protocollo informativo personale differente, se l'attentato avvenisse oggi - questo è indubbio. Ma ancora più sicuro, è che nessun mezzo, riuscirebbe comunque, anche dopo cento anni, a togliermi dalla mente, le immagini di quelle persone che si gettavano dalle finestre del WTC. Che scelgono una morte, al posto di un'altra.
Em


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